Orphaned Land + Lunarsea & more
14/03/18 - Dagda Live Club, Retorbido (PV)


Articolo a cura di Riccardo Marchetti
La serata del 14 marzo, consumatasi in quel del Dadga Live Club, in provincia di Pavia, può benissimo essere vista come un'ottima mano di poker calata in una cornice piacevole in cui tutti hanno dato il massimo e appagato i fan, i quali nonostante i chilometri fatti, sono tornati a casa ben soddisfatti dello show.


I primi a salire sul piccolo palco, perfettamente in orario, se non in anticipo, sono i Road To Jerusalem, gruppo alla prima realease ma in realtà formato da veterani nonché musicisti provetti: Josh Tyree alla voce, Michael Skovbakke alla chitarra, Møller Jensen alla batteria e Andreas Holma (ex Hypocrisy e componente degli Scar Symmetry) al basso. La band con base a Copenaghen -sebbene non composta esclusivamente da danesi -, propone un rock con vari influssi, a volte prog altre decisamente più hard in stile anni '70. Insomma un inizio interessante per palati fini. Il pubblico è ancora rado, ma la prestazione della band non ne esce condizionata, distinguendosi per professionalità e buona esecuzione: Josh non si tira indietro e cerca di creare un rapporto con i pochi fan presenti fino a quel momento.


La musica cambia decisamente con i Subterranian Masquerade, la cui esibizione risulta sicuramente al di fuori dagli schemi nonchè ricca di verve e carattere. I sette membri che compongono questo numeroso complesso non si fanno scoraggiare dal piccolo palco e danno una forte scossa al concerto con un progressive metal dal taglio quasi psichedelico condito con richiami orientaleggianti. Prima che inizino le danze viene bruciato dell'incenso per dare più atmosfera al tutto. Fin dalla prima nota, i due vocalist, nonché i chitarristi, si esaltano prendendo possesso del palco, saltando, duettando e cantando: una scarica di adrenalina per il crescente pubblico. Un set contagioso, la sala li segue per tutto il loro live dai ritmi tiratissimi. Il palco non basta più alla formazione e così il vocalist Davidavi -il quale è in realtà un live member-, e il guitarist Tomer Pink decidono di avventurarsi tra la platea durante uno degli ultimi pezzi. Nell'atto di chiusura sul palco sale anche la band che avrebbe suonato successivamente, ovvero i ragazzi romani che rispondono al moniker di Lunarsea. Il palco è una bolgia, allegra e piena di vita.

 

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Terzo atto dell'opera sono proprio i Lunarsea: ensemble energico, pronto a sostenere il pubblico in aumento con un forte e sempre tecnico melodic death metal. Nessuna sbavatura per l'intera durata del set, precisi e chirurgici, i Lunarsea sanno farsi apprezzare dal pubblico nonostante la loro proposta sia decisamente più estrema rispetto a quella delle altre band in scaletta. Devastanti. La chicca dell'esecuzione è senza dubbio la celebrazione del decennale del loro album "Route Code Selector", da cui la band attinge a piene mani.

 

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Ci siamo finalmente: l'atto conclusivo della serata, un combo capace di innovare ed innovarsi, portatore di sound mediorientali inseriti in una struttura metal progressive estremamente tecnica e condita da liriche impegnate e mai banali. La sala nel frattempo si è ben amalgamata, i numeri non saranno altissimi ma nemmeno troppo stiracchiati. In perfetto orario sulla tabella di marcia, eccoli, gli Ophaned Land, direttamente da quelle terre del vicino oriente che tanto hanno influenzato la loro musica. Kobi Farhi e soci hanno un lavoro tutto nuovo  da presentare e lo introducono proprio con "The Cave". Il cammino prosegue l'impegno, anche culturale, richiesto dall'intensa "We Do Not Resist". Viene poi "Like Oprhues", cantata a squarciagola da tutti, mentre "In Propaganda" e "All Knowing Eye" si fondono in un unico lungo brano. Al di fuori dell'ultimo lavoro in studio ci saranno, dal penultimo lavoro, la conosciutissima "All is One" fino alla più mediorentale "Olat Ha'tamid". Anche gli headliner della serata hanno una ricorrenza da festeggiare, il quattordicennale dell'album "Mabool": tre sono i pezzi estratti da questa realease."Birth Of The Three", "Ocean Land" e "The Kiss of Babylon".

Gli ultimi quattro capitoli sono un tripudio per i fan, si chiude con un quartetto magico: "Sapari", "In Thy Never Ending Way", la più lenta "The Beloved's Cry" e la tanto attesa "Norra El Norra". Kobi è ormai un frontman navigato ed esperto, sul palco si muove con sapienza: non sarà un terremoto ma ottiene alla fine sempre il supporto dei fan. Prestazione vocale buona la sua, mai in ossigeno o in difficoltà. Anche gli strumentisti sono in gran spolvero: i gemelli delle sei corde Chen e Idan danno lezioni di tecnica fin da subito sia nelle parti ritmiche che in quelle soliste. Al basso il buon vecchio Uri si scatena: sempre in movimento o in fase di headbanging Zelcha è un tritatutto, inarrestabile poi sui pezzi estrapolati da "Malbool". Anche il batterista Matan ci regala una chicca, è lui infatti a growlare in "Ocean Land" accompagnando la voce di Kobi. Per tirare le somme, gran serata e ottima prova di tutti i suoi protagonisti; la qualità non è mai mancata, dagli headliner ai meno conosciuti supporter act. Ognuno ha portato sul palco le sue particolarità con sound davvero unici, ricercati e dalle influenze più disparate!

 

Setlist Orphaned Land:

The Cave
All Is One
The Kiss of Babylon (The Sins)
Ocean Land (The Revelation)
We Do Not Resist
Let the Truce Be Know
Like Orpheus
Birth of The Three (The Unification)
Olat Ha'tamid
All Knowing Eye
Sapari

Encore:

In Thy Never Ending Way
The Beloved's Cry
Norra El Norra

 




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