Pain Of Salvation - Milano
15/12/15 - Magnolia, Milano


Articolo a cura di Riccardo Coppola

Era passato un bel po' di tempo dall'ultima volta in cui le tredici corde dei Pain Of Salvation erano ridiscese in Italia, a ruggire in preda a violente convulsioni da distorsione. Nel mezzo la malattia del frontman Daniel Gildenlow, l'ennesimo rimescolamento di una band da sempre metamorfica, l'ingaggio di una seconda voce, tante date e addirittura un album di sole reinterpretazioni acustiche di grandi classici. Tutto molto toccante e bello, per carità, ma chi coi Pain Of Salvation c'era musicalmente cresciuto cominciava a sentire dentro sé un vuoto incolmabile. Poi qualche mese fa una nuova speranza: la band suona per intero "Remedy Lane". Di nuovo, dopo dieci anni. In una di quelle fighissime crociere prog piene di star di tutto il mondo. L'evento al Magnolia si inserisce nell'aftermath di quell'evento esclusivo e del seguente tour, costruendo una tracklist comunque variegata attorno alla scaletta di quello che della band svedese è il migliore album, ricalcandone i momenti topici, dall'introduzione strumentale al conclusivo crescendo.

 

Ma, specificato l'intento di serata, apriamo una parentesi: i Pain Of Salvation cominciano a suonare che sono già le 23.15 circa. Prima di loro un microfestival di realtà (più o meno) prog delle nostre parti: i bolognesi Vitriol, che reinterpretano con mestiere (e una certa dose di derivatività) sonorità tooliane e spandono atmosfere cupe e voci abbastanza versatili su un locale ancora pressoché vuoto. Poi i Simus, che portano in scena (con una resa in realtà tutt'altro che impeccabile) declinazioni moderne del genere, tuffandosi nello space-metal a tematica sci-fi per poi proporre sonorità arabeggianti, regalando assoli di shred e di basso in tapping e cantando ora ritornelli acutissimi, ora gutturalità in stile Soen, ora brutali scream. Infine gli Avenue Lie, hard rockers molto più tradizionalisti che coinvolgono un pubblico adesso numeroso, lanciando cd e preservativi personalizzati, ed evidenziando loro malgrado la sciagurata calibrazione verso l'alto dei volumi della venue. Forse un'apertura troppo lunga (quasi due ore e mezza di antipasto prima della portata principale), sicuramente una scelta di band non esattamente in linea con la proposta e con il mood degli headliners; nel complesso, prolissità a parte, un'opening dignitosa capace di lasciare una manciata di spunti interessanti, per chi fosse interessato a spendere qualche banconota al banchetto del merch.

 

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Alle 23.15, come si diceva: i Pain Of Salvation, la loro antologia parziale su diciassette tracce, l'ampia selezione di momenti di "Remedy Lane". Le elettroniche arabeggianti della title track, che si trovavano in origine sui trequarti di disco e che adesso accompagnano la band nel suo ingresso sul palco. Ragnar Zolberg con un facial painting che fa credere di trovarsi a una festa di Halloween o a un concerto di Alice Cooper. Daniel Gildenlow che mette alla prova il suo sex appeal, provando a strappare ormonici gridolini alle donne (e non solo) pur uscendo dal backstage come se fosse andato a buttare l'indifferenziata. Ci riesce. Gli amplificatori che già su "Of Two Beginnings"partono a fare un macello infernale, con una, due, tre, quattro voci che in contemporanea assecondano guazzabugli tastieristici mentre le dita sui manici e alle bacchette suonano partiture completamente asincrone. E' la melodia destrutturata, il casino progressivo che da vent'anni è trademark del quintetto proveniente dalla Svezia. Gildenlow che su "Ending Themes" recita una strofa in spoken word, prodigandosi in un minuto di ammiccamenti ed espressioni d'incredibile teatralità, coordinandosi in controtempo con sezioni solistiche di una difficoltà inumana. Margarit che da dietro le pelli sparge azzeccatissime armonizzazioni su quasi tutti i refrain. Zolberg che porta sulle spalle l'onere di sostenere i ritornelli più lunghi e acuti, di "Chain Sling" o di "The Perfect Element", sapientemente piazzata in encore dopo il momento Gilmour della godereccia e quanto mai allungata "Falling".


E' un live suonato in clamorosa scioltezza ma dal tasso tecnico straordinario, che tra sorrisi e risate vede alternarsi pezzi dalle atmosfere e dalle tonalità adesso malinconiche, adesso inesorabilmente tragiche (prima "Ashes", poi la pur leggiadra "A Trace Of Blood"). C'è da ammettere, in realtà, che alcuni dei brani ("Fandango", o piuttosto "Foreword") cominciano a scricchiolare sotto il peso di un inevitabile invecchiamento, e dell'adesione assoluta a stilemi tipici del prog metal di tardi anni '90 e ormai leggermente stantii. Ma qualora non bastasse l'istrionismo di uno dei migliori frontman dell'intero universo rock, a mantenere altissimo il coinvolgimento e a far (e)saltare la gente ci pensa una sezione centrale che pesca dal tanto bistrattato dittico Road Salt le sue caratteristiche più spettacolari: odi alla sessualità su organetti blues e granitici riffoni grunge, bisbigliate storie d'amore dalle tinte folk-western, suite alternative con messianiche code francofone. Brani che su disco hanno lasciato molti fan perplessi, ma che live fanno esplodere un pienissimo Magnolia, testimoniando la devastante efficacia della ritrovata semplicità.


...e comunque, per chi non si fosse lasciato convincere, c'è pur sempre stata "Beyond The Pale" in encore.

 

 

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Setlist:

Remedy Lane 

Of Two Beginnings
Ending Theme
Fandango
A Trace of Blood
Ashes
Linoleum
To the Shoreline

1979
Rope Ends
Chain Sling
No Way
The Physics of Gridlock

 

Encore:
Falling
The Perfect Element
Beyond the Pale 




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