Wacken Open Air 2017
03/08/17 - W:O:A, Wacken


Articolo a cura di SpazioRock

Articolo a cura di Michele Guaitoli e Luca Ciuti

 

IL FESTIVAL

 

Il live report di un festival della portata del Wacken Open Air è un compito arduo per svariati motivi. Tra questi, il primo è senza dubbio l’incredibile quantità di palchi offerti: ben nove sparsi e distanti tra loro, causa inevitabile di perdita più o meno volontaria di alcune band, un esempio lampante di quest’anno è stata la concomitanza tra Emperor e Architects, o Katatonia ed Amon Amarth; il secondo è la varietà dei generi che porta inevitabilmente l’ospite a selezionare lo stage in base ai propri gusti o più in generale all’interesse che una band crea.

 

Fatte le dovute premesse, sarà mia premura cercare di far rivivere ai lettori le emozioni e la lucidità di tre giorni di pura immersione in un mondo musicale realmente distaccato dalla realtà, in tutto e per tutto. Wacken vuol dire molte cose, tra le quali anche vita da campeggio. Il risveglio è decretato dal calore, quando il sole crea una cappa nella tenda privandola totalmente della vivibilità determina l’ora esatta per alzarsi. L’igiene personale cala in modo rilevante, vista e considerata la mancanza di location chiuse di qualsiasi tipo e di bagni diversi da quelli chimici. E poi c’è il fango, il mitico e leggendario fango. Wacken vuol dire per l’esattezza fango e pioggia, infatti non è esistita edizione senza grandi diluvi, un meteo davvero imprevedibile che nell’arco di poche ore passa dal sole splendente e temperature da grandi sudate, alle piogge torrenziali che costringono a strati di maglie e doppi calzini. In sostanza, in un festival dove abbigliamento significa casualità totale, ho visto unicorni, uomini vestiti da fate, kilt, steampunk, montoni e in tutto questo l’unica certezza sono gli stivali di gomma.

 

Un plauso importante va all’organizzazione. 80.000 anime paganti a cui va sommata tutta la crew che non hanno creato disagi di alcun tipo; servizi sempre puliti e gratuiti; nessuna coda agli ingressi o ai baracchini, stand del cibo sempre forniti e senza code, vastissima scelta di ambulanti tra vestiario, merchandise e dischi e a tal proposito c’è da lasciarci lo stipendio; per non parlare della rievocazione storica e annessi intrattenimenti ludici, con i quali si può provare l’ebrezza di tirare con la balestra, lanciare asce, assistere a duelli medievali e ottimo cosplay steampunk. A questo vanno aggiunti gli importanti lavori sull’area annunciati già nell’anno precedente, i quali hanno permesso alle zone di camping di essere molto più vivibili per l’annosa questione fango. La peggior sofferenza può essere la distanza tra la tenda e l’area festival: può capitare di dover camminare anche 40 minuti per via del pesantissimo fango, sommato alla ovvia distanza della mia tenda, che sfiancavano senza mezzi termini. Quest’anno nella giornata peggiore e con più pioggia i circa 20.000 passi giornalieri segnalati dal contapassi hanno visto camminate massime di 15-20 minuti grazie a strade asfaltate o battute meglio. Un bel passo avanti.

 

