Rock The Castle 2019 - Day 1: Dream Theater and more
05/07/19 - Castello Scaligero, Villafranca di Verona (VR)


Articolo a cura di Cristina Cannata

Si ringrazia Federico Barusolo per la collaborazione:

 

Nessun luogo può evocare il concetto di rock meglio dell’interno di un castello.


Il Castello Scaligero di Villafranca di Verona accoglie tra le proprie possenti mura la seconda edizione del Rock The Castle, abbracciando calorosamente la fiumana di teste accorse da tutta Italia per godersi una tre-giorni dal bill di tutto rispetto e, soprattutto, per tutti i gusti.

Anche quest’anno il Rock The Castle non si smentisce e fa le cose in grande: tre giorni di musica -ciascuno a celebrare un genere diverso- affidati a mastodontici nomi, supportati a loro volta da grandi nomi.

Il Day 1 inizia con un sole mediamente cocente smorzato da un leggero venticello che dà il benvenuto ai cosiddetti "irremovibili della prima fila", che fin dalle ore del primo mattino hanno atteso con intrepida pazienza l'apertura porte per raggiungere l'ambito obiettivo di visuale. Stoici, loro, i fan dei tempi dispari: il primo giorno del festival è infatti quasi interamente a tema progressive rock/metal, un genere il cui apprezzamento in Italia viaggia seguendo una funzione crescente. Certamente l'headliner è il nome che rimbomba maggiormente, una sorta di flauto magico che chiama a raccolta storici e fedelissimi fan, un'autorità del prog metal, un'istituzione costitutiva del genere: i Dream Theater.
 
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James LaBrie, John Petrucci e compagni sono tuttavia anticipati da band di tutto rispetto: i Tesseract con il loro sound heavy, complesso e ricercato, e gli Haken, con la loro energia ed il loro stile ecletticamente unico che convoglia in sè stesso la complessità del prog, la durezza del metal e la piacevolezza di elementi elettronici. Entrambe le band hanno affascinato così tante teste da assicurarsi show sold out in tutto il mondo. Accanto a loro anche altre band rivelazione: i giapponesi Mono, gli Inglorious e due band italiane, Kingcrow e Levania.

Onore al merito: il Rock The Castle 2019 ha un'organizzazione impeccabile, nessun appunto da fare, solo tanti complimenti. Tutto pensato nei minimi dettagli: dal vasto parco di bagni chimici alle docce con nebulizzatori, per continuare con "cose salvavita" del genere aree relax con ombra e ombrelloni, e il prato, tenuto perfettamente, che ha evitato quattro docce consecutive a fine festival per togliere via polvere dai capelli. Una vastissima offerta di cibo grazie ai diversi food-truck e acqua distribuita gratuitamente, supportata dalla lodevole iniziativa #RockTheCastleIsGreen, che includeva bicchieri riutilizzabili. In più, presente anche un'area dedicata allo shopping metal. Insomma, il medioevo è lasciato alla cornice, come suggerisce il tema del festival. Il tutto è infatti arricchito da una vera e propria rievocazione medievale che si avvale di figuranti eroici vestiti di tutto punto nonostante le temperature, per regalare qualche sorriso tra un set e l’altro.

Il palco si popola già alle 14.15, quando i temerari emiliani Levania salgono sul palco davanti ai già citati "irremovibili". L'area è ancora poco densamente popolata, ma questo non fa desistere la band che si cimenta in una performance piena di energia ma che non convince di tutto punto i presenti, un po' titubanti davanti allo standing dei musicisti, sarà per il genere proposto - più gothic che prog in sè e per sè- sarà l'assenza di picchi particolari di performance.

I Kingcrow, decisamente più in linea per quanto riguarda il tema del festival, iniziano a scaldare il pubblico presente, con una performance ben studiata e ben interpretata. Nonostante la breve scaletta, il gruppo romano saltella da un lato all'altro del palco riuscendo nel proprio intento: catturare il pubblico e divertirlo.
 
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Ben altre vibrazioni raggiungono il pubblico quando a salire sul palco sono gli Inglorious. La band inglese, oramai ben nota all'interno del panorama musicale internazionale, è forse quella meno in linea con il tema prog (nonostante qualche elemento nel loro stile ne sia riconoscibile), ma questo non è assolutamente un discriminante. L'hard rock di Nathan James e compagni è sempre una garanzia. Nonostante i diversi cambi di formazione (che vedono come due sopravvisuti solo lo stesso James - che parla della band in prima persona- e il batterista), gli Inglorious sanno fare il loro mestiere. Il pubblico sculetta e applaude di fronte agli acuti di Nathan James, animale da palco per eccellenza, e ai tocchi del nuovo giovanissimo chitarrista diciannovenne, una specie di Slash di 40 anni fa, circa. Nonostante qualche problemino iniziale sui volumi, il set degli Inglorious si aggiudica un buon voto.
 
