Robert Plant - Carry Fire Tour 2018 - Milano Summer Festival
27/07/18 - Ippodromo del Galoppo, Milano


Articolo a cura di Cristina Cannata
"Oh baby, baby... avete per caso visto la mia baby?"

Tutti siamo perennemente alla ricerca di qualcosa, di qualcosa di più, anche quando sappiamo di avere tutto quello che ci serve. Abitudine? Effetto sociale? Capriccio? Volontà di andare oltre? Può essere nessuna o tutte di queste cose, però è certo che accontentarsi è difficile. Neppure Robert Plant si accontenta, ancora lì, con il microfono in mano, ad invocare la sua "baby", ancora lì, sul palco, dopo quasi 50 anni di onorata carriera.

Una cornice romantica, un tramonto che riempie il cielo di una gamma di sfumature che vanno dal giallo pallido all'arancio energico, ha abbracciato il palco del Milano Summer Festival lo scorso 27 luglio all'Ippodromo del Galoppo, ultima serata della stagione. Sul palco, Robert Plant, per una chiusura a dir poco maestosa.

Il leader dei Led Zeppelin, la rockstar per eccellenza: è difficile pensare a Plant senza avere nella mente queste definizioni del personaggio. Quell'uomo, quasi alla soglia dei 70 anni, è uno che ha fatto la storia della musica, per davvero. Ha inciso dischi che hanno dettato le leggi del rock, ha calcato i più grandi palchi mondiali, il suo stile e la sua musica sono stati ago della bussola per chissà quanti artisti. La sua piuma, la chioma bionda con camicia aperta appesa in bianco e nero sulle pareti di chissà quante stanze. Quell'uomo, signori, è Robert Plant.
 
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Eppure, quando si presenta sul palco alle 21 spaccate, tutto fa trasparire tranne che il peso della sua magnificenza. Eccolo lì, arriva appena dopo che l'ultimo dei suoi Sensational Space Shifters avesse mosso i piedi verso il palco. Camicia violacea, pantaloni in pelle, la chioma di un grigio-bianco raccolta in una coda, guarda il pubblico e sorride convinto, trascinando l'asta del suo microfono. Eccola lì, sul palco, la rockstar per eccellenza.

Senza troppo stupore, la domanda che si legge sulla faccia di ogni singolo presente - opportunamente addobbato a tema per l'occasione tra tatuaggi e maglie storiche - è "chissà quanto tirerà fuori dei Led Zeppelin...". Bella domanda. Una cosa è però certa: a differenza di tanti altri, Plant non è rimasto in alcun modo incastrato nella morsa del suo glorioso passato. O meglio, non ha lasciato che questo accadesse.  Semplicemente l'ha vissuto, ne ha preso atto ed è andato avanti per ciò che voleva fare con la sua interessantissima e colta carriera solista, conscio di aver contribuito a scrivere pagine importanti del rock. E tutto ciò è percettibile già dai primi minuti dell'inizio dello show. Un'accennata "The Lemon Song" - tanto per stuzzicare le orecchie dei presenti "Beh ragazzi, un po' ve lo devo...a piccole dosi" - apre il concerto. Mettetevi comodi che si comincia. "Turn It Up" dà immediatamente prova che la voce di Plant è sempre quella: la voce di Plant. Impeccabile, pulita, perfetta, sensuale. Il cantante inizia con i suoi primi acuti che hanno come immediata reazione - oltre che lo svenimento di qualche donna di mezza età - degli "Oooh" di meraviglia urlati dal pubblico, accompagnati da applausi sonanti. "Sono contento di essere a Milano, anche perchè qui c'è fresco", scherza Plant, con un viso pieno di autorevolezza su cui disegna un sorriso complice, scherzoso.
 
 
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La scaletta è una specie di lezione del tipo "Ecco come fare rock": i suoi Sensational Space Shifters sfoggiano la loro estrema professionalità pezzo dopo pezzo, trasformandosi da contorno in portata principale in pochi secondi. Sembra di vivere una colossale jam session in cui si mischiano il rock tradizionale al blues e poi al jazz, e ancora al folk e poi di nuovo al blues. Complici, le diverse cover proposte tra "Please Read The Letter" e "Fixin' To Die". E tu, povero sprovveduto, stai lì ad ascoltare immobilizzato nella stretta della loro bravura ed apprezzarla. L'unica cosa che puoi fare - cosa che hanno fatto in tanti - è muovere il bacino prima a destra e poi a sinistra, in movimenti a mo' di tergicristalli.

"The May Queen" e "Carry Fire" sono le proposte dall'ultimo album solista uscito appena un anno fa, in mezzo un po' di omaggi: "Black Dog", "Going To California", "Gallows Pole", "Babe I'm Gonna Leave You", proprio perchè non si sarebbe potuto fare altrimenti. 
 
Per tutto il concerto Plant scaraventa in faccia ai presenti il suo invidiabile charme. Gambe a triangolo, mani sul microfono, il solito tamburello, gioca con l'asta con la sua tradizionale maestria da majorette, guarda il suo pubblico e scherza, prendendo in giro anche se stesso, i suoi acuti e l'eterna invocazione della sua "baby". Continua a guardare il pubblico. Chissà quanti volti ha visto Robert Plant nella sua vita...

La chiusura è da brividi: un medley in cui tra "Bring It On Home" e "Santianna" spunta "Whola Lotta Love". Siete contenti?

Finisce così, il concerto di Robert Plant, lasciando in bocca il retrogusto di un'esperienza musicale completa, eccellente e senza sbavature. Nelle orecchie, invece, la consapevolezza di aver sentito una delle voci più grandi che la musica abbia mai avuto: la voce di Robert Plant. Un uomo che non si accontenta e mai si accontenterà di fare musica.
 
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Setlist

The Lemon Song
Turn It Up
The May Queen
Black Dog
Going to California
Please Read the Letter
Gallows Pole
Carry Fire
Babe, I'm Gonna Leave You
Little Maggie
Fixin’ to Die
Rainbow
Bring It On Home / Whole Lotta Love / Santianna / Whole Lotta Love




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