Florence + The Machine
11/08/15 - Sziget Festival, Budapest


Articolo a cura di Francesco De Sandre

"Hey Sziget, island of freedom!"


Caotica e polverosa, allo stesso tempo ordinata, funzionale e ridente, nel suo più stravagante e organizzato ossimoro, anche in questo secondo giorno l'isola di Obuda brulica di anarchia ridente fino alle 21.30, quando Florence mette tutti a tacere. È l'atto sensuale e religioso del Main Stage. Prima di lei si gioca quasi in casa con Gentleman & the Evolution, Asaf Avidan e Quimby, un'asse folk/hip hop/reggae tra Germania, Israele e Ungheria. È una festa, e sempre lo sarà, che contamina gli artisti stessi, anche i più imperscrutabili.

 

concerti_florenceandthemachine_sziget_201511_600Folk bretone e idilliaco in terra barbara. Si può fare, con Florence Welch inizialmente teatrale e vanitosa, ma già con "Ship to Wreck" si scioglie e si rivela nella sua forma insolita, quella della bambina che vuole divertirsi. Si rivolge sempre alla prima plurale confrontandosi col pubblico, per presentarsi, per chiedere supporto corale, per incitare ed inneggiare. Veste bianca e presenza totale, l'impatto sul pubblico - difficile da abbracciare in contesti di queste dimensioni, facilmente e volutamente dispersivi - è notevole. Si cantano gli ultimi singoli da "How Big How Blue How Beautiful", ma senza di essi sarebbe comunque un gran concerto.


Lo show è senza dubbi minimale: luci in parte non utilizzate, massima amplificazione di tastiere e xilofono, Florence che inevitabilmente cattura e punta ogni scena su di sé: inizialmente l'impressione è quella di un live sotto le aspettative, fino a dubitare dell'effettivo titolo del gruppo considerato per quest'anno sull'Olimpo dell'approvazione, ma è col crescere dei toni che si apprende quanto la scelta di contenere volumi e scenografie risulti brillante. La voce predominante, supportata da tre coriste, senza filtri e basi, è magia pura nelle introduzioni ai pezzi più celebri.


Discoteca, chiesa, circo: la piazza polverosa del Main Stage si trasforma attorno alla Welch. Bastano pochi strumenti e tanto carisma - abbandonato alla sincerità e allo spirito del festival - per sgretolare il barocco del disco e renderlo un tutt'uno con la sabbia di Obuda.


Setlist:


What the Water Gave Me
Ship to Wreck
Shake It Out
Rabbit Heart (Raise It Up)
Delilah
Sweet Nothing
(Calvin Harris cover)
How Big How Blue How Beautiful
Queen of Peace
What Kind of Man
Drumming Song
Spectrum
You've Got the Love
(The Source cover)
Dog Days Are Over




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