Satyricon + Suicidal Angels - Deep Calleth Upon Deep Tour
17/03/18 - Largo Venue, Roma


Articolo a cura di Giovanni Ausoni
Dopo i tortellini, la carbonara: i Satyricon sembrano averci preso gusto e non soltanto per l'eccellenza italiana nel campo della gastronomia. Dopo Bologna, questa volta tocca a Roma ospitare i veterani del trve kult norvegese, impegnati nel tour  a supporto dell'ultima release "Deep Calleth Upon Deep": nonostante gli anni sulle spalle inizino a pesare, i nostri sanno difendersi ancora con mestiere, sia dal punto di vista della freschezza compositiva che delle prestazioni live, ponendo basi solide per una carriera di certo non al capolinea. Ad accompagnarli gli ellenici Suicidal Angels, sulla breccia dal 2001 e fautori di un thrash metal old school piacevole, ma non particolarmente originale, debitore del sound di Slayer e Sepultura e di rado distante dalla codificazione operata dai maestri del genere.
 
 
Largo Venue apre le porte intorno alle 19:00: la coda piuttosto snella offre già il polso numerico di un'adunata che, benché in seguito si riveli abbastanza consistente ed estremamente partecipe, non sarà in grado di riempire il locale nell'intera capienza. Birre bionde, doppio malto e prosecco ingannano l'attesa, il buio della sala e dolciastre note di sottofondo assistono gli astanti, viepiù disinteressati dell'atmosfera che di lì a poco invaderà i padiglioni auricolari di ciascuno: divani, cuscini e morbide trapunte si adeguano all'ambiente rilassato, offrendo un comodo giaciglio prima dello scatenarsi della tormenta nera.
 
 
Poscia quaranta minuti abbondanti di standby, il quartetto greco fa il proprio ingresso on stage palesando sin da subito una verve eccellente: non importa che l'uditorio arrivi alla chetichella, l'act ateniese decide di sprangare immediatamente le cervici con il massacro di "Capital Of War". Il "Fire" reiterato allo sfinimento dal foltocrinito mastermind Nick Melissourgos incendia all'istante il plesso solare della variegata fauna presente, trascinata dal groove irresistibile del pezzo; il binomio composto da "Bloodbath" e "Reborn In Violence" dimostra come i brani funzionino meglio dal vivo che su disco. Nessuna innovazione, tuttavia energia da vendere per un bagno di sangue nel quale sguazzano alla perfezione il basso roboante di Aggelos Lelikakis e le sei corde steroidee di Gus Drax: i due musicisti invertono continuamente le posizioni ai fianchi del singer, spingendo la turba a un headbanging fatidico quanto smodato, soprattutto nelle file centrali. Le accelerazioni e i break di "Front Gate" e la brutale "Eternally To Suffer" in pieno stile eighties preludono all'oratoria blasfema del frontman: ululati di approvazione per un singer che ricava ulteriore soddisfazione quando invita con veemenza a un mosh-pit da cui non si tirano indietro baldi giovani e antichi aficionados. Calici vuoti e sudore opalescente invadono intanto un impiantito in perenne oscillazione sismica, che ben si adatta alla lunga mitragliata di "Seed Of Evil" e all'incalzante "Moshing Crew", traccia nomen omen: il pubblico accetta l'implicito comando e parte il contatto fisico da rissa incruenta. Chiude la cavalcata "Apokathilosis", espansa nella durata e particolarmente intensa se paragonata all'incisione in studio; un sanguinoso dessert forte di una convincente prova ai piatti di Orpheas Tzortzoupolos, opulento di sentiti ringraziamenti e assidui "hey hey hey" sbraitati in sincronia e con i pugni al cielo. I Suicidal Angels, complice un'oculata setlist che pesca piste da ogni disco prodotto, a eccezione dell'esordio "Eternal Domination" (2007), si confermano un porto sicuro per naviganti di vecchio corso metallico e gradito aperitivo alcolico per il sospirato pasto successivo.
 
 
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Una citeriore mezzora di pausa: si esce per cambiare aria e annusare i profumi della notte in una zona Prenestina in verità foriera di idrocarburi anziché di gigli di campo. Una sigaretta, un bicchierino per riprendersi e si torna dentro: le strobosferiche luci blu, rosse e verdi in rapida alternanza alludono al piatto prelibato della serata. Un boato accoglie l'andatura decisa di Satyr, ghost rider con giubbotto di pelle e trucco cadaverico, slegato ormai dalla classica iconografia black, nondimeno personaggio carismatico e dalla resistenza vocale inaspettata. Gli altri strumentisti,  dal giovane Attila Vörös al corpulento Anders "Azarak" Odden, dallo stagionato Steinar Gundersen all'inamidato Anders Hunstad, riscuotono medesimo calore: un osannato Frost sgattaiola celere verso l'enorme batteria che ne copre quasi per intero la figura. Gli scandinavi optano per una scelta policroma di canzoni, trascurando però quelle contenute in "The Shadowthrone" (1994) e "Rebel Extravaganza" (1999): gli inediti non sfigurano rispetto alle pietre miliari, sebbene la folla appaia maggiormente trascinata dagli estratti del passato, riservando ai cascami doomy attuali una condivisione meno appassionata. Un'intro militaresca precede l'avvio della performance: "Midnight Serpent" e "Our World, It Rumbles Tonight" preparano il terreno per una "Black Crow On A Tombstone" intonata collettivamente, con Wongraven che muove l'infera ypsilon microfonata in direzione del marasma sottopalco. Si veste di solennità abissale "Deep Calleth Upon Deep": Frost, capello fluente e barbetta diabolica, sbalordisce per precisione metronimica, pestaggio incontrollato e deliri simil-prog. Nel frattempo la florida peluria ondeggia sulla pressione del vento di phön spirante ai suoi lati.
 