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Con i Mono, i presenti - che oramai iniziano ad incicciottirsi - vengono magicamente teletrasportati in un altro universo, quello fatto dalla seducente complessità del post-rock. La band giapponese raggiunge picchi di tecnicismo prodigioso, il tutto interpretato con una serietà disarmante che muove il corpo e non la faccia. Non si tratta di intrattenere, bensì si travolgere con musica ed emozioni i presenti, portarli in un particolare stato di trance in cui esiste solo la musica e quello che essa genera soggettivamente a seconda delle orecchie che tocca. Spiacevole che non tutti i presenti abbiano ben accettato questa performance, dettata dalle peculiarità dello stile post-rock, e compreso la validità artistica della band.

Oramai è pomeriggio inoltrato ed è tempo di entrare nel clue del festival. A suon di applausi gli Haken travolgono immediatamente la folla con "The Good Doctor" primo singolo estratto dal loro ultimo album in studio "Vector" (qui l'intervista realizzata ieri per l'occasione). Una band poco da festival forse, ma che sa come tenere in mano il pubblico, non solo grazie al loro inconfondibile standing pieno di energia e di simpatia, ma anche grazie ad una scaletta ben pensata, che ha visto accanto ai brani più recenti chicche come "In Memoriam", apprezzatissima dai fan storici. Anche qui si raggiungono livelli di tecnicismo altissimi - e in realtà sarà sempre così, da ora in avanti- che incantano e travolgono con ondate emotive i presenti. D'altronde il sound e lo stile degli Haken è decisamente unico nel suo genere, impossibile non riconoscerlo.

Mezz'ora di cambio palco prima di vedere spuntare la psichedelica scenografia dei Tesseract e la faccia seriosa di Amos Williams, bassista della band. Poco da dire: i Tesseract propongono sempre qualcosa che aspira alla perfezione, con il loro sound heavy unico, a rinnovare il prog metal tradizionale, tra sfumature djent e scream. La performance è anche qui impeccabile, ça va sans dire, sostenuta dall'incredibile voce di Daniel Tompkins che nei suoi abiti sfrangiati dà il meglio di sé. La scaletta è bilanciata, toccando in maniera equilibrata le pubblicazioni più recenti "Sonder" e "Polaris" e proponendo addirittura l'EP di esordio, “Conceiling Fate”.

Come da copione alle 21 in punto un carretto da guerra composto da gran casse e piatti fa il suo ingresso sulla scena. È tempo di Dream Theater. Nonostante le incomprensioni precedenti circa la scaletta del loro tour estivo che avrebbe fantomaticamente incluso l'interpretazione di tutto "Scenes From A Memory" che, secondo i rumors, ha deluso parecchi fan, il pit del Rock The Castle è oramai praticamente satollo: tutti lì a vedere i Dream Theater.
La band fa il suo ingresso in scena tra le urla e gli applausi dei presenti, i quali hanno però un occhio di riguardo verso John Petrucci, acclamato a gran voce. Le note di "Untethered Angel" mandano il pubblico in visibilio, pronto a farsi una bella immersione nelle emozioni che la musica dei loro beniamini sta per regalargli. Nonostante LaBrie all'inizio non appaia al 100% della forma, la voce dello storico cantante si riprende pian piano, regalando momenti altissimi, sostenuti dalla inumana perfezione dei suoi compagni di band. Petrucci è Petrucci, non c'è altro da aggiungere: il chitarrista si conferma essere uno dei mostri sacri dello strumento a sei corde, le sue dita viaggiano sulla tastiera senza percezione del movimento, tocchi veloci, magici. Mangini, con la sua fida bandana in testa, picchia sulla batteria come uno Shiva del prog metal, le sue braccia sono ora giù ora su, mostrando la stessa energia di sempre. Non fosse per la fronte imperlata di sudore, potremmo pensare di trovarci di fronte ad una macchina.
 
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Jordan Rudess accarezza la tastiera con il suo solito savoir faire e John Myung, come da copione, affida tutta la sua espressività ai movimenti delle sue dita, mantenendo la classica espressione seriosa per tutta la serata. Nonostante la “delusione” della scaletta millantata, quella proposta fa cantare tutto il pubblico, la cui voce si affianca e supporta LaBrie. "The Dance of Eternity" e "Pale Blue Dot" chiudono - per finta- lo show ripreso pochissimi minuti dopo con un'ultima grande interpretazione di "As I Am".

La gente in visibilio saluta la band con grande entusiasmo e si rivolge verso l’uscita con il cuore a mille. Felice e consapevole di aver vissuto un’epica prima giornata del Rock The Castle 2019.



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