The Lumineers
The Lumineers

2012, Dualtone Music Group
Folk Rock

Il folk revival del Vecchio Continente trova la propria risposta made in USA
Recensione di Marco Belafatti - Pubblicata in data: 07/02/13

Non sono solo i freddi venti della remota Islanda e le fitte nebbie dei sobborghi londinesi ad alimentare l'ondata d'ispirazione che negli ultimi anni ha investito la scena indie, facendo sì che un manipolo di giovani artisti sparso in ogni angolo d'Europa s'innamorasse di un modo di fare musica autentico, rurale e poetico, memore del folk dei tempi che furono. Come in ogni revival che si rispetti, l'America tende a strizzare l'occhio... e, parlando di tendenze pop-folk, se il 2012 è stato l'anno dei Mumford & Sons e dei newcomers Of Monsters And Men, l'immediata risposta made in USA si sta facendo conoscere proprio in questi giorni con il nome dei The Lumineers. Malizia a parte, non possiamo accusare il terzetto di Denver di essere figlio di spudorate logiche commerciali: Wesley Keith Schultz (chitarra e voce), Jeremiah Caleb Fraites (batteria, percussioni, mandolino, backing vocals) e Neyla Pekarek (violoncello, pianoforte, mandolino, backing vocals) si conoscono già nel 2005 e il loro album d'esordio vede la luce nell'aprile del 2012, anticipando di poche settimane l'esplosione mediatica del fenomeno. Certo, la scalata della classifica di Billboard e l'ossessivo airplay del singolo di lancio “Ho Hey” sono cosa recente ed è pertanto scontato collocare “The Lumineers” sulla coda del successo ottenuto da “My Head Is An Animal” e “Babel”.

La sfida, piccolo vezzo per noi addetti ai lavori, sta nel cercare di capire se la risposta americana è all'altezza dei fasti del Vecchio Continente (perché, vogliamo ricordarlo, i due dischi che abbiamo menzionato poco fa sono tra le uscite più gratificanti dell'anno appena trascorso in ambito pop). A dire la verità, i Nostri non sembrano nemmeno intenzionati a cavalcare l'onda e, se escludiamo i coretti scanzonati della sopraccitata “Ho Hey”, che tanto ricordano il tormentone “Little Talks” dei cugini islandesi, la loro musica appare raccolta, priva di sovrastrutture, quasi spoglia nell'assenza di momenti rock tout court. Se la voce di Wesley Schultz è assai meno vissuta di quella di Marcus Mumford (perdonateci, ma i termini di paragone sono talmente immediati che è impossibile resistere alla tentazione), le evoluzioni vocali vanno tranquillamente a braccetto con quelle dei Mumford & Sons, costruendo a loro volta motivi di facile presa. Ma le analogie, a costo di eviscerare nel dettaglio i 42 minuti di musica che compongono il disco, si fermano qui, o al massimo a qualche immagine da romantico artista itinerante nascosta tra le pieghe dei testi...

Nelle canzoni del trio c'è ben altro. La grancassa, ad esempio, sfodera un beat viscerale che disintegra con la propria semplicità l'esigenza di una produzione sfavillante – la musica dei The Lumineers, del resto, è folk nel vero senso del termine: difficile immaginarli sul palco di un grande festival quando la loro dimensione ideale sembra quella di un pub di provincia, tra luci soffuse e addobbi floreali importati dalle verdi lande irlandesi – e la malinconia bucolica di “Dead Sea” e “Stubborn Love” lascia intravedere una personalità rimasta in penombra per colpa di un momento storico in cui è facile essere etichettati come semplici follower. Negli accordi apparentemente spensierati di “Big Parade”, nel raccoglimento patriottico di “Charlie Boy” (“Play the bugle, play the taps / Make your mothers proud / Raise your rifles to the sky boys / Fire that volley loud) risuona il canto sommesso di una cultura costruita su slanci eroici, passioni, tormenti e chiaroscuri.

Il disco ci insegna, senza scalpitare e senza pretese di rivoluzione, che non bisogna girovagare il mondo per recuperare (e rivalutare, in positivo ovviamente) questa tradizione; i The Lumineers la portano impressa sulle loro camicie a quadri e sui loro stivali sporchi di terra. E se mancano le melodie trasversali e le ballad dal successo assicurato poco importa, perché quelle dei Nostri non sono rose spinose, ma graziose margherite. E con buona probabilità fioriranno ugualmente.





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