King Crimson - Uncertain Times Tour 2018
23/07/18 - Auditorium Parco Della Musica, Roma


Articolo a cura di Valerio Cesarini

Premessa: chi scrive probabilmente non capisce niente di prog. Deve esistere una coerenza fra musica dinamica, in moto perpetuo, soffusa e contaminata, e presenza scenica pertinente, convinta del messaggio dai mille colori che la musica veicola? Se sì, spiegatemi perché, anche forte di questa convinzione, non sono mai riuscito a fare di quei fighi di Emerson Lake e Palmer il mio pane quotidiano e, da buon quindicenne metallaro, mi sono invece nutrito a sporte delle belle statuine dei Dream Theater. Questo per mettere le mani avanti rispetto a un concerto particolare: la leggenda dei King Crimson di Robert Fripp all'Auditorium Parco della Musica, a Roma.

 

Auditorium gremito, fila chilometrica, pubblico inaspettatamente eterogeneo: ottime premesse per sette uomini in gilet e camicia e un biglietto milionario, e soprattutto ottime premesse per un concerto progressive. L'ultima incarnazione dei King Crimson, da Fripp voluta anche per fuggire dall'inerzia della felicità casalinga, parte con intenzioni altissime e, in parte, realizzate: non si suona per amore dei tempi andati, né per titillare la nostalgia e cementare il nome, ma si suona per suonare, con passione e sincerità, sempre. Ecco che allora si esalta la presenza di musicisti storici come Tony Levin e di nuovi "frontman" di altissimo livello come Jakko Jaksyk. Ricade invece, forse, nella volontà di "fare più rumore", oltre che onorare e presentare svariati musicisti alla corte del Re Cremisi, la scelta di salire sul palco con ben tre batteristi: l'ormai storico Pat Mastelotto, l'incredibile Gavin Harrison e l'eclettico Jeremy Stacey (ex Noel Gallagher?!). Ed è qui che ci sarà da discutere - non tanto sugli splendidi esecutori, ma sul "rumore", sul senso artistico; ma andiamo con ordine.  Il palco con le tre batterie in piena evidenza e un piano soprelevato per gli altri cinque musicisti è una gioia per gli occhi, un concentrato di ordine, saturazione di strumenti, simmetria e caos creativo.  L'angolo di Fripp rende giustizia al mastermind, al genio mai celato, mai del tutto spiegato, per sempre attivo di una realtà incredibile, demiurgo isolato nel suo piccolo spazio, protetto dalla sua tastiera, dal suo sgabello e dalle sue cuffie. E, dal fronte palco, il concerto si apre con lo scambio di rullate fra il trio dei percussionisti, per presentare le classiche atmosfere psichedeliche infarcite dalle svisate di Mel Collins e dai vibrati di Fripp. In linea con la caparbia coerenza dei Crimson, il concerto, soprattutto nella prima parte, verterà principalmente su questi lidi: scaletta molto strumentale, interventi vocali di Jaksyk in brani intramontabili come "Epitaph", e in generale una performance sincera e verace.

 

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Il problema? Se dalle interviste si legge come dietro al fatto di portare tre batteristi ci sia anche una volontà di proporre un live più roboante, il petto degli astanti potrebbe non essere d'accordo. Volumi e "punch" generale, benché confacenti all'aura aulica attorno agli otto musicisti, fanno leggermente mancare quell'emozione di un concerto dal vivo, così leggendario, che ci si immagina sentire nel corpo dai capelli ai piedi. I finali di ogni brano sono sbrigativi, nessuna parola fra un pezzo e l'altro - decisamente in linea con il carattere di Fripp, con la volontà ferrea di proporre la propria musica, di suonare nell'environment più intatto possibile (e questo viene ben reso dall'acustica dell'Auditorium e dai fonici). E se questa sacralità nessuno si sogna di toccarla, anzi contribuisce all'emozione di godere di artisti completamente immersi nella loro zona, di musica che fluisce spontanea, può esserci d'altro canto un dissacrante bisogno di qualcosa in più, nato dalla strana dicotomia fra band affollata, tamburi ovunque, e suono invece incasellato e a volume tale da sentire chiaramente il canto di un grillo durante "Red".

 

Pausa di oltre mezzora, classico candore alieno di Fripp che si toglie le cuffie per guardare il pubblico tutto, poi la seconda parte del concerto riprende come è iniziata la prima: lungo drum solo, scambi di alto livello fra Mastelotto, Harrison e uno Stacey che non sfigura pur fra nomi così importanti. A questo punto, sarà la setlist, sarà la pausa, ma nonostante i decibel non accennino ad impennare - ripeto, accettabilissimo per un concerto "colto", ma c'è comunque un volume ottimale dove il fisico raggiunge la mente nell'apprezzare la Musica - la band sembra ancora più in vena, e l'aura dei grandi classici comincia ad aleggiare. E' dopo pochi brani che si sente la classica rullata di "Court Of The Crimson King", intervallata da strumentali volutamente tensivi per introdurre il momento più alto, che tutti, siamo sinceri, aspettano ferventi: "Starless".

 

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Esecuzione perfetta come tutto il concerto, Fripp, Jaksyk, Collins impeccabili. Si potrebbero scrivere pagine e pagine su questo pezzo, sul gruppo che lo ha scritto, e anche sulla singola performance del 23 Luglio, ma mi limito a dire che un brano del genere con una band del genere fatica molto a non risultare leggendario. Chiude, dopo il bis, "21st Century Schizoid Man": pazzia e movimento per un evento prog solenne, ma statico, tra fumi di psichedelia, grandezza e qualche pizzico di meritata presunzione. 




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