Sigur Ros
Meš Suš ķ Eyrum Viš Spilum Endalaust

2008, EMI
Post Rock

Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 19/05/12

Contrasto è una parola che, ossessivamente, insegue l’ascoltatore durante i 56 minuti di durata di questo “Með Suð í Eyrum Við Spilum Endalaust”, quinto inciso in studio a firma Sigur Rós.

Il contrasto di una band che, da sempre portabandiera della semplicità, della genuinità e della spontaneità, si ritrova ad assoldare un produttore assai quotato come Flood (!) per registrare il disco tra sì la natia Islanda ed i mitici Abbey Road Studios di Londra, ma anche gli Stati Uniti D’America e Cuba (!!!). Il cosiddetto “fare le cose in grande”, simbolo di pura ostentazione da post-trionfo di “Takk…”. E non è affatto un caso se, proprio a partire da questo inciso, i Nostri introducono nel loro essere in arte orpelli sinora considerati inutili quali i costumi di scena.

Contrasto nel risultato sonoro dell’operazione, poiché “Með Suð…” si apre con una prima parte che presenta un’inedita sferzata pop-folk del sound sigurrósiano, una solarità ed una leggerezza abbagliante che, di contro, si oppone ad una chiusura di carattere maggiormente atmosferico e riflessivo, in linea con la produzione post-“()” della band islandese. “Festival”, in questo senso, è brano totalmente emblematico di questa ambivalenza, visto che l’attesa al crepuscolo dell’apertura del parco giochi dettata dall’organo e dalla voce diviene, non troppo presto, una baraonda sonora festosa e travolgente.

Neanche a farlo apposta, in entrambe le squadre gli esiti sono - indovinate ? – contrastanti: se da una parte abbiamo delle vere e proprie gemme di rara bellezza come la pura gioia trasmessa dal battito di mani e dallo xilofono di “Inní Mér Syngur Vitleysingur” o – per contro – il dramma orchestrale e corale che, in pieno mood cinematografico, porta a grande commozione in “Ára Bátur”, d’altro canto abbiamo brani – la quasi totalità del disco – che non sfiorano minimamente le vette compositive del quartetto islandese raggiunte con gli ultimi dischi, anzi: risultano incredibilmente ignorabili, o, più semplicemente, mediocri.

Non è, quindi, la discontinuità il grande cruccio che affligge questo inciso, quanto l’insinuante, quanto netta, impressione che i Sigur Rós abbiano come smarrito la loro identità, quel tratto unico che, da “Ágætis Byrjun” in avanti, ha saputo caratterizzare in modo così unico il post-rock degli islandesi. Sembra quasi di trovarsi, per contro, di fronte ad una precisa volontà di accessibilità ed uniformità assai poco naturale, che rende tutto piuttosto sfiancante. E, se è pur vero che pesanti ombre cominciano ad allungarsi a partire dai solchi ottici di questo disco, è altrettanto certo che la speranza non va del tutto abbandonata, poiché è nello struggimento di una ballata per pianoforte di rara sensibilità quale “Fljótavík” che capiamo che non tutto è perduto, che i Sigur Rós in grado, con poche ed efficaci note, di rendere concetti emotivi di enorme ampiezza sono ancora lì, soffocati sotto tonnellate di opulenza ridondante (altro che gli uomini nudi che corrono incontro alla natura come rappresentato nella cover).

D’altronde, nella natura umana che contraddistingue chiunque – anche gli artisti più geniali – viene sempre il momento di confrontarsi con un momento di debolezza. L’importante è uscirne a testa alta, ed è in questo senso che il prossimo, imminente, disco a firma Sigur Rós assume un’importanza a dir poco capitale. Attendiamo fiduciosi, poiché le premesse – ahinoi – non paiono essere propriamente entusiasmanti...




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