Ulver with MG_INC Orchestra
16/11/13 - Teatro Regio, Parma


Articolo a cura di Alessandra Leoni
Gli Ulver facevano black metal. Gli Ulver facevano musica elettronica sperimentale. Gli Ulver facevano ambient. Adesso gli Ulver dovrebbero fare musica contemporanea, che è come dire che fanno un po’ di tutto, in un’accezione grossolana e superficiale, quando non si sa che cosa dire di una musica che spiazza; o peggio, si abusa del termine indefinibile. Non è esattamente così. Non sono indefinibili, credo che sarebbe ingiusto definirli tali, almeno nell’accezione più negativa; sono semmai degli sperimentatori, che è ben diverso. Sperimentazione che li ha portati al Teatro Regio di Parma, assieme a un progetto interessante, quale la MG_INC Orchestra, nata grazie al crowdfunding e alla volontà dei musicisti dell’orchestra, tutti italiani e che vivono una situazione di precarietà che deve solo far riflettere in che condizione versa la musica in Italia.

Questa sperimentazione parte con l’opening act - un concerto per solo theremin a cura di Pamelia Kurstin, che interverrà sporadicamente con questo strumento (che, se non sapete che cosa sia, vi consigliamo di guardare qua) durante l’esibizione dei norvegesi. Un momento di musica che spazia, data la complessità dello strumento, tra una minima ricerca di melodia e di figure ritmiche compiute e tra l’alea più assoluta, dove a quel punto, è solo il gusto dell’esecutore a prevalere, le cui scelte devono cercare di toccare perlomeno le frequenze emotive dell’ascoltatore. La sensazione è che, forse, mezz’ora di concerto con un solo theremin sia un po’ troppa, ma in alcuni frangenti, il trucco è semplicemente chiudere gli occhi e lasciarsi andare all’immaginazione, nel buio quasi completo del Teatro Regio, interrotto solo da qualche luce blu. Sarebbe curioso raccogliere le molteplici impressioni circa le emozioni avvertite dagli ascoltatori durante il concerto della Kurstin, per capire anche l’approccio dello spettatore al theremin, che non è affatto comune.

ulver_livereport_parma_2013_02Adesso qua arriva il momento più difficile per chi scrive, ovvero cercare di descrivere lo spettacolo degli Ulver. Si può partire dal dato di fatto nudo e crudo, che l’esibizione si è basata pressochè tutta su “Messe I.X - VI.X”, l’ultima fatica dei Nostri, per poi chiudere il concerto con “Little Blue Bird” ed un’affascinante ed onirica “Eos”. Si può aggiungere che sono stati accompagnati dai 21 membri della MG_INC Orchestra, la quale è stata diretta dal Maestro Martin Romberg, che aveva ovviamente collaborato con l’ensemble norvegese per gli arrangiamenti dell’album. Cos’altro si può dire, se non rimanere ipnotizzati dalle proiezioni in 3D e non, alle spalle degli Ulver e dell’orchestra? E anche un po’ inquietati, se vogliamo, tra occhi, gabbiani, donne che si dimenano, bambine dallo sguardo spiritato, luci blu e luci rosse. Certo, l’ascoltatore aveva l’obbligo di lasciarsi andare e attendere il momento fatidico in cui quella strana combinazione di arrangiamenti d’archi di gusto un po’ romantico, un po’ alla “Der Tod und das Mädchen” di Schubert, accostati alla musica elettronica, facessero scattare qualcosa dentro di lui. Personalmente, posso dire che quel momento per me è arrivato circa a metà, tra “Glamour Box” e “Son Of Man”, quest’ultimo uno dei momenti più alti e intensi dell’intera esibizione, che si è chiusa trionfante con una spettacolare e purificante “Mother Of Mercy”. Superato l’apice del pathos, si passa ad una rassicurante “Little Blue Bird”, le cui proiezioni - dei tuffatori dal trampolino d’altri tempi, ricordano, se non sono proprio quelle, le scene riprese da Leni Riefenstahl per il film “Olympia”. C’è un senso di leggerezza, terminata la setlist dedicata a “Messe I.X - VI.X”, come se la musica di prima avesse l’esatto compito di tirare fuori qualche peso, qualche affanno inconfessabile, e di levarlo dal petto dell’ascoltatore. Poi, “Little Blue Bird” ha rassicurato i tormentati, ha fatto sentire leggeri, sospesi per aria come quei tuffatori proiettati sullo schermo, liberi di fluttuare nuovamente nell’aria. Ed “Eos” ci lascia liberi di radunarci nuovamente, fuori dal Teatro Regio, sotto la luna e il cielo novembrino, come appena svegli da un sogno un po’ strano. Ma bello, bellissimo. Gli Ulver hanno raggiunto una raffinatezza e un’imprevidibilità tali per cui è legittimo non sapersi cosa aspettare; non è legittimo aspettarsi che tornino a fare black metal - come qualcuno diceva con qualche beata speranza in platea, ma Rygg e soci lo hanno detto più volte che loro il meglio lo hanno dato fuori dal metal; infine, non è giusto dire che sono semplicemente indefinibili. Sono sperimentali e imprevedibili, questo sì. Infine, basterebbe dire che sono gli Ulver, e ciò dovrebbe essere sufficiente.



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