Prima di passare alle esibizioni, credo sia doveroso soffermarsi ancora su un punto fondamentale: la descrizione delle attrazioni del più storico dei festival europei. Due sono i palchi principali, quest’anno chiamati Faster e Harder, al posto dei vecchi Truemetal e Blackmetal Stage. Alla loro destra, con un sorprendente isolamento sonoro naturale data dall’ottima disposizione, il Louder, leggermente più piccolo ma altrettanto importante. Sotto ad un tendone a circa dieci minuti di cammino dall’area principale si presentano i due palchi coperti, denominati Wet ed Headbangers, dove si esibiscono band con un impatto commerciale minore, ma non per questo meno importanti. Se Alice Cooper, Marylin Manson, gli Emperor e gli Avantasia sono tra i nomi dei main stage, ecco che The Dillinger Escape Plan, Napalm Death, Nile passano allo stage coperto, mentre Katatonia e Paradise Lost sono tra le band indirizzate sul più defilato Louder. Il Wackinger Village è un’area piuttosto estesa che vede sul suo fronte, parecchio in avanti, i main stages, su un suo lato, parecchio in là, gli stage coperti, e sul lato opposto, sempre molto distante, l’area commerciale prima ed il Biergarden stage poi. Quest’area si tratta di un’attrazione nell’attrazione, un vero e proprio villaggio medievale in una sorta di rievocazione continua con bancarelle a tema, degli ottimi stand enogastronomici con cucina tipica o comunque particolare dove abbiamo consumato praticamente tutti i nostri pasti e ben due palchi. Il primo è il Wackinger Stage, lo scorso anno i nostrani Elvenking hanno avuto l’onore di chiudere una serata del fest in veste di headliners di questo palco dove si esibiscono esclusivamente band folk più o meno metal, tra cui in questa edizione i Corvus Corax e molte altre realtà più o meno note. Il secondo è il Wasteland stage, dove ad esibirsi sono esclusivamente band steampunk, per intendersi, ci vedrei bene i nostri Sick’n’Beautiful, sotto al quale si stabilisce una cittadella steampunk di ottima realizzazione. L’ottavo palco è appunto il già citato Biergarden, uno stage decisamente più piccolo in un’area fieristica con tavoli e birreria all’aperto a mo’ di sagra che vede alternarsi band nazionali d’intrattenimento, così come coverband di vario tipo ed in serata propone il divertente metal karaoke. Un’ultima area è locata di fronte ai due palchi coperti, un tendone di dimensioni decisamente più contenute è adibito agli spettacoli di wrestling ed altri eventi minori. L’incredibile e il magico di Wacken è che in qualsiasi palco, compreso il Biergarden, a qualsiasi ora e con qualsiasi esibizione, compreso il karaoke o il wrestling, la folla è sempre partecipe, presente e stracolma. Dubito di aver mai visto così tanti spettatori ad un’esibizione alle undici del mattino, e perfino nel nostro piccolo momento, l’area al karaoke era stracolma e contemporaneamente si stavano esibendo gli Avantasia sul Faster e niente di meno che i British Lions di Steve Harris sul Wet. Davvero notevole. Abbiamo avuto l’occasione di chiacchierare e discutere con molti ospiti tedeschi e, da amante della musica, musicista ed appassionato, non posso fare a meno di sottolineare la mentalità e l’approccio teutonico alle band. Le band tedesche sono supportate con un’incredibile orgoglio nazionale, le band estere conosciute o meno sono viste con curiosità ed interesse. In particolare su Marylin Manson il ragazzo con cui abbiamo scambiato qualche opinione ci spiegava che “non gli piace e non lo ha mai visto di buon occhio, ma capitando ad un festival del genere andrà comunque a vederlo in primis perché è comunque un grande nome, e perché magari i musicisti che lo accompagnano meritano di essere visti come per tanti altri, indipendentemente dai suoi gusti”.

 

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DAY 1

 

Dalla prima edizione di Wacken, nel lontano 1990, gli Skyline sono onnipresenti. La coverband tedesca è diventata una tradizione la cui performance, ogni anno, sancisce l’avvio ai main stages del festival con una serie di cover che prevedono anche importanti ospiti. Tra “Gutter Ballet”, “Here I Go Again” ed altri grandi classici, vediamo salire sul palco prima Henning Basse e poi nientemeno che Doro per gridare la folla, con le sue “All we are” e “We are the metalheads”, l’inno del Wacken Open Air!

 

La band svedese degli Europe è leggenda e fa quasi impressione vederla esibirsi per circa un’ora su uno dei due palchi principali non in veste di headliner ma alla luce del sole, come accadde anche per i Whitesnake la scorsa edizione. Gli anni sono passati, ma la qualità dello spettacolo non è assolutamente scesa. L’età di Joey Tempest ha portato saggiamente all’abbassamento di alcune tonalità e alla modifica di praticamente tutte le linee vocali nelle fasce acute. Una scelta che alla fine ha valorizzato la qualità sonora, infatti il vocalist scandinavo non è mai risultato sguaiato e il sound generale degli strumentisti ne ha guadagnato in potenza e pienezza. Buono anche il suono lato “tecnico”: per quanto ben gestita, un’area così vasta penalizza sempre le band non headliner nei palchi principali, ma in questo caso, con gli Europe l’acustica è stata decisamente piacevole. Tra le ovvie “Rock The Night” e “The Final Countdown” anche se la setlist ridotta ha costretto a grandi esclusioni tra cui, a sorpresa, “Carrie”.

