Opeth - Pain of Salvation
24/11/11 - Alcatraz, Milano


Articolo a cura di Stefano Risso

Data sold out per una delle serate più radical chic che la scena rock/metal attuale possa offrire. Una ventata di Svezia aleggia su Milano, abbassando notevolmente la colonnina di mercurio e facendo accorrere in quel dell’Alcatraz un pubblico nutritissimo che, già all’ora di apertura dei cancelli, si disponeva in una fila (insospettabilmente, per il pubblico italiano) ordinata, che sconfinava nell’adiacente via Giuseppe Piazzi. Per chi non avesse dimestichezza con la topografia meneghina, una fila lunga, molto lunga, credeteci sulla parola.

Una coda scorrevole che però avrà causato qualche dispiacere, visto che unitamente a un fisiologico e ininfluente ritardo dell’apertura dei cancelli (almeno stando alla tabella di marcia ufficiale), le note di “Road Salt Theme” inaugurano lo show con ben quindici minuti di anticipo sulle 20.00, orario ufficiale dell’inizio del concerto, con ancora parte del pubblico fuori dal locale. Fortunatamente noi il nostro posto ce lo siamo guadagnato per tempo, pronti a gustarci la nuova calata tricolore di Daniel Gildenlöw e dei suoi Pain of Salvation. Non a caso ci soffermiamo sulla direzione sempre più “frontman-centrica” della band svedese, ormai chiaramente delineata a livello di produzione in studio da anni e sempre più radicata in sede live. Il bel Daniel fa il bello e il cattivo tempo, vuoi per una presenza scenica non da animali da palco dei suoi compagni, vuoi per il tipo di serata decisamente più tranquilla e riflessiva, insomma, è praticamente solo lui a farsi notare e interagire col pubblico. A eccezione del fido chitarrista Johan Hallgren, il più scenico della compagnia: torso nudo palestrato e lunghi dreadlocks sempre in movimento. A suffragio di una continua evoluzione verso la “one-man-band”, il biondo chitarrista abbandonerà la band a fine tour per dedicarsi più alla famiglia, un duro colpo per i fan degli svedesi, visti i continui incitamenti e apprezzamenti da parte dei presenti nei confronti del musicista.

painofsalvation_report_2011_00Ma parliamo della musica. I nostri sono musicisti abilissimi, Daniel ha in dote una delle più belle voci del panorama moderno e ne fa sfoggio a profusione. Ottima la sua performance vocale, un po’ meno invece le backing vocals di Hallgren e del batterista Leo Maragrit (nemmeno così preciso dietro le pelli). Una scaletta che ovviamente guarda alle cose moderne, su cui si potrebbe aprire una parentesi chilometrica, senza chiudere le porte al passato (o per meglio dire a un certo passato, capirete meglio in seguito), regalando anche qualche perla di rara bellezza. Fortunatamente i nostri scelgono il meglio dagli ultimi due album, estremamente dibattuti, in modo da mettere in piedi uno show interessante, certo non travolgente ma elegante e raccolto. La nuova “Softly She Cries” ben figura, anche se il paragone con la seguente “Ashes”, da “The Perfect Element I”, si fa sentire... Semplicemente un altro livello di classe e coinvolgimento emotivo. Si prosegue con una frizzante “Conditioned”, “1979”, “To the Shoreline”, “Diffidentia (Breaching The Core)” (dall’album “Be”), non prima di aver mandato a quel paese i “pirati” fuori dal locale e il loro materiale contraffatto (con una maglietta “tarocca” strappata sul palco) e chiudendo i quarantacinque minuti circa con “Linoleum” e “No Way”. Che dire in conclusione: i Pain of Salvation che furono non ci sono più, nemmeno in versione live. Alla band sembra non interessare, al pubblico presente neppure (almeno la gran parte); buon per loro, fortunatamente i dischi che hanno fatto la storia della formazione non ce li può togliere nessuno.

Una delle platee più mansuete che l’Alcatraz ricordi, sembra avere un rigurgito di vitalità cominciando a intonare a gran voce il nome degli headliner, pronti a salire sul palco verso le ore 21.00. La sobria coreografia è ovviamente incentrata sull’ultimo parto degli svedesi “Heritage”, a cui è affidato anche il compito di aprire l’esibizione. Non che fosse difficile prevederlo, anche senza aver letto la scaletta del tour che da giorni circolava in rete (potere/disgrazia del web), “The Devil’s Orchard” inaugura la setlist mettendo subito in evidenza dei suoni già ben bilanciati, oltre ai punti di forza e debolezza della band. Tra i pregi del signor Åkerfeldt, un altro che nell’economia della formazione deve avere un ruolo praticamente totalitario, c’è sicuramente quello di capirci di musica, da cui la scelta di un grandissimo chitarrista come Fredrik Åkesson (videointervistato nel novembre di due anni fa), molto più tecnico e completo del caro Peter Lindgren, un vero “plus”, un vero valore aggiunto. In virtù di questo, non si capisce la scelta (e la persevernza) di un batterista come Martin Axenrot, da anni anello debole degli svedesi, molto migliorato su disco, ma ancora una sorta di corpo estraneo nella nuova dimensione “full prog” degli Opeth. Niente di scorretto nella sua prestazione ieri sera, solo la sensazione di un batterista sbagliato nella band sbagliata. Esemplificativo il lungo assolo di batteria, a voler essere cattivi troppo lungo e sostanzialmente inutile, nel bel mezzo di “Porcelain Heart”. Incolore nei frangenti più “jazzistici”, senza troppa fantasia, nè tocco, neppure troppo veloce nella parentesi in blast beat, territorio in cui un milione di batteristi estremi potrebbe dargli tanta di quella... paga, diciamo così. Non ce l’abbiamo personalmente con lo svedesone, pure sofferente per un virus intestinale (Åkerfeldt ci informa che il nostro non ha fatto altro che vomitare e andare di corpo tutto il giorno), ma quello che bisogna dire va detto e ribadito fino allo sfinimento: Lopez era tutt’altra pasta e chissà come si sarebbe divertito ora. Urge trovare un batterista più sensibile, ma questa è solo la nostra opinione.