 
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Un breve intermezzo, giusto per ricaricare le pile, ed ecco "Die By My Hand" che suggerisce alla turba, tesa a ripetere ipnotizzata il mortifero refrain, scatti in avanti sull'orlo del precipizio: ci pensano gli umori roventi di "Repined Bastard Nation" a raddrizzare le schiene della falange capitolina. Nelle massicce "Now, Diabolical" e "Burial Rite", Satyr, electric guitar madreperlacea nelle mani, si atteggia a consumata rockstar, spostandosi con destrezza robotica sulla scabra scena, drappeggiata esclusivamente dall'artwork münchiano del nuovo album. Aggettante sulla massa o arringandola dall'alto, il doppelgänger corvino di Falco solleva le dita cornute e utilizza parole al miele per il Belpaese: un omaggio che, a parte un secondo intervallo e una gotica "To Your Brethren In The Dark", si concreta con la proposizione di "The Ghost Of Rome". Entrambe sofferenti di una cattiva equalizzazione timbrica e di un volume degli amplificatori esageratamente tonitruanti, le tracce si riducono a un trambusto distorsivo che penalizza la qualità generale dello show, quantunque il ruggito bestiale di Satyr riesca a ergersi oltre il muro dell'inverosimile frastuono. La situazione fortunatamente evolve presto in positivo, l'armonizzazione  delle tre asce  perviene a un sufficiente equilibrio e la doppietta d'antan "Walk The Path Of Sorrow" e "Trascendental Requiem Of Slaves" traghetta il gruppo sui binari di una resa tanto pulita e arrembante da stimolare un moshing ancora più selvaggio dei precedenti. Polveri purpuree poi per "Mother North": lo spirito guerriero del popolo scandinavo trasfuso nelle vene della caput mundi imperiale evoca scenari di oscura cerimonia ove stregoneria satanica e cupo rituale divengono materia da ardere nelle scorribande circolari di una torma estasiata dalla foga di un ensemble longevo e impetuoso.
 
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L'esibizione apparentemente si conclude, Frost scende dallo scranno, torso nudo, sguardo allucinato, maschera kabuki sul volto: senza proferire parola percuote la gamba sinistra a terra con ritmo marziale e crescente, trainando il pubblico a un battito di mani barbaro eppure modulato. Kjetil si congeda silenzioso, il resto della band esprime gratitudine e depone le armi, eppure il mormorio diffuso testimonia il desiderio di supplementari vibrazioni: al "Satyr senatore a vita" il moniker petroniano risponde con una rentrée al cherosene, mentre l'acclamato leader impugna una chitarra totalmente nera al fine di supportare oscuramente i colleghi nella tripletta finale. Le consanguinee "The Pentagram Burns", "Fuel For Hatred" e "K.I.N.G." non abbassano la potenza dei giri, semmai elevano i toni, raggiungendo nell'explicit uno straordinario acme interpretativo: nel mezzo "To The Mountains" scivola spettriforme e diabolica sulla pece ribollente. Il viaggio nel baratro termina: il delizioso "Fuck you!" di Sigurd chiude i giochi e il combo al completo si licenzia attraverso il tipico commiato appartenente alle opere teatrali, ricevendo un caratteristico coro da stadio invece di mazzi di rose vermiglie.  Il sipario di fuoco si chiude, lasciando appagata l'orda laziale: "Phantom north / I'll be there when you hunt them down".
 
Setlist Suicidal Angels
 
Capital of War
Bloodbath
Reborn In Violence
Front Gate
Eternally to Suffer
Seed of Evil
Moshing Crew
Apokathilosis 
 
Setlist Satyricon
 
Midnight Serpent
Our World, It Rumbles Tonight
Black Crow On A Tombstone
Deep Calleth Upon Deep
Die By My Hand
Repined Bastard Nation
Now, Diabolical
Burial Rite 
To Your Brethren In The Dark
The Ghost Of Rome
Walk The Path Of Sorrow
Transcendental Requiem of Slaves
Mother North
 
Encore
The Pentagram Burns
To The Mountains
Fuel For Hatred
K.I.N.G.  



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