 

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Prima vera rivelazione di questa edizione sono stati proprio i black metallers polacchi Batushka che, nell’ora concessagli, hanno offerto una liturgia religiosa evocativa e particolare. Tutta la band si è presentata sul palco con delle tuniche identiche tra i vari componenti, un altare a venerare una divinità senza volto e tanto di candelabri in pieno stile liturgico. La messa dei Batushka prevede, oltre ai cinque componenti standard, anche tre coristi per creare delle armonie ispirate ai canti sacri. I contenuti della loro proposta venerano un padre di spunto ortodosso orientale/europeo. Come il loro signore, anche la band non ha volto grazie a delle maschere bianche che coprono il viso dei musicisti. Più volte è stato innalzato dal vocalist un quadro raffigurante il Cristo ancora bambino e un santo a tenerlo in braccio, anch’essi rigorosamente senza volto. Lo spettacolo esoterico, che ha ovviamente catturato l’attenzione, è stato costruito su solidissime basi black metal con un ottimo drumming e songwriting, con uno squisito condimento dato dai cori nei refrain a tessere brani non sempre in growl ma anche in un clean sacro corale. Bella scoperta per gli amanti del genere che ha saputo sorprendere anche quelli che di black metal hanno masticato davvero poco.

 

Ed eccoci al main event del giovedì, da anni ribattezzato “A Night To Remember”. Tocca ai redivivi Accept occupare la parte alta del cartellone con uno special show esclusivo per la kermesse di Amburgo. L’evento non è casuale, poiché cade in concomitanza con l’uscita di “The Rise Of Chaos”. Il set è studiato nei minimi particolari, strutturato con una prima mezz’ora di pezzi dell’era Tornillo ai quali segue il set di “Headbangers Symphony” accompagnato dalla Filarmonica di Praga. Wolf Hoffmann si esibisce in un autentico one man show di quaranta minuti circa in cui vengono riproposti pezzi storici di musica classica, come nell’omonimo lavoro solista. Un momento di grande impatto emotivo, stupisce la disinvoltura con cui il chitarrista di Magonza disegna partiture complesse con l’orchestra e un light show di grande effetto dove si spazia da “Night On The Bald Mountain”, Vivaldi, Beethoven, "Romeo e Giulietta", e tutti vengono dati in pasto a un pubblico, quello tedesco, che per tradizione è tutt’altro che digiuno di sonorità colte. La band si unisce all’orchestra per la cavalcata finale, in cui classici di ieri e di oggi si uniscono dietro a quel cingolato che è l’Accept sound. Una band letteralmente rinata.

 

I danesi Volbeat sono cresciuti in maniera impressionante negli anni, raggiungendo in Germania in particolare dei numeri davvero importanti. Ecco così che per questa edizione non solo gli è stata affidata una posizione di rilievo, considerando che sono due gli headliner dei main stage, li si può definire tali, ma anche uno spazio di ben due ore. I Volbeat rispondono all’onore con una performance maiuscola, inattaccabile su qualsiasi campo se non l’eventuale gusto personale. I brani spaziano tra il rock più classico, l’hard’n’heavy e il metal moderno, ma soprattutto la folla li acclama e le esecuzioni scorrono via lisce e potenti.  

 

Da un colosso del grind al colosso per eccellenza del “True Norwegian Black Metal”. Dall’84 i Mayhem continuano a diffondere il black più puro e, giustamente, gli viene affidato il ruolo di headliner del “Wet” stage. Ancora una volta la purezza e la qualità offerta da questi mostri sacri colpisce anche un estraneo al genere. Attila Csihar è impeccabile e potente, il drumming di Hellhammer non necessita elogi: semplicemente mostruoso. La scaletta come preannunciato, prevede l’esecuzione per intero di “De Mysteriis Dom Sathanas” in tutte le date estive, compreso il Wacken Open Air. L’esibizione scorre con un impatto davvero notevole, grazie ai vestiti di scena, infatti i musicisti sono incappucciati e col face painting; inoltre, da elogiare in questo frangente il fantastico e definito sound dei palchi al coperto. Credo che band di questo calibro siano davvero entità che almeno una volta vadano viste ed ascoltate dal vivo, per il bagaglio culturale del buon metallaro, indipendentemente dai gusti, sappiate che difficilmente resterete indifferenti. Al di là del giudizio dei puristi di qualsiasi genere, parliamo di una band insindacabile perché le atmosfere malsane create dai Mayhem e in generale da questo genere hanno pochi eguali al mondo.

