Ypsigrock 2013: Editors, Local Natives, Rover, Metz
11/08/13 - Piazza Castello, Castelbuono (PA)


Articolo a cura di Riccardo Coppola

In un 2013 non certo felicissimo per i grandi festival musicali della nostra nazione, con eventi di assoluta rilevanza cancellati uno dopo l'altro, stupisce come proprio dalla Sicilia, isola storicamente dimenticata dagli Dèi della musica rock, possa giungere un esempio di solidità e di coerenza come quello offerto dall'Ypsigrock. È infatti una lineup d'assoluta rilevanza quella che si esibisce sotto le rassicuranti mura del Castello dei Ventimiglia (siamo a Castelbuono, all'estremo est della provincia di Palermo), per una kermesse giunta ormai alla diciassettesima edizione. Le danze si aprono venerdì 9 agosto sotto un violento quanto inaspettato acquazzone estivo, con gli headliners della serata, The Drums, introdotti da Youarehere, Efterklang e Shout Out Louds; si continua il sabato con una deflagrazione di primordiale e selvaggia elettronica, affidata a Omosumo, Holy Other, Suuns e Erol Alkan, per giungere infine a una data conclusiva dalle forti tinte indie/alternative rock, che noi di SpazioRock non abbiamo voluto lasciarci scappare.


ypsi215813Rumoreggiando parecchio già durante il soundcheck a piazza completamente vuota, i Metz aprono la serata con pochissimi minuti di ritardo sull'orario previsto, attingendo alla tracklist dell'omonimo album d'esordio per offrire alla nutrita platea un muro sonoro di circa mezz'ora. La proposta del trio di Toronto è un hardcore punk senza troppi fronzoli, crudo, sospinto da una sezione ritmica martellante e ossessiva e reso estremamente graffiante dalle ininterrotte distorsioni e urla. Sorge spontaneo interrogarsi sull'adeguatezza della scelta del gruppo per una serata dai connotati stilistici ben diversi: quello che esce fuori è uno show viscerale e violento, che da una larga fetta di pubblico, in fervente attesa di headliner molto meno sferraglianti, viene non goduto, ma piuttosto subìto.


ypsi615813Con il suo sorriso da gigante buono e con un adorabile "tutti va bene?", Timothéè Régnier, in arte Rover, è il secondo a presentarsi e il primo a ottenere risposte convinte da parte degli astanti. Risposte che, grazie alla performance maiuscola sfoderata dal trentatreenne cantautore transalpino, diventeranno vere e proprie ovazioni, sfociando addirittura in uno speranzoso ma infruttuoso tentativo di "we want more". Ripulite di tutta quella serie di abbellimenti e di accorgimenti spesso elettronici che le facevano suonare un po' troppo artefatte (se non leggermente kitsch), le dieci tracce in scaletta si colorano di gustosissime tinte adesso quasi blues, adesso da rock più duro, animandosi d'una drammaticità e una dinamicità che i più puliti arrangiamenti del debut album non possiedono. Régnier dimostra d'essere un vocalist estremamente versatile e in possesso di un'estensione invidiabile, muovendosi agilmente tra le disimpegnate tenerezze della lovesong "Lou", la tenebrosa malinconia di "Late Night Love" o gli acutissimi falsetti della hit "Aqualast", e affidando la chiusura della sua trionfale esibizione ai potenti "I'm a singer in the dark" dell'epico, emozionantissimo inno "Full Of Grace".


ypsi315813_600Qualche problema tecnico (che non verrà in realtà del tutto risolto, dato che le voci verranno spesso completamente coperte da batteria e basso) fa slittare di un quarto d'ora abbondante l'inizio del terzo show previsto in serata: sul palco salgono i Local Natives, giovanissimo quintetto dedito a un indie rock (o pop, a seconda dei casi) divertente ma non certo originale, una sorta di ruffiano e non troppo entusiasmante collage di tutto ciò che oggi ribolle nel sempre più grande pentolone del mainstream. La grande energia e l'evidente affiatamento della band (con i tre membri "di facciata" che si danno più volte il cambio alla postazione percussioni-tastiere), uniti alla natura essenzialmente anthemica di quasi tutti i pezzi (è grande la partecipazione su "Airplanes" o "World News") riescono a tenere in piedi, senza che la noia prenda il sopravvento, una scaletta sicuramente troppo lunga per quello che il repertorio della band californiana attualmente offre.

 

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E' già quasi l'una quando, sui cupi synth dell'oscura "Sugar", fanno il loro pomposo, solenne ingresso le attesissime star della serata: trattasi degli Editors, che presentano per la prima volta al pubblico italiano il loro ultimo album "The Weight Of Your Love". Inizialmente avvolto in un cappotto a tre-quarti parecchio british ma palesemente inadeguato per i 28 gradi della notte sicula, Tom Smith, animale da palcoscenico dal talento eguagliabile da pochissimi altri colleghi, si diletta nell'esecuzione di quel campionario di movenze disarticolate che l'hanno caratterizzato da sempre, senza per questo perdere in efficacia dal punto di vista vocale: la prestazione, se si eccettua "An End Has A Start" che non è mai stata resa alla perfezione in sede live, è assolutamente impeccabile. Nella lunga e variegatissima scaletta (18 i pezzi, pescati in maniera abbastanza equa dalle quattro ypsi515813_600uscite discografiche) il quintetto di Birmingham esplora in maniera sciolta tutte le sfaccettature del suo sound: ci si lascia così avvolgere dalle atmosfere vibranti, dalle note acutissime e dalle eco che prendono vita grazie alle chitarre di "Munich", "Bullets" o "Smokers Outside The Hospital Doors"; ad occhi chiusi ci si commuove e ci si fa trascinare dai picchi di dolcezza toccati dalle magistrali esecuzioni di "The Phone Book", "Two Hearted Spider" o "Honesty", piene d'un calore emozionale irraggiungibile dalle controparti in studio; spinti anche dalle esortazioni dei membri della band (in particolare il batterista Edward Lay e il tastierista Eliott Williams) si crea un'onda di braccia sull'inquietante "Eat Raw Meat = Blood Drool", si accompagna battendo le mani il nuovo singolone "Formaldehyde", a gran voce si intona il roboante coro di "Desire" della travolgente "A Ton Of Love". Sarà una "Papillon" completamente trasformata, con i caratteristici synth fusi in chiusura con un puro delirio chitarristico (con tanto di tastiera precipitata dalle parti del bassista Russell Leetch e ruzzolone sul palco di Smith) la degna chiusura di un live vicinissimo alla perfezione.


"All sparks will burn out, in the end"
, sono gli stessi Editors a ricordarcelo. E così, come un falò di mezz'estate, nonostante le quasi sei ore di musica e le sue quarantanove canzoni l'ultima serata dell'Ypsigrock brucia forte e dà l'impressione di finire troppo presto. In piazza si spengono le luci e Castelbuono può tornare a sonnecchiare, svestendo i panni di capoluogo musicale di un'intera regione e ritornando il solito quieto, silenzioso, bucolico paesello di nemmeno diecimila anime. Nella stuzzicante attesa di sapere chi, il prossimo anno, verrà a farlo saltare.




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