Vo´vod - Europe Tour 2018 35th Anniversary
20/09/18 - Santeria Social Club, Milano


Articolo a cura di Matteo Poli

Oltre ad alterare lo spazio, certi accadimenti curvano il tempo insieme a loro, l'atmosfera vi si condensa attorno, si costituisce a poco a poco, poi sempre più decisa e pervasiva; infine si è dentro. Il tempo che precede come quello che segue ne dispiegano l'eco in ogni direzione. Passato e futuro. L'arrivo in Italia dei franco-canadesi Voïvod per tre date - Roma, Milano e Bologna -, festeggiando i 35 anni di attività artistica e quasi contemporaneamente lanciando il nuovo album "The Wake" che inaugura la nuovissima fase della loro storia, è un evento che contamina il tempo di sé, lo chiama in causa dandogli del tu, lo flette sotto la sua ala e se ne impossessa. Pochi luoghi come il Santeria Social Club di Milano, con la sua quiete distaccata che sembra dissociarsi dalla convulsa arteria stradale che lo lambisce, sono più adatti ad ospitarlo.

 

Barley Arts, in collaborazione con SpazioRock, ha reso possibile un'esibizione unica o rarissima nel suo genere, ovvero coniugare un liveset, per di più metal, con un'esposizione artistica. Nella persona di Michel Langevin coincidono il batterista, l'ideatore e curatore dell'artwork dell'act sin dagli esordi. Esperimento raro e riuscito (Michel ci confida che è la quinta volta che riesce ad allestire qualcosa di simile), anche grazie alla professionalità dei ragazzi di Barley Arts e alla straordinaria disponibilità dell'artista a raccontarsi e raccontare il proprio lavoro. Michel, come è noto, non è responsabile solo del drumming e dell'artwork, bensì buona parte dell'immaginario che ha reso così amata la band è opera sua. Perfetto lo spazio espositivo allestito ad hoc a un passo dalla sala concerti, ed occasione per raccontare 35 anni di sogni, incubi e visioni. Mentre i fan si fanno incantare dal mondo di Away, il resto della band circola tranquillamente fuori e dentro il locale, elargendo a destra e a manca abbracci, sorrisi, strette di mano, autografi e selfie. L'atmosfera è di estrema familiarità. Dall'altra parte della strada, al di là dell'alta recinzione, mastodontiche moli di gasometri e strutture industriali buie, impalcate, qua e là punteggiate di luci tremolanti, ammiccano minacciose.

 

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Mentre si sorseggia un colpo o si addenta un panino, nel tardo pomeriggio, alla luce soffusa del locale, quasi ci si scorda che si è qui per un motivo: anzi, tre buoni motivi. I Game Over, band locale di schietto thrash metal; il metalcore con pochi fronzoli dei Nightrage ed ovviamente loro, gli headliner, gli imprevedibili, fantascientifici, ironici, malinconici e sinistri. La gente poco a poco si moltiplica, si movimenta, mai congestionando il locale, con insolita disciplinatezza e riserbo, come per tacito accordo. "Voïvod..." si bisbiglia di cerchia in cerchia, di tavolo in tavolo. Come ad un rito.

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Alle 20:30 spaccate, i Game Over sfondano per primi il muro del suono. Letteralmente, in quanto i volumi sono decisamente eccessivi per la capienza della sala musica, il suono è impastato e buona parte dei pregi della loro energica esibizione, così come quasi tutte le dinamiche, va perduta nel parossismo dei decibel. Ad ogni modo la band è in forma smagliante, coinvolge, diverte e il pubblico, da principio freddo e rado, inizia a infoltirsi e a carburare. Pochi brani e in men che non si dica le luci si sono spente e riaccese. Ecco i Nightrage, band forse la meno penalizzata dalla fonica, che conquista il pubblico soprattutto grazie all'impatto (e alla temibile massa) del batterista e alla carica del singer, che scende dal palco, avvinghia gente tra il pubblico senza per questo smettere di ululare. Il calore (in ogni senso) sembra la cifra della serata. Appena il tempo di riflettere sul fatto che una libellula vola perché non lo sa e il rito che tutti aspettiamo di adempiere decolla senza convenevoli con "Post-Society".

