Wacken Open Air 2015
30/07/15 - Area Festival, Wacken


Articolo a cura di Marco Ferrari
Come tutti gli anni è arrivato il momento del nostro resoconto del Wacken Open Air. E’ vero che negli anni abbiamo assistito alla nascita ed all’affermazione di numerosi festival di ottima caratura (Hellfest, Graspop Metal Meeting, Metal Days), ma il festival tedesco rimane e rimarrà sempre il Festival con la F maiuscola, quel punto di riferimento con cui tutti gli altri dovranno sempre fare i conti.

Generalmente raccontiamo l’esperienza del Festival teutonico descrivendo con meraviglia gli immensi campeggi che vivono di allegria e tanta birra, oppure l’unicità del villaggio vichingo, ma anche l’enorme mercatino, il tutto con un sottofondo di musica superlativa presentata al pubblico con palchi e impianti audio e luci da sogno. Anche quest’anno tutto ciò era presente (perché per gli organizzatori del WOA la perseveranza è fede), ma purtroppo il pubblico presente ha potuto godersi ben poco di questo immenso parco giochi per metallari.
 
Come da tradizione a Wacken la pioggia è stata presente, ma se normalmente i forti venti del mare del nord regalavano ai presenti un meteo fortemente variabile, quest’anno la settimana prima dell’apertura del Festival ha visto una eccezionale quantità d’acqua riversata sulla venue. Ovviamente gli allarmanti annunci fatti con puntualità dall’organizzazione non hanno fermato la marcia di 75.000 fan assetati di musica e birra che però hanno ben presto trasformato un terreno pesantemente impregnato d’acqua in una immensa distesa di fango ad altezza caviglia.
Pur essendo stati accolti il mercoledì mattina da un bel sole, la pioggia non ha tardato ad arrivare, abbattendosi copiosa fino al tardo pomeriggio del giorno seguente, rendendo, di fatto, l’area concerti un enorme distesa di fango e acqua.
L’eccezionalità di tale evento climatico (mai vista una tale situazione a Wacken nelle nostre numerose presenze) ha messo a dura prova l’organizzazione che si è attivata in tutti i modi (truciolato, pompe aspira acqua, ecc) per cercare di rendere vivibile il tutto, ma l’obiettivo era talmente difficile da raggiungere che possiamo solo applaudire le intenzioni.
 
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Difficile, quindi, in queste condizioni potersi godere i concerti che hanno visto, nella giornata di giovedì, poca gente sotto al palco nelle prime ore, per poi presentarsi in massa per quello che era a tutti gli effetti il main event del festival: il ritorno dei Savatage. Rivedere la band americana sul palco è stata un’emozione indescrivibile, la bellezza di brani come “Gutter Ballet”, “Edge of Thorns”, “Hall of The Mountain King” ha coinvolto e trascinato tutti i presenti, con prove dei singoli decisamente positive ed un John Oliva molto dimagrito e in forma. La grande enfasi della serata è stata amplificata dal fatto che per la prima volta nella storia del WOA, entrambi i palchi principali erano a disposizione del concerto, con da una parte i Savatage e dall’altra la Trans Siberian Orchestra. Qui però, purtroppo, c’è stata la vera nota negativa della serata che, in oltre due ore di concerto, ha visto l’originale orchestra essere la vera protagonista (in termini di tempo) della serata. La prestazione è stata senza dubbio piacevole, ma la voglia di Savatage era tale che risulta difficile accontentarsi di soli 10 brani dello storico combo americano.
Ovviamente il WOA non è stato solo i Savatage, ma l’eccezionalità dell’evento doveva obbligatoriamente passare in primo piano, così come l’altro clamoroso ritorno sul palco: quello dei redivivi Running Wild. Il combo capitanato dal carismatico Rolf Kasparek ha dato vita ad uno show eccezionale fatto di grandi canzoni e scanzonata energia. Rock’n Rolf è ancora in grande forma e rivederlo con tale carisma sul palco è forse la più bella immagine che ci portiamo a casa da questa ventiseiesima edizione del WOA.
Il Festival ha anche visto la grande consacrazione di band come Sabaton (presenti con una produzione stellare con tanto di carri armati sul palco) e degli amatissimi (dal pubblico tedesco) Powerwolf. A fianco della consacrazione delle band emergenti ci sono state le grandi conferme di chi ha già scritto la storia: i Judas Priest hanno dato una lezione di classe e potenza unica, con un Halford in gran forma. Ottima la prestazione anche degli Annihilator che, con il ritorno di Jeff Waters alla voce, hanno guadagnato in aggressività e mood. Come sempre da applausi le prestazioni di Dark Tranquillity, Death Angel e Europe, mentre In Flames, In Extremo e Black Label Society si confermano tra le migliori live band in circolazione.
 
Un capitolo a parte merita il progetto Rock Meets Classic che ha visto un Dee Snider come assoluto mattatore del festival. Tra le note meno positive del festival bisogna, ahimè, segnalare i Dream Theater autori di una prestazione poco incisiva e con un La Brie in grande difficoltà, mentre ancora una volta non siamo rimasti positivamente impressionati da Rob Zombie che, nel tentativo di dare vita ad un horror show, riesce a coinvolgere il pubblico solo nella parte finale della set list, fatta prevalentemente di cover.
 
 
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Spero possiate perdonarci la parzialità dei report relativi ai concerti, ma le situazioni ambientali in cui ci siamo trovati  non facilitavano decisamente tale compito. Il grande rimpianto di non esserci potuti godere la vera anima e bellezza del Wacken Open Air è forte e non penso che siamo i soli: i 75.000 biglietti per l’edizione 2016 sono stati esauriti in un giorno e mezzo di prevendita. 
 
Quando i festival all’aperto vengono funestati da situazioni climatiche avverse generalmente si tende a polemizzare senza fine, ma qui si parla di Wacken e l’amore per questo festival, fatto in primis dei 75.000 pazzi che ogni anno condividono quattro giorni di festa assieme, è un qualcosa di indescrivibile e la possibile rabbia per i piccoli e grossi inconvenienti si è immediatamente trasformata in voglia di rifarsi l’anno venturo. Questo è il Wacken Open Air, questo è il motivo per cui siamo di fronte al più grande festival metal del mondo!
 
 
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