Anathema
We're Here Because We're Here

2010, Kscope Music
Alternative Rock

Grandissima band, grandissimo lavoro.
Recensione di Federico Botti - Pubblicata in data: 24/05/10

Sette anni sono passati dall’ultima release targata Anathema. “A Natural Disaster” è stato l’ultimo lascito dei ragazzi di Liverpool, poi un lungo silenzio rotto solo due anni fa con “Hindsight”, album raccolta di alcune canzoni dei Nostri riproposte in chiave acustica. Logico quindi che i fan fossero in trepidante attesa per questo “We’re Here Because We’re Here”, disco a lungo annunciato (anche con nomi diversi) e sempre posticipato (al punto che molti erano arrivati a credere si trattasse di un nuovo caso alla “Chinese Democracy”). Pericolo scongiurato per fortuna, gli Anathema hanno condotto in porto l’opera: sarà all’altezza della loro fama e delle tante aspettative in essa riposte?

Iniziamo da un dato, per molti forse poco importante, che ritengo invece molto significativo per capire poi tutto l’album; gli Anathema hanno sì prodotto il disco, ma al mastering c’è Steven Wilson, mastermind dei Porcupine Tree. Se si conosce anche solo un po’ come opera il suddetto signore all’interno del suo gruppo principale, se si conoscono le sonorità che adotta e il trend che, inevitabilmente, acquisisce ogni opera sulle quali mette le mani, sappiamo già cosa attenderci: ottimi arrangiamenti, cura maniacale per il suono, in generale un lavoro sempre eccellente. Che poi talvolta, soprattutto nei dischi dei Porcupine, si possa avvertire quasi un senso di asetticità nella produzione, è un altro discorso, che per fortuna non tocca questo disco. Parlando invece degli Anathema, chi li segue sa benissimo quale sia stata la loro parabola evolutiva (o involutiva, secondo altre scuole di pensiero), un percorso che ha portato una doom metal band (in grado di rivaleggiare con My Dying Bride e Paradise Lost) verso lidi via via sempre più lisergici, space rock, “pinkfloydeggianti”, in una parola che vuol dire tutto e nulla, alternative. A dirla tutta l’ombra della band di Cambridge è sempre stata punto fermo per il gruppo (ora più che mai a conduzione familiare) dei Cavanagh, ma è con gli ultimi lavori che la virata è stata più netta e decisa. Non solo, in questo ottavo disco si possono rintracciare anche molti elementi appartenenti al post rock e, soprattutto, a livello di tematiche, una generale sensazione di positività e di speranza, che ha l’effetto di una pacca sulla spalla e di un incoraggiamento dati nel momento del bisogno.

Bando alle ciance, andiamo più nel dettaglio di “We’re Here Because We’re Here”. Il disco rasenta la perfezione, inutile girarci intorno. E’ un lavoro carico di pathos, fortemente emotivo e coinvolgente, a tratti epico, positivamente malinconico. Dei dieci pezzi, otto sono veramente validi, e di questi almeno cinque superlativi. Dall’inizio alla fine il lavoro è intelaiato secondo un continuum perfetto, una traccia seguita da tutte le canzoni che conferisce al tutto un senso di omogeneità incredibile, quasi se fossimo al cospetto di un’unica suite. Solo due i momenti più deboli, “Everything”, tutto sommato poco comunicativa e un filino scontata, e “Get Off, Get Out”, brano veramente troppo derivante dai Porcupine Tree (basta sentire la sua generale impostazione, le melodie delle chitarre e la voce effettata usata in più di un’occasione). Di contro “Thin Air”, “Summernight Horizon”, “Dreaming Light” “Angels Walk Among Us” e “A Simple Mistake” ne rappresentano gli apici qualitativi, con menzione particolare per “Angels Walk Among Us” e “A Simple Mistake”, dotate di un’anima tutta loro, sorprendentemente affascinante e coinvolgente. Nel mezzo brani di ottima qualità, dolci e al tempo stesso potenti, che indugiano spesso su costruzioni che, come accennato, devono il loro incedere al post rock e allo space rock (a tal proposito si ascoltino le conclusive “Universal” e “Hindsight”).

A livello tecnico niente da dire: la voce dei Cavanagh è come al solito splendida, pulita e cristallina, e ad essa si aggiunge in più di una circostanza una voce femminile (quella della sorella del batterista) perfettamente amalgamata con la loro. Le atmosfere sono poi garantite dal gran lavoro svolto alle tastiere e alle chitarre, ben sorrette da un’intelaiatura ritmica (basso - batteria) di gran presenza e rilevanza. Preferirei non aggiungere altro a quanto detto, per non far sfociare una recensione, che per sua natura deve essere il più oggettiva possibile, in un commento entusiastico di un fan di lunga data.

“We’re Here Because We’re Here” è un gran album, fiaccato solo in parte da due pezzi deboli, ma che ci possono stare in mezzo a cotanta bellezza. Come detto in precedenza, il disco rasenta la perfezione, e rappresenta uno dei momenti più alti dell’ultima discografia degli Anathema. Finalmente i Nostri sembrano essere riusciti a bilanciare le tante componenti che li caratterizzano (eccezion fatta per il doom, ma quelli erano altri Anathema, che non torneranno più). Grandissima band, grandissimo lavoro.



LiveReport
Stones - No Filter Tour 2017 - Lucca 23/09/17

Speciale
PREMIERE: guarda il video di "Tightrope" dei Vandenberg's Moonkings

Intervista
Cradle Of Filth: Dani Filth

Speciale
PREMIERE: guarda il video di "The Arsonist" dei Von Hertzen Brothers

Intervista
Satyricon: Frost

Recensione
Foo Fighters - Concrete And Gold