 

mayhem

 

Mentre i palchi all’aperto offrono band più massive, i palchi al coperto nella prima giornata focalizzano la proposta su band più estreme. A chiudere i conti sull’Headbangers stage sono gli americani Nile. Una curiosità sulla band statunitense, il chitarrista Karl Sanders, al tempo roadie dei Morbid Angel nasce come docente di storia e, per passione e diletto fonda i Nile basando i propri e testi e i contenuti della band sulla sua passione per l’Impero Egizio e le interpretazioni religiose di papiri, geroglifici e scritture varie. Il brutal death metal della formazione proveniente dalla Carolina del Sud è molto tecnico e difficilmente all’orecchio passa inosservato il fenomenale drumming di George Kollias, probabilmente il miglior drummer che questa edizione del W:O:A abbia proposto. In generale tutta la line up, completata da Brad Parris al basso e la new entry Brian Kingsland alla chitarra offre uno show pulito e di forte impatto al quale il pubblico risponde con circle pits, crowd surfings, poghi e grande energia, pur essendo ormai l’una di notte. Chapeau!

 

DAY 2

 

Il buongiorno suona alle 12 con i Kadavar, band di Berlino ultimamente molto in voga in patria e che propone uno stoner rock dal forte appeal commerciale. L'approccio è quello tipico, suoni elefantiaci, barbe lunghe, riff hendrixiani e interminabili assoli. Sarebbe ingeneroso valutare negativamente l'impatto sonoro dei tre giovani teutonici che, in chiusura, regalano una favolosa versione di "Helter Skelter". Meritano una chance.  

 

Paradossalmente, la prima delusione del Wacken 2017 arriva da una band power: i Sonata Arctica. Per quanto controversi, restano comunque un nome importante sul panorama power internazionale, e ovviamente la nostra seconda giornata al festival riparte assistendo al loro show sull'Harder stage, uno dei palchi principali. I finlandesi, però, non rispondono con uno show degno dell'onore ricevuto: molti sono gli errori esecutivi, la scaletta è tutt'altro che energica e le troppe ballad tendono ad annoiare un pubblico voglioso di energie e non di lenti. Il vero dramma è poi un Tony Kakko decisamente fuori forma: suoni strozzati, quasi mai preciso nelle note acute e spesso portato a modificare le linee vocali omettendo le alte... come successo con gli Europe ma con la differenza che ci sono quasi 20 anni di carriera in meno. Uno dei punti di forza degli album dei Sonata è proprio la voce cristallina ed educata del singer finlandese: sarà stata una giornata no, sarà stato un momento di poca forma o di condizioni sfavorevoli, ma di certo la performance non ha soddisfatto le aspettative.

 

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In concomitanza sull'Harder e sul Louder si esibiscono Trivium e Paradise Lost. C'è poco da dire: i Trivium, negli anni hanno avuto una grande scalata mediatica che li ha portati, con "Shogun" e "In Waves" in particolare, a toccare importanti picchi di notorietà. "Vengeance Falls" e l'ultimo "Silence in the Snow" sono risultati essere in leggero calo per svariati motivi, non solo in termini di songwriting ma anche in termini di energia, un calo di intensità che si riscontra anche on stage. Il nuovo drummer Alex Bent è senza dubbio una marcia in più: davvero un bel suono quello dei suoi colpi precisi e potenti, e resta ottimo il lavoro alle chitarre e al basso del trio ormai fondamentale di Matt Heafey, Corey Beaulieu e Paolo Gregoletto. La potenza viene a mancare però proprio nel cantato del carismatico singer statuinentese. I growl sono ormai affidati al 90% a Corey Beaulieu, e Gregoletto accompagna con ottime armonie vocali le lead di Heafey, che per quanto preciso, pecca di impatto. La voce risulta sempre morbida, troppo morbida, e leggera: quasi a volersi preservare dai graffiati e dalle energiche linee degli studio album. Tutto sommato questo show è stato - in termini vocali - in leggera crescita rispetto agli episodi più recenti, ma siamo ormai distanti dagli show dell'era di "Shogun". L'impressione è che Matt Heafy stia cercando un equilibrio nella propria vocalità, probabilmente stancante nel gioco di scream/growl/clean, e che per preservarsi nel tempo durante questa ricerca stia alleggerendo molto le proprie sezioni e diminuendo la quantità di cantato sporco sfruttando il compagno Beaulieu. La speranza è che la ricerca tecnica in corso porti il vocalist a ritrovare anche la potenza necessaria a rendere lo show dei Trivium completo al 100%. Riescono comunque a coinvolgere i grandi classici: "Down From The Sky", "Built To Fall", "Kirisute Gomen" e confermano il minore impatto le nuove "Strife", "Silence In The Snow" e "Until The World Goes Cold".  

