Eric Clapton
Me and Mr. Johnson

2004, Reprise Records
Blues

Recensione di SpazioRock - Pubblicata in data: 21/07/12

Recensione a cura di Matteo Ravasio

 

Robert Johnson è una figura i cui contorni sfumano nella leggenda. Quello che di lui si sa è incerto o sorprendente, e ancora più intrigante è quello che di lui non si conosce. Musicista dalla notevole tecnica, egli ha saputo incidere in ventinove registrazioni molto più di alcune canzoni. Con quel pugno di brani era infatti consacrata per sempre l'immagine del blues. Grezzo, schietto, dal fondo dell'anima e dritto al cuore. Johnson è inoltre una figura importante per come ha suonato, ma anche per come è vissuto (e morto): la sua fama di donnaiolo, l'amore per il whisky, la leggenda del patto con il diavolo per acquisire la sua abilità tecnica straordinaria, la misteriosa morte. Tutti i temi e le ossessioni del blues, del rock e del metal degli anni a venire erano già lì, nel Mississippi degli anni '30.

Eric Clapton ha atteso molto tempo prima di dedicare ad un musicista di simile impatto un disco intero. Anche per un chitarrista di fama consolidata, riproporre le canzoni di Johnson è una sfida notevole. "Me and Mr. Johnson" è il risultato di questa sfida, che non possiamo dire Clapton abbia vinto. Lasciamo però a dopo le critiche ed iniziamo presentando il contenuto del disco. Esso contiene quattordici tracce, cover di altrettante canzoni di Johnson. La scelta è interessante. A costo di escludere brani celeberrimi quali "Sweet Home Chicago", Clapton lascia spazio a canzoni meno note ma di grande spessore musicale. Su tutte spicca "Hellhound On My Trail", di certo non sconosciuta, ma che sicuramente potrebbe essere più nota. Alcuni tra i momenti più riusciti sono le movimentate versioni di "They're Red Hot" e "If I Had Possession Over Judgement Day". In più frangenti si apprezza la qualità indiscutibile dei musicisti coinvolti nel progetto. Gli arrangiamenti sono relativamente vari, e vanno dal blues acustico (pregevole quello di "Me And The Devil Blues"), all'elettrico, con un utilizzo di strumenti quali il piano e l'armonica a bocca. La tecnica della chitarra si è evoluta nel frattempo in modo incalcolabile. Un confronto tra Johnson e Clapton è pertanto privo di ogni ragionevolezza. Sarebbe stato però interessante un uso più spregiudicato dello slide, che era uno dei tratti distintivi della tecnica di Johnson, e che invece nel disco compare raramente. L'intento non è dunque – e qui tocchiamo uno dei punti cruciali circa il giudizio in merito al disco – quello di una ricostruzione filologica: suonare Johnson come Johnson, Clapton non lo vuole fare, e probabilmente nemmeno potrebbe. Eppure non cerca nemmeno di stravolgerlo completamente. Egli si mantiene nell'ambito di una esecuzione blues “standard”, che – per quanto estremamente curata – rimane un poco anonima. "Hellhound On My Trail" è forse emblematica in questo senso. La registrazione di Robert Johnson è capace di mettere i brividi. La voce del bluesman sembra giungere direttamente da un polveroso portico di una casa sperduta e vuota, in una sera afosa che prelude ad un temporale. “I can feel the wind is rising/leaves trembling on the trees”, canta Johnson con una voce piena di angoscia. La versione di Clapton a confronto sembra il jingle di una pubblicità. In generale, manca quella forza dirompente che ogni sentimento riceve  passando per la chitarra e la voce di Johnson. Quella sensazione di un male imminente che incombe, così forte in molti dei suoi blues, è del tutto assente dal disco di Clapton. Le cose vanno meglio con le canzoni più “allegre”, di cui "Slowhand" riesce a rendere in modo più adeguato l'atmosfera.

Ma ora dobbiamo anche dire che questo disco ha dei pregi. Il primo è tra i motivi stessi che hanno condotto il suo autore a realizzarlo: con questo lavoro, oltre omaggiare l'artista che più lo ha influenzato, Clapton voleva cercare di avvicinare gli ascoltatori moderni ad un tipo di musica che suona irrimediabilmente vecchio: il blues del Delta, e in particolare quello di Johnson. Un secondo pregio è la capacità di mostrare quante direzioni musicali fossero impresse in quelle canzoni all'apparenza così simili. Ascoltare gli arrangiamenti differenti in cui vengono proposte quelle canzoni inizialmente concepite per sola chitarra e voce, può contribuire a dare l'idea di quanta parte della storia del blues si sia sviluppata da quelle registrazioni. Faremmo torto a troppi altri bluesmen se dicessimo che il blues è nato con Johnson, ma faremmo un torto a Johnson se negassimo che lui è stato la figura più importante per l'affermazione di questo genere.

Il giudizio finale in merito al disco non può che tenere conto delle riserve espresse, ma le ultime considerazioni ci suggeriscono una nuova attenuante: Johnson è la Bibbia, e il disco di Clapton è solo una delle sue innumerevoli interpretazioni. Non era certo nelle sue intenzioni produrre una versione migliorata di quelle registrazioni, bensì di mostrare come ancora una volta quelle canzoni sappiano parlare alla modernità. Un tentativo da perfetto esegeta della Bibbia, nelle intenzioni. Alla prova dei fatti sembra che proprio il contatto con la modernità manchi a questi arrangiamenti, che si mantengono in un decoroso anonimato.





01. When You Got A Good Friend

02. Little Queen Of Spades

03. They're Red Hot

04. Me And The Devil Blues

05. Traveling Riverside Blues

06. Last Fair Deal Gone Down

07. Stop Breakin' Down Blues

08. Milkcow's Calf Blues

09. Kind Hearted Woman Blues

10. Come On In My Kitchen

11. If I Had Possession Over Judgement Day

12. Love In Vain

13. 32-20 Blues

14. Hell Hound On My Trail

Intervista
Powerwolf: Matthew Greywolf

Speciale
Le performance indimenticabili di Chris Cornell

Intervista
Rockin'1000: Mariagrazia Canu

LiveReport
Iron Maiden - Legacy Of The Beast Tour - Trieste 17/07/18

LiveReport
Pistoia Blues Festival: Supersonic Blues Machine feat Billy F. Gibbons & More - Pistoia 15/07/18

Intervista
MR BIG: Eric Martin