Baustelle
Fantasma

2013, Warner
Pop Rock

Cimiteri, morte, spettri: il siparietto "gotico" dei Baustelle genera il disco della maturità artistica definitiva
Recensione di Marco Belafatti - Pubblicata in data: 04/02/13

Milano, 2013. È una sera d'inverno come tante, l'aria è tersa e il freddo di gennaio penetra lentamente nelle ossa, i volti distratti della folla lungo le vie della città illuminata esalano vapori bianchi e distanti. Un solo indizio, “Fantasma”, e un misterioso invito scritto a mano su un foglietto di carta ingiallita ci conducono nei pressi di un antico palazzo che dall'alto dei suoi undici piani ci scruta con aria solenne, come se volesse ricordarci gli orrori ai quali è stato chiamato ad assistere nel corso di questi lunghi secoli. Ad attenderci all'ingresso è un maggiordomo canuto e silenzioso che ci esorta ad accomodarci in un piccolo salotto impregnato dell'odore nauseabondo del tabacco. I titoli di testa scorrono, le immagini di una pellicola in bianco e nero si susseguono su un vecchio apparecchio televisivo. Una stanza in penombra, austera e disadorna, una sinfonia spettrale in sottofondo, la cantilena di una bambina che echeggia tra le mura. Chissà, forse è solo frutto della la nostra immaginazione... I nostri ospiti siedono su un divano in velluto rosso damascato, tre figure dall'aspetto riflessivo e decadente che, come nei migliori racconti di Poe, ci offrono un bicchiere di vino e ci invitano a sedere con loro, perché la storia che stanno per raccontarci è una di quelle storie dalla trama torbida, in cui le voci dei personaggi dialogano tra loro attraverso i flussi di epoche distanti. Lo sguardo da pensatore e il sorriso compiaciuto nascosto sotto la barba del leader di questo tenebroso trio chiamato Baustelle ci rassicurano, perché “certi inverni freddi, certi guai” continuano a farci paura. Eppure i padroni di casa iniziano a parlare... l'atmosfera si riscalda e noi non temiamo più. In questa storia intrisa di morte la speranza è una flebile fiamma che rimane accesa in una notte di bufera, un timido raggio di luce che sferza la coltre di nuvole dell'autunno, illuminando le foglie secche sparse lungo i viali del cimitero monumentale, come per ridar loro la vita crudelmente sottratta dallo scorrere inesorabile del tempo.

Francesco Bianconi, Rachele Bastreghi e Claudio Brasini vestono i panni dei cantori maudit e inscenano un ambivalente siparietto “gotico” per presentare al pubblico il sesto capitolo di una discografia che in passato ha scandagliato in lungo e in largo le inquietudini di una gioventù allo sbando e le insensatezze di una società depredata dei suoi valori. Un album ostico, notturno, rischioso, che abbandona inaspettatamente i drammi socio-politici all'italiana e affronta la materia ingarbugliata di un concept legato al tempo che passa, offrendo alla formazione originaria di Montepulciano la possibilità di concretizzare il salto di qualità che con il precedente “I Mistici Dell'Occidente” le era stato negato. Un album che suona coerente con se stesso dalla prima all'ultima nota, dove le canzoni sono legate da un unico, sensazionale fil rouge. Se ne scorge la presenza, che aleggia inquietante sui diciannove movimenti dell'opera, tra titoli di testa, intermezzi strumentali e titoli di coda. Un “taglio” che è un chiaro omaggio al grande cinema horror italiano degli anni 70 – tributato anche nella fotografia in copertina – ma che non si esaurisce in un apparato iconografico fine a se stesso. Il raffinato lirismo di Bianconi è infatti figlio di una sofisticata tradizione cantautorale che passa per Piero Ciampi e Fabrizio De André e incontra il languido sentimentalismo dei chansonnier francesi, chiamando a raccolta movimenti orchestrali ereditati da Morricone e dai grandi compositori del Novecento – strettamente necessaria, in questo senso, la collaborazione con la FilmHarmony Orchestra di Breslavia (Polonia), che dà vita agli arrangiamenti di Enrico Gabrielli (Calibro 35), regalando al disco il carattere ardente ed eremita dell'Europa dell'Est.

Siamo di fronte a un citazionismo aulico che evolve in un pop rock orchestrale denso di immagini e significati, lontano da tentazioni sanremesi e allo stesso tempo capace di insinuarsi nella memoria nazionapopolare grazie ad un linguaggio che, dietro tante metafore e impalcature intellettuali, trasuda autentica emozione, nel pieno rispetto del concetto wagneriano di opera d'arte totale. “Fantasma”, quindi, non è uno spiegamento di forze fine a se stesso, ma l'espressione massima della poetica baustelliana. E se le storie dei fantasmi dei giorni passati, presenti e futuri raccontate nel salotto di una magione spettrale in quel di Milano potrebbero non rivelarsi sufficienti nella corsa del disco allo status di capolavoro “pop” italiano, i Baustelle provvedono a tutto, incidendo un lotto di musiche ispirate e senza tempo, quasi un'ora e un quarto di incanti, disillusioni e malinconiche ballate per pianoforte e orchestra. Come il singolo “La Morte (Non Esiste Più)”, sospinto da progressioni di accordi cariche di spleen transalpino, l'ariosità cimiteriale di “Monumentale”, i dolorosi scenari bellici de “Il Finale”, ispirata alla figura di Olivier Messiaen, compositore francese che il 15 gennaio 1941 suonò il suo “Quartetto per la fine del Tempo” nel campo di lavoro nazista di Görlitz in cui era stato internato, di fronte a un pubblico di sole guardie e prigionieri. O, ancora, l'omaggio a Edoardo De Angelis, cantato in un dialetto romanesco pieno di nostalgia, in “Contà L'inverni”, gli spaghetti western di “Cristina”, il manifesto dell'amarezza nascosto tra le bellissime liriche de “Il Futuro”, il brano che più di tutti rende gloria ad una delle formazioni italiane più trasversali degli ultimi decenni.

Abbiamo ascoltato la storia, e ora vogliamo lanciarci in una previsione: il “Fantasma” dei Baustelle manterrà fede alla sua “maledizione” e tornerà ad infestare le notti di tanti ascoltatori solitari negli anni a venire, puntando il dito contro tutta quella musica che troppo spesso ha perso di vista il potere devastante della parola, per piegarsi alle regole di un'arte trasfigurata, senza volto e senza voce. E, in qualche modo, la musica dei Baustelle tornerà a parlare a tutti loro d'amore, “nonostante la stagione che verrà”...





01. Fantasma (Titoli Di Testa)
02. Nessuno
03. La Morte (Non Esiste Più)
04. Nessuno Muore
05. Diorama
06. Primo Principio Di Estinzione
07. Monumentale
08. Il Finale
09. Cristina
10. Fantasma (Intervallo)
11. Il Futuro
12. Secondo Principio Di Estinzione
13. Maya Colpisce Ancora
14. L’orizzonte Degli Eventi
15. La Natura
16. Contà L’inverni
17. L’estinzione Della Razza Umana
18. Radioattività
19. Fantasma (Titoli Di Coda)

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