Archive - 25th Anniversary Tour
03/12/19 - Auditorium Parco della Musica, Roma


Articolo a cura di Simone Zangarelli

A due anni dall'ultimo passaggio nel nostro Paese, gli Archive sono tornati per festeggiare una fortunata ricorrenza: 25 anni di carriera. Di quelle quasi perfette, dove ogni album (12 all'attivo) è diverso ma indissolubilmente legato al precedente in un flusso creativo inarrestabile condensato in uno speciale cofanetto, edito in occasione dell'importante anniversario (leggi QUI la nostra intervista). La magia del collettivo londinese, nato nel 1994 da un'idea di Darius Keeler e Danny Griffiths, si fonda su un utilizzo bilanciato di elettronica e parti strumentali, a volte impiegate in eteree composizioni, altre volte virando brutalmente verso atmosfere claustrofobiche. Rock, psichedelia, trip hop, techno e progressive si fondono come fossero una cosa sola, riducendo le distanze e trovando sempre il comune denominatore.

 

Alle 21.00 si spengono le luci e inizia la magia. Veniamo catapultati in un'atmosfera onirica data da suoni lunghi e continui, i fari puntati sul pubblico, non molto numeroso ma decisamente affezionato, illuminano anche il palco colmo di attrezzatura. Ed eccoli fare il loro ingresso sobri e disinvolti, imbracciano subito gli strumenti e iniziano con "You Make Me Feel". La voce magnetica di Maria Q, unita all'ensamble strumentale, è quanto di più suggestivo si possa sentire. Il pubblico è come un carro da trascinare e gli Archive ne sono alla guida. Si prendono il loro tempo: sono pacati ed esplosivi quando serve, tengono le redini della serata con fermezza, tirandole e allentandole a loro piacimento. Entra in gioco la seconda voce, quella di Dave Pen, chitarrista e percussionista, che in "Fuck You" rivela il lato passionale e aggressivo degli Archive. I numerosi stacchi e le violente distorsioni rappresentano l'anima più rock del gruppo britannico. Si passa a "Pills", dove è divertente notare il processo costruzionista messo in atto durante l'esecuzione, in cui batteria, basso e chitarra costituiscono il nucleo essenziale al quale, mano mano, si aggiungono tasselli: tastiere, filler di musica elettronica, e infine la voce. Sul palco gli otto sono sensuali ed austeri al contempo, incarnando loro stessi quell'ideale di versatilità e sperimentazione che riescono a raccontare con la musica. La terza voce è quella di Pollard Berrier, anche lui chitarrista, che si fa canto ieratico in "Bullets". Il sound è massiccio e ben calibrato, l'attenzione per la qualità del suono è più che degna del nome della band. La somiglianza con le tracce registrate è impressionante. L'inquietante "Wiped Out" ci dimostra che elettronica e strumentale sono due facce della stessa medaglia: l'una si nutre dell'altra e si compensano. L'utilizzo delle dinamiche è qualcosa che gli Archive conoscono molto bene, al punto da giocarci con disimpegno. Vengono alla mente i richiami ai Radiohead, quasi come se i Nostri fossero i parenti meno fortunati del gruppo di Thom Yorke. Triste pensare che il successo raggiunto non sia all'altezza della costruzione del sound di una band che meriterebbe molte più menzioni.

 

 

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Si torna al groove con "I Want The Hell", in cui il canto delle tre voci alternate ricorda l'R&B inglese. L'aria si fa lisergica, le voci suadenti e le lunghe parti strumentali che seguono ci immergono in una sorta di sogno ad occhi aperti. Qui e in "Pulse" lo spirito legato al trip hop in stile Portishead viene fuori con eleganza. La direzione più progressive rock è forse il marchio di fabbrica che distingue gli Archive da altre band del genere. Interessante notare come il confine fra un pezzo e l'altro sia sottilissimo, a volte è difficile persino rendersi conto di quando applaudire. La band dà il massimo sul finale, con scatti di potenza nelle lunghe code strumentali, evocative ed esasperate nella resa drammatica. D'altronde la musica migliore è quella che trasmette emozioni, ci ha raccontato Darius Keeler durante la nostra intervista. E infatti durante la performance il frontman agita le braccia, tiene tutto sotto controllo come fosse un direttore d'orchestra senza bacchetta. La furia pacata si esaurisce sul finire di "Controlling Crowds", quando la band si è come purificata degli impulsi emotivi che ha gettato in pasto al pubblico. Gli Archive lasciano il palco per poi tornare qualche minuto dopo reclamati a gran voce da tutti i presenti. Impossibile salutarci senza "Again", la ballata progressive per eccellenza. Menzione particolare in questa canzone, come in quasi tutte le altre, per il basso di Jonathan Noyce: penetrante, intenso, e ottimo collante fra le diverse parti. Come sarebbero i Pink Floyd se avessero iniziato a comporre musica nel 2000? La risposta è, secondo chi scrive, questa suite di oltre 16 minuti che fonde la tradizione progressive acustica inglese con la sperimentazione elettronica. Un vero capolavoro che descrive al meglio il sound della band londinese. Al termine, è il momento degli applausi e di una meritatissima standing ovation.

 

La seconda delle 3 date italiane del tour degli Archive (il 4 dicembre a Milano) pone l'asticella a un livello altissimo. Qualità della proposta musicale e talento dei musicisti sono fatti assodati, ormai, da 25 anni. La vera esperienza a cui si sottopone l'ascoltatore è il viaggio sensoriale che gli Archive sanno intraprendere. Alla fine del percorso ci si trova immersi nella catarsi collettiva e in tanta ottima musica.

 

Setlist

You Make Me Feel

Fuck You

Pills

Bullets

King Of Speed

Wiped Out

Pulse

System

Baptism

I Want The Hell

Remains Of Nothing

Erase

Fish

Collapse Collide

Controlling Crowds

ENCORE

Dangervisit

Again 




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