Baustelle
Amen

2008, Warner
Pop Rock

Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 28/01/13

Se con il precedente “La Malavita” i Baustelle hanno scoperto il sinfonismo ed il gusto per un tragico romanticismo, con il successivo “Amen”, quarto inciso in studio, la formula classica si perfeziona ulteriormente (ascoltate gli intensi bridge dal Bach citato non a sproposito in “L”, oppure la rapsodia drammatica di “La Vita Va”), ma senza indulgere troppo nel sentimentalismo. Se è pur vero che, a livello sonoro, le differenze rispetto al lavoro precedente sono minime (e, si dirà in futuro, destinate a scomparire del tutto), con “Amen” vi è un abisso a livello tematico tra quello che possiamo considerare uno dei dischi più brillanti della band toscana (il capolavoro assoluto della discografia attuale per il sottoscritto) e la band di “un romantico a Milano” che con rassegnazione dichiara che “la guerra è finita”.

“Amen”, difatti, è opera che si concentra maggiormente sugli stilemi pop contemporanei, tracciando quadri lirici che, nonostante la leggerezza dei temi, non perdono un milligrammo in sagacia e feroce acume, consacrando Francesco Bianconi come uno dei parolieri ed interpreti più brillanti del panorama contemporaneo italiano. Basta ascoltare il disagio giovanile del singolo della celebrità popolare “Charlie Fa Surf” (MTV, evidentemente, non aveva capito appieno il testo all’epoca della heavy rotation su TRL…), oppure la denuncia socio-politica di “Il Liberismo Ha I giorni Contati” (totalmente fallimentare all’uscita del brano, in realtà profetica nell’inquadrare con precisione chirurgica l’attualità di questi giorni) e il dissacrante paesaggio urbano ed umano totalmente milanese di “Antropophagus” (“There is no sushi, no Corso Como!”). Musicalmente, invece, siamo di fronte nuovamente ad un omaggio spudorato al pop sia dei ‘60s (il divertissement da domenica pomeriggio di Raiuno nel 1964 in bianco e nero di “Panico!”, il barocco e la svenevole interpretazione della Bastreghi su “Dark Room”) che alla disco funky dei ‘70s (“Baudelaire”, forse il pezzo più elaborato del lavoro, e la già citata “Antropophagus”), riletti con una sensibilità rock ed elettronica che si rifà ai giorni nostri, in un arrangiamento che forse non salva né salverà mai i Baustelle dalla loro retromania, ma che ciononostante ha contribuito a rendere la band una delle realtà più solide ed apprezzate nell’Italia del nuovo millennio. Ironicamente, gli unici momenti deboli di un’opera che si dimostra a dir poco abbagliante ed entusiasmante, sono gli episodi in cui si cede alle lusinghe del cantautorato più puro (“Alfredo”, “L’Uomo Del Secolo”), e non è nemmeno una questione di ritmi e tempi, sicché la ballad romantica “L’Aereoplano”, nella sua disarmante “semplicità”, risulta tremendamente efficace; piuttosto, è come se l’elemento di complicazione fornito dal cantautorato “rovinasse” un disco che, invece, nasce e si sviluppa come un missile in traiettoria lineare che viaggia sulle velocità supersoniche di una melodia sempre vincente, di un’orchestra intensa e di ottoni splendenti e roboanti. 

Premiato nel 2008 con la Targa Tenco come miglior disco, “Amen” è in effetti un’opera davvero imprescindibile per chiunque abbia a cuore il desiderio di comprendere ed assimilare il panorama contemporaneo italiano del pop rock di qualità. E poco importa se, tradendo il nome che porta, “Amen” è un’opera che non ha iniziato  né concluso nulla sulla linea dell’evoluzione stilistica della band; a volte, basta un ritornello come quello su “Colombo” per fare la differenza. E così sia.




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