Muse
Origin Of Symmetry

2001, Taste/Warner
Alternative Rock

Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 01/08/12

C’è un buon motivo se il power trio britannico Muse è considerato una delle band più egocentriche sulla faccia del pianeta Terra, e quel motivo si chiama “Origin Of Symmetry”. A due anni dall’esordio di “Showbiz”, i Nostri capiscono il concetto basilare che i Radiohead sono i Radiohead, mentre i Muse sono i Muse, ed abbandonano, quindi, le inutili cerebralità che appesantivano – e non di poco – il parto precedente e, prendendo le caratteristiche distintive che facevano capolino sui singoli del passato (“Muscle Museum” su tutti), la band ha costruito la classica opera monumentale in grado di definire con precisione, decisione, e carattere (o ego) la personalità di una formazione.

La chiave di volta fu di portare in avanti la fascinazione classica del frontman Matthew Bellamy il quale ha infuso, in ogni singola nota dell’inciso, uno smaccato spirito barocco senza incedere nel barocchismo. Ecco, quindi, melodie spiritate da scale ascendenti e discendenti - ossessive ed in terzina (vero e proprio marchio di fabbrica della band da ora in avanti), rondò, rapsodie ed ogni elemento del XVII e XVIII secolo in musica qui infuso in strumenti moderni quali synth e chitarre elettriche, in un’inedita rilettura dell’alternative rock made in Britain che stava oramai facendosi strada sullo scheletro del brit pop. Su tutto, poi, la voce di Bellamy (altra unicità distintiva) impegnata quasi costantemente in falsetti in crescendo di livello inaudito, tanto che sia nella conclusione di “Plug In Baby” che nella magnifica “Microcuts” si stenta quasi a credere a quanto “in alto” si possa arrivare in tensione vocale all’interno della stessa composizione. Dalla fusione di questi elementi – in cui è bene non tenere fuori neanche l’agitata sezione ritmica di Dominic Howard e Chris Wolstenholme – scaturisce un’opera di nervo, una tensione continua che irrompe nel riffing dell’incipit neoclassico per piano e voce di “New Born” (quasi come una splendida violenza carnale nei confronti del timpano), e si placa solamente nell’epicità assoluta dell’organo di “Megalomania” (vedete? Persino i Muse lo sanno benissimo di essere megalomani), passando nel mezzo per il sogno sintetico di “Bliss”, il giro di chitarra oramai storico della già citata “Plug In Baby”, la sospensione di “Space Dementia” e la rilettura del progressive rock inglese (mai così moderno) di “Citizen Erased”. Diamine, persino un classico degli anni ’60 come “Feeling Good” di Cy Grant risulta incredibilmente vitale nell’anacronistica lettura da parte dei Muse!

Una Versailles lanciata con velocità supersonica in un tour tra Urano e Nettuno: ecco cosa è “Origin Of Symmetry”, disco posseduto da un’energia rock ultraterrena destinata a vibrare a lungo tra le scintille di questa cometa impazzita. Non solo, va anche aggiunto che è opera – ahinoi – ancora ineguagliata per potenza, ispirazione ed incisività nell’attuale discografia Muse, i quali firmano il loro capolavoro impedendo a noi critici di usare la parola “Queen” anche solo una volta in questo articolo. E speriamo che Matthew Bellamy & soci si ricordino nuovamente di quanto bene hanno fatto in questo passato, quando decisero di chiudere il loro mondo musicale ad ingombranti influenze esterne, consentendoci di poter guardare con autentica meraviglia allo splendore che appartiene all’anima musicale di questo trio che, se è pur vero che oggi è riconosciuto più per la sua capacità di svendersi ai trend del momento, una volta faceva palpitare i cuori unicamente con la potenza delle sue più sincere note.




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