Satyricon
Nemesis Divina

1996, Moonfog Productions
Black Metal

Recensione di Lorenzo Brignoli - Pubblicata in data: 07/07/12

Millenovecentonovantasei. Anni d’oro li chiamano, irripetibili per loro stessa natura, essendo a loro modo storici, difatti in termini musicali, è come se fosse passata un’era glaciale. Nonostante questo, proprio come ogni opera d’arte che si rispetti, certe cose non passano mai di moda: eccovi quindi “Nemesis Divina”, per alcuni (non il sottoscritto, per la cronaca) l’ultimo album degno di nota dei Satyricon, per molti il loro parto migliore, per (quasi) chiunque uno dei dischi di Metal Estremo più importanti mai pubblicati.

Satyr e Frost è un binomio simbolo del Black Metal, secondo per fama forse solo a quello dei loro amici Darkthrone, alias Fenriz e soprattutto Nocturno Culto, lo stesso che troviamo in Nemesis Divina alla chitarra ritmica sotto lo pseudonimo Kvedulv.  Mi rendo conto che il tenero quadretto non è la metafora più indicata in una recensione di un disco seminale per il Black Metal, ma con una line-up così, non poteva che venir fuori uno dei capolavori di questo genere, che, appena messo nel lettore, si presenta così:

 “This is Armageddon”

Una sorta di monito, come a dirvi, questo è Black Metal, e non si scherza. Ma i Satyricon, anche nel periodo in cui erano più ligi alle regole (se così possiamo chiamarle) di questo genere, non sono mai stati un gruppo minimalista; certo cattivo, e pure apparentemente misantropo come vuole il copione ma sempre in grado, come per ogni grande band, di porre un marchio inconfondibile sulla propria musica. Questo passa dal timbro vocale di Satyr, al suono unico della batteria di Frost  o ancora dagli spunti folk al riffing che trasuda malvagità, il connubio tra questi ha la sua apoteosi in “Mother North” la canzone simbolo non solo della band ma, mi sentirei di dire, anche del Black Metal: lo è per il testo, per la rabbia e la disperazione che affiora, per i sentimenti che scatena in chi l’ascolta. Un vero e proprio inno, che si erge ad alfiere di un genere ormai d’altri tempi, una canzone-simbolo sia grazie alla rabbia del suo testo che alla malinconia delle sue melodie, semplicemente da brividi.

Ci sono vari motivi per cui stiamo parlando di un album straordinario ma tra tutti si erge il fatto che, pur essendo l’ideale continuazione di quanto mostrato dai Satyricon nei due capolavori precedenti, “Nemesis Divina” è allo stesso tempo diverso, o meglio, complementare. Certo, è più maturo e meno impulsivo di “Dark Medieval Times”, ma comunque ne condivide la stessa aura medievaleggiante, è meno carico d’odio di “The Shadowthrone” ma resta  maligno nelle sue melodie; di fatto costituisce e chiude una trilogia con questi due album, ineguagliabile, irripetibile.

Superfluo sottolinearlo ma se si parla di capolavoro significa che nemmeno un minuto è da scartare, come ad esempio dimostra l’altro anthem del platter, “The Dawn of a New Age”, con la sua sopracitata intro malvagia e i ritmi serrati, scanditi dalla prova, sopra le righe, di Frost; oppure “Forhekset “, la più folkeggiante del lotto e non a caso cantata in norvegese. E poi, impossibile dimenticarsi la furia di "Du Som Hater Gud", le aperture melodiche di “Immortality Passion”, o ancora la rabbia sfogata dalla title – track e le atmosfere sinistre disegnate dalla strumentale conclusiva, “Transcendental Requiem of Slaves”.

Sì, alla fine le ho dovute citare tutte, e non poteva essere diversamente. Altri tempi, altri Satyricon, beato chi ha potuto viverli dal vivo e non se li è fatti raccontare.



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