Rhapsody Of Fire
The Frozen Tears Of Angels

2010, Nuclear Blast
Power Metal

Manieri arroccati, miti ed eroi romantici, lande incantante e...
Recensione di Fabio Petrella - Pubblicata in data: 30/04/10

Tanto tuonò che piovve. L’orizzonte squarciato dal baluginare delle folgori vibra elettrizzato gridando vendetta. Dalle profondità del cielo, depurato da una sacralità perduta, si ode un fragoroso canto di guerra. Le lacrime degli angeli, miste alle note di una profezia di terrore, scivolano dalle porte del firmamento e precipitano al suolo benedicendo la madre terra. Lampi micidiali accompagnano il sommesso pianto delle stelle. Un ambiente freddo, cristallino e intirizzito da una fermezza polare è lo scenario tessuto dai Rhapsody Of Fire per "The Frozen Tears Of Angels", settimo voluminoso full-length degli indiscussi signori del metallo sinfonico.

A quattro lunghissimi anni dal precedente "Triumph Or Agony", che tanto ha diviso i fan e la critica, la band di Trieste, divincolata dalla giungla legale aggrovigliata da DeMaio, torna a brillare con un disco assolutamente deflagrante. Messe da parte le marce tediose e i quasi inconsueti mid-tempo i friuliani agguantano il volante a spingono il piede sull’amato acceleratore confezionando un quaderno di brani devastanti dalle forti tinte epiche, bombastico fino al parossismo, e dalle venature progressive. The Frozen Tears of Angels rappresenta il terzo episodio de la “The Dark Secret Saga” scritta da Turilli e orchestrata dai nostrani cantastorie. Come di consuetudine, l’album è inaugurato dall’intro "Dark Frozen World" che ha il compito di introdurre e preparare l’ascoltatore alla teatralità dell’opera. Il leggendario Cristhoper Lee, icona universale del cinema, è il bardo prescelto che arringa con autorità la folla e, srotolando la pergamena del sogno, imbastisce il racconto. Sinuosi specchi decorati da fregi neoclassici riflettono la quiete silente dell’album e la trasformano, in un magico gioco di luci, nella dinamicità di “Sea Of Fate”, singolo apripista e opener micidiale. Fabio Lione, in una forma eccezionale, cavalca veloce sui ripidi sentieri tracciati dalle chitarre di Turilli e dalle tastiere di Staropoli per un brano tirato, avvolgente e subito ghermente. Se qualcuno, come il sottoscritto, temeva le noiose ripercussioni di Triumph Or Agony, disco sinceramente un po’ troppo sottotono, può sciogliere tranquillamente le riserve del dubbio e godere dello spettacolo musicale allestito dai Rhapsody Of Fire. “Crystal Moonlight” si ripercuote nell’etere e conferma l’ispirazione della band. Una traccia spietata e diretta, sorretta da un riff minaccioso, che ci riporta alle fortunate sonorità di Power Of The Dragonflame e colpisce per la brillantezza ritrovata e l’epicità mai celata esaltata nel chorus. “Reign of Terror” è il pezzo più violento e estremo del disco. Il ritmo è serrato, i giri altissimi. Lo scream di Lione graffia le sponde furiose dell’estratto che scorre come un fiume in piena gonfiandosi, come una forza della natura, in chorus disarmanti dall’infinita carica teatrale. “Danza di Fuoco e Ghiaccio” è la ballata medioevale di turno, in pieno stile Branduardi. Tra le strofe poetiche del brano, completamente in italiano, danzano i flauti fatati dei primi dischi ricamando incantevoli melodie pregne di commozione e ancestralità.

Si continua con “Raging Starfire” che esplode come un ordigno a orologeria in un crescendo emozionale e tenace. “Lost In Cold Dreams” è una ballata dolce dal chorus ampolloso, e forse un pochino derivativo, che ricorda le produzioni del disco precedente. L’epica torna invitta in “On The Way To Ainor”. L’estratto raccoglie l’eredità essenziale dei friulani e s’impregna di pathos come l’inchiostro sulla carta. Una marcia marziale coronata da un bridge infuocato e da un chorus d’antologia. La title-track che chiude il terzo capitolo dalla saga è l’unica nota semi dolente del lotto. Le qualità indubbie della band sono palesate, ma la suite non convince e si afferma come anello debole della catena; in un confronto diretto con altri brani di chiusura, penso ad esempio a “Gargoyles, Angel Of Darkness”, il capitolo finale di "The Frozen Tears Of Angels" si vedrebbe irrimediabilmente sconfitto e screditato. Un frammento di buona fattura, impreziosito da alcune strofe in madre lingua, che non riesce a spiegare le proprie ali lungo i crinali maestosi delle vette altissime e volteggiare fin dove dimorano gli angeli. “Labyrinth Of Madness” è un quadro esclusivamente virtuoso, probabilmente fine a se stesso, che mette in mostra le abilità di Turilli mentre la versione orchestrale di "Sea Of Fate" non aggiunge nulla di particolare all’opera.

Manieri arroccati, miti e eroi romantici, lande incantante e saggi sovrani rimangono fulgide visioni di un medioevo mitizzato al quale la formazione friulana concede l’ultimo saluto per un full immersion bellica e glaciale, architettata con maestria in un ambiente quasi disincantato e spoglio di quell’epica barocca tanto cara alle personali fortune. L’avvento dei triestini si staglia con il favore e il prestigio del proprio marchio di fabbrica e permette alla band di esplorare nuovi territori alla ricerca di un tratturo che valichi le montagne e conduca oltre le memorie della Spada di Smeraldo. Attraverso la pesante coltre di nuvole vengono filtrate le lacrime degli angeli; attraverso le regole del mercato viene sintetizzato un potente, esaltante disco. Dai ghiacci sorge l’alba di una nuova cruenta battaglia, lunga vita ai Rhapsody Of Fire.





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