 

Un'altra esibizione non casuale quella dello storico combo inglese dei Paradise Lost, che a settembre si appresta a pubblicare il suo quindicesimo disco in studio. Gli inventori del gothic metal continuano a mantenere fede alle proprie origini, in studio come on stage: il riff bollente di "No Hope In Sight", "As I Die", "Pity The Sadness" e soprattutto quella "Gothic" da cui tutto ebbe inizio, ci restituiscono una band in grande spolvero; non saranno mai degli animali da palco, ma se si mettono in testa di creare atmosfera restano i primi della lista. Come il turbine di angoscia disegnato da "Beneath Broken Earth", riflessioni di un'anima trapassata; le nuvole incombono minacciose, il grande Nord freddo scende su Wacken, arriva il momento degli Emperor, principi delle tenebre.

 

Uno dei momenti più attesi di questa edizione di Wacken era proprio lo show degli Emperor. Giunti alla loro seconda reunion, la band guidata dalla figura davvero carismatica di Ihsahn si presenta sul palco con Samoth alle chitarre, Bard Faust alla batteria e in qualità di turnisti Secthdaemon al basso e niente meno che Einar Solberg alle tastiere ed ai cori. Il giovane Solberg si sta ritagliando una fetta davvero importante nel panorama metal internazioanle, non solo per il suo splendido lavoro con i Leprous, ma molto deve proprio ad Ihsahn che da anni lo sta portando con sé nei suoi progetti solisti e negli Emperor, offrendogli palchi di prestigio ed esperienze importanti, che ripaga con un lavoro davvero magnifico sia sul piano vocale che su quello degli arrangiamenti. Il 2017 è per i norvegesi il ventennale di "Anthems To The Melkin At Dusk", che viene quindi riproposto per intero dal vivo, assieme a tre grandi classici aggiuntivi: "Curse You All Men!", "I Am The Black Wizard" ed ovviamente "Inno A Satana" come closer. Anche quella degli Emperor si rivela una performance maiuscola, ed ancora una volta mi ritrovo coinvolto in uno spettacolo magnifico e curato nei dettagli, pur assistendo ad un genere che - lo ripeto - è lontano dai miei ascolti. Gran parte del merito va proprio al maestoso lavoro di Ihshan, strabiliante alle chitarre, ottimo nel cantato sia sporco che pulito...e accompagnato da un Einar Solberg in ottima forma che completa il lavoro del mastermind in una sorta di simbiosi musicale da brivido. Ancora una volta, il Wacken Open Air si rivela il palcoscenico ideale per esaltare le atmosfere di un genere come il black metal: così è stato in passato per i Dimmu Borgir e gli Immortal, e la musica maestosa degli Emperor non è da meno. A fare da contorno una cornice più unica che rara di nuvole basse e minacciose che hanno accompagnato l'imbrunire, per voi schiudersi davanti a una meravigliosa luna piena (guardare i filmati ufficiali su Youtube per credere). I fan più accaniti presenti hanno vissuto questa esibizione con un coinvolgimento difficile da descrivere, ed ammetto che è davvero difficile restare indifferenti di fronte a tanta qualità e intenzione. Ancora una volta: band che va necessariamente vista da qualsiasi amante del metallo.  


