Steven Wilson - To The Bone Tour 2018
25/06/18 - Teatro Romano, Verona


Articolo a cura di Federico Barusolo
Continua il lungo peregrinare di Steven Wilson e la sua band nel lungo "To The Bone Tour" e - così - fresco fresco di esperienza all'Hellfest Open Air 2018, l'artista britannico ha fatto ancora una volta gradito ritorno nel nostro Paese. Il tour è infatti giunto a Verona lo scorso lunedì (25 giugno), dove ha fatto tappa prima di ripartire alla volta di Nichelino (TO) e delle restanti date europee.


C'è da dirlo, per quando riguarda la scelta della location, mr. Wilson (o chi per lui) si dimostra sempre un bongustaio. Questa volta è infatti la splendida cornice del Teatro Romano di Verona a fare da contorno a quella che si presenta come un'autentica immersione totale nell'universo progressive (e non solo) del musicista. Per di più, la serata si preannuncia perfetta, con una leggera brezza ad allietare i presenti ed una luna quasi piena a sorvegliare il centro della città veneta.

 

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Sono le 20 in punto quando i cancelli si aprono al grande quantitativo di fan di tutte le età, che stavano formando una consistente colonna sul marciapiede del Lungadige adiacente e iniziano ora man mano a colmare quasi interamente platea e gradinata. Un'ora più tardi, dopo la consueta introduzione tramite immagini sul grande schermo che ha contraddistinto l'intero tour, ecco spuntare la band, che imbraccia gli strumenti e apre la serata con una doppietta di brani dall'ultimo "To The Bone": "Nowhere Now" e "Pariah".


La tecnica e l'affiatamento dei cinque musicisti in scena iniziano da subito a costruire l'intensa atmosfera di sensazioni multimediali che contraddistingue, da un bel po' di tempo a questa parte, gli show di Steven Wilson: un universo di musica, immagini e colori di cui il frontman si serve per comunicare direttamente al pubblico. Oltre alle parole, certo. Le parole colme di humor inglese attraverso le quali interloquisce a più riprese con gli spettatori, ad esempio chiedendo a tutti di palesare il proprio entusiasmo, perché "con tutto il rispetto per questi artisti, non siamo ad un concerto di Eric Clapton o Simon & Garfunkel. Siamo pur sempre una sexy rock n' roll band!" e poi apostrofando la conseguente entusiasta reazione: "Molto italiano da parte vostra".


La prima parte dello show si dimostra come al solito travolgente e mette in scena pezzi da novanta del capolavoro "Hand. Cannot. Erase." come "Home Invasion/Regret #9" - nella quale Adam Holzman (tastiere) e Alex Hutchings (chitarra) salgono in cattedra con il meglio del loro repertorio tecnico - e "Ancestral", occasioni anche per vedere Nick Beggs alle prese con il suo meraviglioso Chapman Stick. Tra questi due brani trova poi spazio il primo accenno ai Porcupine Tree della serata ("The Creator Has A Mastertape"), oltre all'esecuzione di "Refuge" e "People Who Eat Darkness", le cui tematiche trovano luogo e tempo adatto per scuotere emotivamente gli animi dei presenti. Wilson trova anche il tempo di presentare la sua Telecaster elettrica al pubblico sotto ai 25 anni, provocando altri sorrisi in platea.

 

Quindici minuti di pausa e la band è di nuovo in scena e apre la seconda parte dello spettacolo con quella che è una perla recentemente recuperata dalla discografia dei Porcupine Tree, "Arriving Somewhere But Not Here". Anche "Lazarus" viene riproposta, all'interno di un corpo centrale composto da una selezione di pezzi di "To The Bone". Il frontman ricorda la distinzione tra "pop music" e "popular mainstream" prima di chiedere alla folla di alzarsi in piedi per scatenarsi sulle note pop di "Permanating", passa (anche se un pochino a stento) l'esame del falsetto in "The Same Asylum As Before" e introduce il contenuto tematico di "Song Of Unborn" (che potete trovare nella nostra intervista), prima della sua toccante esecuzione.

 

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L'energia del riff di "Vermillioncore" e i deliri di "Sleep Together" fanno poi esplodere il teatro, che i cinque musicisti lasciano per la penultima volta tra le urla, in attesa dell'encore.


Sul palco si ripresentano i soli Wilson e Holzman, proponendo in questa formazione "Postcard", pezzo storico del quale il cantante stesso confessa di trovare incredibilmente deprimente il testo, e "Blackfield", rara presentazione di un gioiellino dell'omonimo side-project, prima che i restanti membri ritornino per il gran finale. "The Sound Of Muzak" dei Porcupine Tree e "The Raven That Refused To Sing" hanno il compito di chiudere la serata, strappando gli ultimi applausi e le ultime grida ad un pubblico estasiato da oltre due ore e mezza di ottima musica, uno spettacolo totale che non può non aver travolto in pieno soprattutto chi per la prima volta assisteva ad un live di mr. Steven Wilson.

 

"Don't be afraid to die
Don't be afraid to be alive"

 

 

Setlist:

Set 1
Nowhere Now
Pariah
Home Invasion
Regret #9
The Creator Has a Mastertape (Porcupine Tree)
Refuge
People Who Eat Darkness
Ancestral

Set 2
Arriving Somewhere but Not Here (Porcupine Tree)
Permanating
Song of I
Lazarus (Porcupine Tree)
Detonation
The Same Asylum as Before
Song of Unborn
Vermillioncore
Sleep Together (Porcupine Tree)

Encore:
Blackfield (Blackfield)
Postcard
The Sound of Muzak (Porcupine Tree)
The Raven That Refused to Sing

 




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