 

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Senza quasi una pausa i nostri attaccano con “I Feel The Dark”, che ci offre lo spunto per affrontare il nodo della questione. La scaletta sarà solo ed esclusivamente composta da pezzi dal cantato pulito, il chè non sarebbe un grandissimo problema, purtroppo la somma degli addendi, rischia di farsi pagare amaramente a fine serata. Quello che manca ai nostri, da sempre, è il ritmo. È risaputo che Michelino ama scherzare col pubblico tra un pezzo e l’altro, quasi recitando e mettendo in scena dei piccoli “teatrini” (in cui non sono mancati i soliti riferimenti a Ramazzotti... Tutto già visto, urge cambio di repertorio). Purtroppo il nostro non ha la presenza di un Freddy Mercury (di cui ieri si ricordavano i 20 anni dalla scomparsa) o l’arguzia dissacrante di un Blli Hicks. Il frontman dovrebbe capire che tutte queste pause, che sulla lunga distanza passano dal simpatico all’insopportabile, non fanno altro che affossare lo show, il quale non vive solo di canzoni, ma anche di ritmo appunto, nel saper incalzare e aizzare a dovere il pubblico. Fino ad ora gli Opeth si erano salvati in corner unicamente grazie alla propria musica (versante death metal), ma dal momento che Åkerfeldt sembra aver rinnegato tutto il suo passato metal, giocando quindi su ritmi medio/bassi e intimi, tutto l’impianto scenico cade come un castello di carte. Una sensazione avvertibile unicamente in sede live e difficilmente riproducibile a parole... Le canzoni ci sono, a volte delle vere perle, i lettori più affezionati ricorderanno il nostro Top Album a “Heritage”, quindi non siamo vedove degli Opeth che furono, il fatto è che Åkerfeldt pare aver perso la bussola in sede live. Persino la presentazione della band sul finire di serata è durata un’infinità, parlandoci dei gusti musicali di ognuno, tributando la scena prog italiana dei seventies e facendo suonare a “comando” il nuovo tastierista Joakim Svalberg.

Tutto troppo lento e pesante, contando poi che la scelta dei pezzi poco si addice a un evento live standard, più adatta a una venue teatrale e con un pubblico più disciplinato... Troppi brusii in sottofondo durante le esecuzioni (senza contare il numero sempre più crescente di fumatori in locali pubblici) e troppe richieste di pezzi pesanti, di qualcosa che potesse dare uno scossone a una platea non così attenta, anzi quasi sopita in certi casi, perfettamente adesa allo stile voluto da Åkerfeldt. Una serata disastrosa? Non proprio, anzi a giudicare dalle reazioni dei più un trionfo... opeth_report_2011_04_02Certo una “Face of Melinda” non si rifiuta mai, un vero spettacolo, seguita a ruota da una “Porcelain Heart”, già di suo non eccelsa, troncata a metà dall’inutile assolo di batteria, facendo così perdere molti altri punti al pezzo. Arrivano in successione “Pyre”, “The Throat of Winter”, “Credence” (splendida, quasi da lacrimoni agli occhi), “Closure”, “Slither”, inaugurata da un pistolotto di Åkerfeldt sul compianto Ronnie James Dio a cui il brano sembra dedicato (con Åkerfeldt ben attento a non andare su di tono oltre i propri registri vocali). Due monoliti come “A Fair Judgement” ed “Hex Omega”, per poi chiudere in bellezza con “Folklore”, un commiato di quelli che lasciano il segno.

Una serata che ha certificato il distacco netto dagli Opeth che furono, non sappiamo se temporaneo o meno, certamente una nuova dimensione che a nostro giudizio non ha giovato al combo svedese. Se su disco possiamo apprezzare anche le divagazioni più oscure e cervellotiche, in concerto le cose devono avere tutt’altro trasporto, elemento che, nonostante la bellezza dei brani proposti, non c’è stato. Cosa è mancato? Probabilmente potremmo rispondere con due parole, scritte su un cartellone e mostrato più volte da qualche ragazzo del pubblico: “Please Growl”.




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