Il Teatro Degli Orrori - Maremoto Festival 2010
09/08/10 - Ex Galoppatoio, San Benedetto del Tronto (AP)


Articolo a cura di Andrea Mariano
La quarta edizione del Maremoto Festival è stata caratterizzata da un cartellone con un minor numero di nomi appariscenti (negli anni precedenti si sono esibiti gruppi come Le Orme, Diaframma, Marta Sui Tubi, Bugo), ma quel che conta davvero, ovverosia la qualità generale proposta, conferma la crescita dell’organizzazione di questa manifestazione. A dispetto della presenza di band perlopiù sconosciute al sottoscritto, quest’anno l’apice della proposta sonora si è concretizzata nella penultima serata dell’evento, quella del 9 agosto: ospiti d’eccezione del maremoto sonoro della serata sono Il Teatro Degli Orrori, probabilmente il gruppo rock italiano più interessante degli ultimi anni.

Secondo il programma del festival, l’inizio del concerto è previsto per le ore 22:00, tuttavia arriviamo all’Ex Galoppatoio di San Benedetto del Tronto con un’ora di (teorico) ritardo, trovando il palco ancora vuoto ed un’affluenza di pubblico in costante crescita. La location non è immensa, ma comunque funzionale e con gazebo per bevande e cibo facilmente raggiungibili anche nel pieno delle esibizioni live. Quando sono da poco passate le 23.00, le due simpatiche presentatrici danno il benvenuto ai presenti ed introducono il gruppo d’apertura, i Sound Sick di Fabriano. Fautore di un rock sporco e a tratti caotico, con influenze che vanno dal mondo alternative più malato a reminescenze del grunge più crudo e primordiale, il trio cattura l’attenzione del pubblico, strappando anche qualche applauso e segni d’approvazione tra una canzone e l’altra. Stupiscono quando il batterista ed il cantante/chitarrista si scambiano di ruolo e fanno salire sul palco un suonatore di bongo ed una danzatrice del ventre, creando per circa una ventina di minuti un’atmosfera psichedelica e tribale alla lunga un po’ stancante, ad onor del vero, ma indubbiamente curiosa e sperimentale.

È giunta mezzanotte, un uomo della crew controlla che gli strumenti siano accordati ed i volumi ben impostati; dieci minuti dopo si spengono le luci, un po’ di fumo rende l’atmosfera spettrale, ed ecco comparire cinque ombre che prendono posizione. Aspettano il momento opportuno, la batteria dà il tempo ed ecco partire “Due”: Il Teatro Degli Orrori ed il pubblico, come uniti da una metafisica simbiosi, esplodono e si dimenano come presi da invasamento. Sin dalle prime battute la performance è carica, carichissima, forse anche troppo per l’impianto che di tanto in tanto rende i suoni confusi, ma ciò non mina in maniera grave l’esperienza del concerto. Pierpaolo Capovilla si dimena, fissa il pubblico, si inginocchia vicino il bordo del palco a diretto contatto con le prime file, è visibilmente alticcio ma nonostante ciò, o proprio grazie a ciò, ha in pugno il pubblico, si dimostra un animale da palco tanto quanto gli altri membri della band, anch’essi incredibilmente carichi, che non riescono a star fermi un secondo. L’assalto sonoro continua con “Per Nessuno” e “La Vita È Breve” prima di arrivare ad un attimo di calma, ma non per questo meno ricco di pathos, con “È Colpa Mia”. Un’introduzione che elogia lo scrittore nigeriano Ken Saro Wiwa precede “A Sangue Freddo”, la canzone che ha forse contribuito maggiormente alla fama (meritata) del gruppo e cantata a squarciagola da tutti questa sera; segue “Padre Nostro”, e non credo sia casuale questa progressione, dato che versi come “Se soltanto le pietre / potessero parlare: / griderebbero vendetta / padre nostro. Non perdonarli mai / sapevano e sanno benissimo / quello che fanno: dicono sia legale” sembrano riferirsi alla vicenda di Ken Saro Wiwa, giustiziato solo perché ebbe il coraggio di denunciare le reali condizioni in cui versava la Nigeria. Durante “Majakovskij” l’atmosfera è alienata e surreale: il palco è avvolto nell’oscurità, il cantante è immobile per la maggior parte del tempo, fissa ipnoticamente il pubblico, salvo scattare nei brevi momenti di maggiore intensità, dove si rende protagonista di uno stage diving inaspettato che non fa altro che incrementare l’entusiasmo del pubblico.

Il Teatro Degli Orrori riesce a calamitare per tutto il tempo l’attenzione e l’adrenalina dei presenti, e non appena si conclude la melanconica e meravigliosa “La Canzone Di Tom”, tutti incitano a gran voce il ritorno del quintetto sul palco per un bis che non si fa attendere molto: visibilmente soddisfatti e contenti tanto dell’organizzazione quanto della risposta del pubblico, i Nostri sfoderano altri cinque brani, altre cinque mazzate sonore che confluiscono nella definitiva “Die Zeit”. Ora il concerto è davvero giunto a conclusione, giusto il tempo di un “Mi fate schifo” e un “Vi odio tutti!” biascicati scherzosamente (ridevano, ndr) da Nicola Manzan e Tommaso Mantelli dopo un trionfale surfing sul pubblico, ed il marasma umano sotto il palco inizia a poco a poco a diradarsi.

La band non si è concessa un attimo di pausa, ha dato il massimo dall’inizio alla fine nonostante le non sempre perfette condizioni audio. La nota dolente della serata risiede difatti nell’impianto sonoro: forse eccessivo per un ambiente non molto esteso come l’Ex Galoppatoio, e delle volte causa di suoni confusi o inesistenti (è capitato più di una volta che i piatti della batteria non si sentissero) che hanno costretto a continue correzioni di volume (all’inizio del bis chitarre e basso sovrastavano la voce di Capovilla, la batteria faticava ad uscire dalle casse). A parte questo inconveniente, la serata è stata adrenalinica, ottima dimostrazione di musica di razza potente ed intelligente, dove l’energia spesa sul palco non è stata mera scena, ma sincero, vero, puro e sentito rock.


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