Linkin Park
Living Things

2012, Warner Music
Alternative Rock/Elettronica

Disfatta completa o salto di qualità decisivo?

Recensione di Andrea Mariano - Pubblicata in data: 06/08/12

Partiti come gruppo di ragazzi poco più che ventenni desiderosi di sfogare la propria voglia di crossover e nu metal sulla scia già tracciata dai più maturi come Limp Bizkit, in dodici anni di pubblicazioni i Linkin Park hanno avuto un cambiamento artistico e musicale non indifferente, merito anche del produttore pluricelebrato Rick Rubin, il quale li ha traghettati su lidi più rock e maggiormente radio-friendly. Dopo l’interessante seppur altalenante “A Thousand Suns”, gli americani compiono un piccolo balzo in avanti ed un passo indietro. Non hanno quindi compiuto miglioramenti significativi?


Per dare una risposta soddisfacente al quesito, “Living Things” deve essere ascoltato tutto d’un fiato e piuttosto attentamente. L’ultimo nato dei Linkin Park è uno di quei dischi che se ascoltati in maniera frettolosa può solo irritare, trovando al massimo due o tre brani buoni che inevitabilmente coincidono coi potenziali singoli (la tripletta iniziale composta da “Lost In The Eco”, “In My Remains” e “Burn It Down”). Nella commistione di elettronica, campionamenti a volte martellanti e nelle inaspettate sferzate alquanto violente di strumenti più “tradizionali” trovano conferma le parole di Mike Shinoda quando, per presentare l’album in esame, affermava nei mesi scorsi di aver stabilito una sorta di “connessione” con l’esordio “Hybird Theory”. Attenzione però: Chester Bennington e soci non hanno riabbracciato la furia sonora e giovanile degli esordi, quanto piuttosto l’energia intrinseca alla furia stessa, metabolizzandola e rielaborandola secondo il gusto e la mentalità odierna (d’altronde i Nostri non hanno più vent’anni). Questo costituisce il piccolo balzo in avanti cui sopra: in un certo senso, “Living Things” è l’album che più si avvicina all’animo originario della band, dato che l’elettronica, pur rimanendo padrona della scena, spesso si innesta molto meglio che in passato con gli strumenti più tradizionali, questi ultimi finalmente tornati a respirare un po’ di più.


Ovviamente la produzione è ottima, tutto è studiato nei minimi dettagli, anche se onestamente in alcuni punti un minor uso di auto - tune sarebbe stato molto gradito. Tutto bene quindi? No, perché ora dobbiamo parlare del passo indietro compiuto, o meglio, del passo in avanti mancato. A fronte di un sapiente recupero degli elementi che avevano caratterizzato i primi Linkin Park e di una conseguente lodevole genuinità, parte dell’album soffre di una inconsistenza di fondo marcata. La prima metà si regge su potenziali singoli e sull’evocativa “Castle Of Glass”, ma non cattura l’attenzione dall’inizio alla fine in maniera costante; la sorprendente seconda parte, decisamente più evocativa ed ispirata, ha in sé “Until It Breaks”, brano sì ben concepito, ma che stilisticamente spezza un po’ troppo l’atmosfera altrimenti suggestiva che culmina con la bella e conclusiva “Powerless”.


A conti fatti, i Linkin Park hanno trovato un buon equilibrio sonoro e stilistico, magari non ancora perfetto fino all’ultimo dettaglio, ma decisamente convincente. Tutto ciò purtroppo non coincide con una solidità strutturale a livello di album che invece al quinto capitolo discografico ci si aspetterebbe. Non pessimo, non un capolavoro. Soprattutto, non quel passo in avanti così decisivo come ci si sperava. “Living Things” rimane un disco godibile, ma dopo qualche tempo qualcuno di voi non si dovrà sorprendere molto se riporrà il CD sulla mensola, o se lascerà gli mp3 lì, da qualche parte nell’hard disk.





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