Era tanta la curiosità attorno al vero outsider del Wacken 2017, Marilyn Manson. I tempi d'oro sono passati da un bel po', al punto che il pubblico metallaro sembra aver concesso a Brian Warner quel minimo di credibilità artistica che si conviene a una carriera ultradecennale. L'attitudine però non si compra al supermercato e questo il reverendo lo sa benissimo. Visibilmente a disagio col suo doppio mento, Manson si mostra sulle prime abbastanza in palla grazie anche a turnisti di tutto rispetto. Qualcosa stride da subito, quasi dieci minuti di set sono rubati dall'intro, e come se non bastasse lo show non solo non decolla, ma sfocia nel ridicolo quando Manson e il bassista si scambiano i ruoli per altri dieci minuti buoni di niente, fino a quando "The Beatiful People" viene accennata e interrotta dallo stesso Manson che, alla maniera di un Axl Rose d'altri tempi, chiama sul palco una traduttrice e manda il seguente messaggio: il pubblico è freddo e finché non si mostra partecipe, non si va avanti. La gente inizia a sfollare, parte qualche fischio (i primi e unici sentiti in cinque edizioni di Wacken). Serpeggia un misto di rabbia e compassione. Dopotutto l'intransigente pubblico di Wacken una chance al reverendo l'ha data. Si può buttare via tutto così, in questo modo? Peggio di Richard Benson fuori forma.

 

marilynmanson

 

DAY 3

 

Siamo arrivati ormai all'ultima giornata e non possiamo negare che la stanchezza delle camminate e del fango si faccia sentire. Il nostro terzo giorno inizia dai Powerwolf, un’altra band con una storia interessante, che li ha visti partire nel 2003 e crescere in maniera esponenziale negli anni, fino a raggiungere addirittura un’incredibile primo posto nelle classifiche di vendita in Germania con gli ultimi dischi. La band propone un power/heavy metal classicissimo ma condito a metà tra il divertente e il teatrale da scenografie ed un look richiamante il mondo dei lupi mannari e dei vampiri. Tutt’ora la formazione non ha un bassista ed ognuno dei componenti ha un suo impatto ulteriormente carismatico. Matthew e Charles Greywolf alle chitarre, Falk Maria Shlegel alle tastiere, per la precisione due tastiere con una bella struttura a mo’ di falco sui due lati del palco, Roel van Helden alla batteria, guidati da Attila Dorn alla voce annunciano al pubblico tedesco l’inizio della loro messa truccati come sempre di bianco in stile black metal. Tra diverse battute in tedesco e i loro brani eseguiti ottimamente, lo spettacolo liturgico dei Powerwolf coinvolge il Wacken Open Air che si affolla sotto lo stage riempiendo in maniera impressionante l’area esterna dei palchi principali. Per quanto possano risultare di dubbio gusto a causa della semplicità e della poca varietà dei pezzi nella setlist, la band tedesca suona davvero bene e con grandissimo impatto, per tanto diverte e coinvolge i presenti. Siamo di fronte alla classica formazione che può esaltare o risultare ridicola a seconda dei gusti dell’ascoltatore, ma decisamente inattaccabile dal lato esecutivo.

 

Sono quindici esatti i minuti che separano la fine dello show dei Powerwolf dall’inizio di quello di Alice Cooper, un altro degli act nel bill di questa edizione del Wacken fra i più attesi. Puntualissima parte l’intro “Spend the Night” prima di dare il via allo show con “Brutal Planet”. Alice Cooper è accompagnato da una band formidabile dove su tutti spicca la chitarrista Nita Strauss che spesso si ritaglia, più che meritatamente, uno spazio in prima fila, basti pensare che c’è addirittura spazio per un suo solo di chitarra. Da musicista, amante della musica e spettatore non posso fare a meno di evidenziare come di fronte a questi mostri sacri e pezzi di storia, chiunque possa solo chinare il capo. Lo spettacolo di Alice Cooper è qualcosa di perfetto, curato nei dettagli in tutto e per tutto. Coreografico, esecutivamente impeccabile, maestosamente orchestrato, definito e di esperienza, sembra incredibile che Vincent Damon Furnier, ormai sessantanovenne, non abbia il ruolo di headliner della giornata, infatti sono gli Amon Amarth e gli Avantasia le teste di serie per la giornata di chiusura. La voce di Alice Cooper sembra quasi non risentire dell’età, la band che lo accompagna rende giustizia al fardello da portare e i mitici classici “No More Mr. Nice Guy”, “Poison", “School’s Out” e “Feed My Frankenstein” che coinvolgono ed esaltano la folla. Da notare l’inserimento in scaletta della nuovissima “Paranoiac Personality”, estratta da "Paranormal" che si integra alla perfezione con il sound generale e, in chiusura, un tributo a Lemmy con “Ace of Spades” cantata strepitosamente dal bassista Chuck Garric. Le lodi per Alice Cooper potrebbero non finire mai e trovo che colui che è stato fonte di ispirazione per molti, come ad esempio Marilyn Manson abbia voluto ispirarsi a lui senza raggiungerne il livello, continui ad un’età importante, a tenere lo scettro della teatralità nelle sue mani. Tra coreografie ed un sound potentissimo, viste anche le tre chitarre on stage, tutto è al limite della perfezione.

