Amon Amarth, Carcass, Hell
24/11/13 - Live Music Club, Trezzo sull'Adda (Mi)


Articolo a cura di Stefano Risso

Per quantificare il successo della serata di ieri al Live Music Club di Trezzo, sarebbe bastato farvi una panoramica della gente accorsa, dei parcheggi pieni fino all’ultimo posto disponibile (e oltre, con macchine posteggiate alla meglio appena fuori dall’area adibita), della lunghissima coda formatasi ben prima dell’orario di apertura dei cancelli, o della muraglia umana trovata una volta varcata la soglia del locale già all’altezza dell’area guardaroba (e al nostro ingresso ancora tantissima gente era fuori in attesa di entrare). Insomma un sold-out preventivabile che probabilmente ha superato anche le più rosee aspettative.

Del resto gli ingredienti per un grande spettacolo c’erano tutti, il ritorno dei Carcass e l’ennesima calata italiana degli Amon Amarth, sempre più famosi e apprezzati. Non ce ne vogliano gli inglesi Hell, ma la “lotta” per accaparrarsi un buon posto (oltre alla propria incolumità) ha fatto passare decisamente in secondo piano il tempo a propria disposizione. L’heavy a tinte “sataniche” del combo inglese sembra comunque aver fatto presa sulla platea, sempre più smaniosa dei piatti forti della serata.carcassband2013_00 Infatti allo scoccare delle 20.45 circa, si abbassano le luci, parte l’intro di “1985”, estratto dal recente “Surgical Steel” e i Carcass prendono possesso del palco. Coreografia minimale, con classico tendone alle spalle e due teli per proiezioni ai lati (su cui inizialmente campeggia il logo di Windows XP… non proprio il massimo) ma tanta tanta sostanza. Iniziamo a dire che chi si fosse perso volontariamente i Carcass versione 2013, additandoli come “cover band” dei veri Carcass (e ce ne sono in giro per la rete), ha commesso un imperdonabile errore. Con Amott in altre faccende affaccendato e Owen purtroppo permanentemente ai box, il duo Walker/Steer ha trovato dei rimpiazzi più che degni, in grando di reggere il palco, i due mostri sacri e il blasone della band. Molto bravo sia il chitarrista Ben Ash, che il drummer Daniel Wilding, (unica nota stonata, il cappellino da baseball alla rovescia, manco fosse in una band punk rock californiana), entrambi perfetti e dentro la parte.

Altro punto spinoso è il posizionamento dei Carcass, praticamente relegati  a band di supporto e con soli tre quarti d’ora a disposizione. Se da un lato i nostri hanno voluto sfruttare ogni secondo, riducendo quasi a zero le pause tra un pezzo e l’altro e non perdendosi in chiacchiere e convenevoli, quarantacinque minuti sono oggettivamente pochi. Le regole del business hanno soffocato anche il metal da decenni ormai, quindi inutile stare a parlarne ulteriormente, come direbbe Pirandello “Così è (se vi pare)”. Per il resto l’esibizione dei Carcass è stata da primi della classe, con un sapiente mix di brani più o meno vecchi e nuovi (dal vivo sembrano praticamente dei classici senza differenza col vecchio repertorio), una lezione per tante band su come suonare senza alcuna sbavatura e tenere il palco solo con la propria personalità. La scaletta la troverete facilmente in rete, inutile citare momenti particolari, un’unica grande emozione che speriamo possa ripetersi presto in versione da headliner. La classe non è acqua.

 

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Usciti di scena i Carcass, durante il cambio di coreografia, non pochi spettatori decidono di abbandonare il locale, senza per questo far perdere densità e calore al pubblico sempre più ammassato in direzione del palco. L’ingresso degli Amon Amarth, decisamente più scenico e curato, viene accolto con un boato che ha in qualche modo giustificato la posizione da headliner della serata. Anche aggirandosi tra il pubblico le magliette degli svedesi erano ovunque e in netta maggioranza, segno indiscutibile del forte sodalizio tra i vichinghi di Tumba e il pubblico italiano. Immediatamente all’attacco di “Father of the Wolf” (dall’ultimo “Deceiver Of The Gods”) si è percepito più calore e partecipazione del pubblico, non che prima ci fosse stato il silenzio, ma è indubbia la capacità degli Amon Amarth di coinvolgere i propri sostenitori, da sempre l’asso nella manica di Hegg e compagni. Se su disco i nostri hanno dato il meglio una quindicina di anni fa (l’indimenticabile “Once Sent From The Golden Hall”), ritagliandosi poi una fetta di mercato in cui spadroneggiare tranquillamente senza più l’assillo di ripetersi, dal vivo il quintetto svedese si esprime al massimo delle potenzialità. Il death melodico “viking” degli Amon Amarth è una continua istigazione a lasciarsi andare nel più classico spirito da concerto metal. Cori, urla, salti, incitamenti, ecc… Quasi impossibile sottrarsi alla pratica. Anche in questo caso un’esibizione senza alcuna sbavatura, benedetta da suoni ben bilanciati e per questo non eccessivamente alti, in cui i nostri hanno dimostrato di non aver rubato niente e di essersi meritati il ruolo da protagonisti del tour.

Un successo su tutta la linea dunque, musica e partecipazione ai massimi livelli, sonorità per “tutti i gusti”, e finalmente il piacere di assistere a un concerto di derivazione estrema come meglio non si poteva.




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