Muse
The 2nd Law

2012, Warner Music
Rock

A questo punto, che il bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto ha ancora importanza?
Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 27/09/12

Bisogna decisamente tributare un lungo e sincero applauso ai Muse – ed al loro entourage – per averci fatto credere per mesi che questo “The 2nd Law”, sesto inciso in carriera, sarebbe stato un disco dubstep. Invece, sorpresa delle sorprese, la deriva elettronica praticamente l’abbiamo già sentita tutta nelle anteprime che ci sono state concesse nelle settimane scorse, in quella “Unsustainable” dove Hans Zimmer va a fare il dj a casa di Skrillex, ed in quella “Madness” già pomo della discordia tra i fan, dove tra i detrattori serpeggia forte la condanna di tradimento per il solo fatto di avere usato l’elettronica come elemento portante della melodia, salvo ignorare sordamente che il crescendo della struttura armonica è tipicamente “musiano”, quindi più che tradimento si tratta, pensate un po’, di sana provocazione. Sempre i delusi vi diranno che “Survival” (anticipata dalla breve intro strumentale “Prelude”, necessaria per scaldare l’orchestra), è un plagio spudorato ai Queen, come se questa fosse una novità (avete presente “Soldier’s Poem” ed “United State Of Eurasia”, giusto per dirne due?) e come se questo fosse l’unico saccheggio del disco, visto che oltre a Chopin (a voi capire dove accade stavolta…), qui ritroviamo anche gentili “omaggi” allo spirito funky soul che muoveva ferocemente il primo Michael Jackson (“Big Freeze” e - soprattutto - “Panic Station”).

Quindi, a questo punto si potrebbe ragionevolmente pensare che a queste stesse persone dovrebbe creare sollievo leggere che i Muse omaggiano simpaticamente anche loro stessi, visto che nell’apertura di “Supremacy” torna il nervo isterico - con tanto di intensissimo duello finale di chitarra vs. falsetto vertiginoso - che caratterizzava gli albori della band, tanto che - al netto di sinfonismi a dir poco megalomani - questa traccia potrebbe benissimo essere uscita da “Origin Of Symmetry”, per non tacere dell’accomodante senso di déjà-vu che innescherà l’ascolto di “Follow Me” e “Animals”, dove torna la cosmicità di “Absolution”, con il quid della chiusura emo alla 30 Seconds To Mars la prima, e della chitarra ‘70s prog la seconda. Invece no, probabilmente i disfattisti urleranno contro Bellamy & soci il fatto di non sapere evolvere da loro stessi, promettendo a destra e a manca improbabili evoluzioni stilistiche che, alla resa dei conti, mancano clamorosamente e sistematicamente.

Ma allora, qual è la verità?

La verità è che "The 2nd Law" è un’opera decisamente sbilanciata e chiaramente fuori fuoco, dove gli elementi sono sovrabbondanti in numero, e per questo tutti indistintamente, scarsamente approfonditi. Che è un disco dove i momenti migliori arrivano quando ti dimentichi che stai ascoltando i Muse, e questo può succedere negli episodi maggiormente electro o Michael Jackson-alike, ma anche sui toni solenni - al limite dello shoegaze - di una “Save Me”, o sul nervo punk di “Liquid State”, brani non a caso affidati alla voce del bassista Chris Wolstenholme (leggi l'intervista) e che ci fanno anche capire, come perfetto rovescio della medaglia, che il buon Chris è decisamente meglio se si limita a suonare il basso.

“The 2nd Law” è un disco che pone interessanti presupposti sin nella quartina iniziale, quando di contro, negli ultimi sei anni, il Nostro power trio presentava come biglietti da visita Marilyn Manson che voleva insegnarci a tutti i costi il gioca jouer (“Uprising”) o canzoni che sembravano trafugate dall’hard disk di Alessandra Valeri Manera e per errore non destinate all’ennesima sigla di Cristina D’Avena (“Starlight”). “The 2nd Law”, infine, è inciso che cerca di tenere fede in tutti i modi a ciò che il suo altisonante titolo sottintende (il secondo principio della termodinamica, riassumibile brutalmente e con molta poca esattezza come la naturale tendenza dei corpi a trovare il loro naturale equilibrio) fallendo nella missione con brani che hanno la chiara sensazione del preliminare troppo lungo, per un coito decisamente breve e dall’orgasmo neanche assicurato.

Nella confusione generata da tutti questi elementi, noi suggeriamo una soluzione piuttosto pacificatrice, e vi diciamo che l’ultima fatica del power trio britannico è un deciso passo avanti rispetto a “Black Holes And Revelations” e “The Resistance”, ma ancora lontana dalla brillantezza e dal genio di un “Origin Of Symmetry” e di un “Absolution”. Un primo, timido segnale di ripresa da parte di una band che deve ancora dimostrare di meritare tutti i gradi e le onorificenze di cui è stata insignita.

A questo punto ci chiediamo e vi chiediamo: che il bicchiere sia ancora mezzo pieno o mezzo vuoto ha ancora importanza?





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