 

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Ancora una volta siamo costretti ad una scelta: Amon Amarath o Katatonia. La scelta ha virato sul Louder stage per gli interessantissimi Katatonia. Come al solito ogni stage del Wacken è ricco di spettatori, e gli Amon Amarth se pur gremiti non costringono gli svedesi a suonare di fronte a pochi spettatori, anzi. La formazione sta promuovendo l’ultimo album “The Fall of Hearts” da cui buona parte della setlist viene estratta. Se si pensa che i Katatonia sono nati come band doom con elementi death e black, ed ora la proposta si è spostata su un goth molto cupo quasi privo di parti in growl, l’evoluzione del quintetto è piuttosto impressionante. Quello che più colpisce è la calda voce di Jonas Renkse, ma in generale i cinque svedesi sono puliti, precisi, molto tecnici e coinvolgenti. A discapito degli undici album pubblicati, l’impressione è che solo ora i Katatonia abbiano trovato una propria forma, e forse il futuro potrebbe riservargli una meritata crescita in termini di notorietà. A mo’ di rivista: ascolto consigliato!

 

Per questa edizione del W:O:A gli Avantasia hanno creato attorno alla loro performance grandi aspettative e soprattutto un folto pubblico desideroso di poterli finalmente apprezzare dal vivo. In concomitanza con i British Lions di Steve Harris, abbiamo assistito alla prima mezz’ora di show degli Avantasia, perdendoci la parte centrale per poi tornare sotto al palco per buona parte dell’ultima sezione di setlist. Premesso che la grande assenza di Michael Kiske in questa edizione è stata colmata dall’inaspettata presenza di Geoff Tate tra i vocalist, cito subito i nomi che si sono alternati alle voci assieme ovviamente a Tobias Sammet: Jorn Lande, Bob Catley, Eric Martin, Amanda Sommerville, Herbie Langhans ed il già citato Geoff Tate. La band coinvolge ed emoziona profondamente, ma questo è stato, rispetto a live precedenti, l'occasione in cui la band ha trovato meno impatto. Tobias Sammet ha annunciato subito che quello del Wacken 2017 sarebbe stata non solo l’ultima data dell’attuale tour promozionale del progetto, ma anche l’ultimo live per un periodo da definirsi, considerando l’imminente impegno con il nuovo album degli Edguy. Si è senza dubbio percepita la stanchezza vocale di un Sammet che comunque nel tempo ha perso un po’ di verve ma non il genio creativo né tantomeno le immense e divertentissime capacità di frontman. Meno voce, ma tanta, tanta capacità di coinvolgere e l’indiscutibile genialità nell’aver creato un progetto capace di unire sul palco nomi di livello incredibile. Quello che non mi aspettavo era invece un Jorn Lande sottotono: chiariamoci, stiamo parlando di artisti capaci di prestazioni fuori dal comune che anche nel momento di difficoltà riescono ad offrire performance sopra le righe. Abituando però il proprio pubblico a performance maiuscole, quando ci si trova di fronte a piccoli errori o in generale a performance umane, si rimane comunque un po’ spiazzati. Chi non perde una nota è invece un Eric Martin in ottima condizione e con un suono spettacolare, assieme ad un Bob Catley che malgrado gli anni passino, tiene botta con qualità. Non del tutto promosso Geoff Tate, fantastico nelle medie ma piuttosto impreciso nella fascia acuta. Di mestiere il lavoro di Amanda Somerville ed Herbie Langhans, sempre un po’ nelle retrovie. L’impressione generale è stata, purtroppo, quella di una band che arrivata a questo specifico momento storico vede l’unico vero cuore nel suo frontman, mentre gli altri componenti presenziano più per professionalità che altro, se pur entusiasti del progetto.

 

Si conclude così la nostra avventura a Wacken. L’esperienza di questo festival è sempre magnifica perché proietta, come già detto, in una realtà distaccata dal mondo, dove si respira musica per tutta la permanenza. I lavori di miglioramento dell’area hanno aiutato molto la vivibilità del festival che, oggi come non mai, consiglio di provare almeno una volta nella propria vita.




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