 

Trattasi di un brano spartiacque tra le ultime due fasi della band, quella "thrash revisited" di "Target Earth" e quella "spacemetalprog" (o "fusion" come dice Away) inaugurata dall'EP omonimo del 2016 e al varo definitivo con la pubblicazione del full length "The Wake". Del nuovo lavoro, la band esegue i tre singoli già in circolazione: "Obsolete Beings", "Iconspiracy" e "Always Moving"; durante questi brani il pubblico, che non ne ha ancora familiarità, appare un poco disorientato, ma l'entusiasmo vola alto con l'assalto frontale dei classici. La furia di "Technocratic Manipulators", "Overreaction", "Order Of The Blackguards", la toccante "Into My Hypercube" dal capolavoro "Nothingface"; l'affilata "Ravenous Medicine" e un paio di brani dal periodo "space-rock" ("The Prow" e la gelidamente impervia "The Lost Machine") entusiasmano un pubblico non numeroso ma rovente, grondante sudore ed assai empatico. Certo aiuta la morfologia raccolta della sala musica, senza soluzione di continuità col palco. La presenza scenica della band, così poco rispondente ai canoni metal eppure così coinvolgente e seduttiva, rivela come Chewy e Rocky si siano amalgamati alla perfezione col Voivod-sound. Chewy è tutto uno strabuzzare d'occhi in smorfie spassose, senza per questo distrarsi dagli intricatissimi fraseggi di chitarra, così come Rocky si dimena a fior di pubblico, si fa abbrancare da mani spasmodiche, dispensa plettri per ogni dove, e sembra non essersi mai divertito tanto. Snake digrigna, fa smorfie improbabili e gigioneggia col pubblico. Regala un momento di commozione vera quando, dopo aver presentato la band, invita il pubblico a sillabare: Pig-gy... Pig-gy... Pig-gy... "Always Moving" parla anche di lui. Chiudendo per un attimo gli occhi fluttuiamo nello spazio profondo, contempliamo il gigantesco Buco Nero avvolgersi su sé stesso con spire di neutrini. Mentre "The Fall" ci precipita verso l'inevitabile, lo schiaffo d'acciaio della conclusiva "Voïvod", direttamente da "War And Pain" (1984), ci lascia come "L'uomo che ride" di Victor Hugo: squarciati da orecchio a orecchio.

 

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Sorprendente come una band spesso tacciata di esecuzioni fredde sebbene rigorose comunichi tanto calore. A guardarli bene, sotto la scorza (neppure troppo) ruvida dei musicisti metal, restano 4 old boys felici di fare quello che fanno, e di farlo bene. Che, a dispetto dei detrattori, non mostrano un pelo di snobismo; anzi, assistono ai concerti delle band di supporto in mezzo al pubblico, come gente qualunque. Sotto le smorfie, a ben vedere, ridono. Esultano e sono rapiti, in continuazione. Peccato solo per la fonica non impeccabile che però, malgrado tutto, non ha compromesso la serata. Volendo a tutti i costi tracciare un freddo bilancio, la band non ha eseguito nessun pezzo dal periodo "garage" con Jason Newsted, né da quello con Eric Forrest. Nulla da "Rrroooaaarrr", da "Infini" , nulla da "Phobos" e "Negatron" e, non troppo inaspettatamente, nulla dal precedente "Target Earth". In compenso, tornano alla carica gli album come trio, tra cui il sottovalutato "The Outer Limits"(1993) e circolano voci incontrollate secondo cui il bassista Rocky sta spingendo la band per riportare dal vivo tutto "Nothingface"... non osiamo sperare tanto. In conclusione, alcuni fan che si aspettavano un concerto-retrospettiva sono rimasti delusi. A noi sembra soltanto che la tracklist indichi la strada precisa che la band ha (re)intrapreso.

Arrivederci, ragazzi; continuate ad essere quello che siete e, soprattutto, a fare la musica a modo vostro. Continuate a piegare lo spazio-tempo intorno a noi.

 

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Setlist Voïvod

Post-Society
Ravenous Medicine
Obsolete Beings
Tecnocratic Manipulators
Into My Hypercube
Iconspiracy
The Prow
Order Of The Blackguards
The Fall
Always Moving
Overreaction
The Lost Machine
Voïvod

 




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