Motorpsycho - 2017 The Tower
05/11/17 - Live Club, Trezzo Sull'Adda


Articolo a cura di Federico Barusolo
Si ringrazia Cristina Cannata per la collaborazione.
 
 
Quasi al termine di una domenica decisamente da dimenticare dal punto di vista metereologico, arriva a salvare la giornata una valanga di vibrazioni psichedeliche che prendono il nome di Motorpsycho, giunti alla terza delle ben quattro date italiane del tour "2017 The Tower", dopo Parma e Livorno e prima di Roncade. È una pungente pioggerella, infatti, che spinge tantissimi fan accorsi da diverse parti del nord Italia (e non solo) a fiondarsi dentro la grande sala del Live Club di Trezzo Sull'Adda, alla disperata ricerca di un posto asciutto e di forti emozioni. La stessa pungente piogerella aveva accolto la band più di un anno fa al Magnolia di Milano, quando il trio di Trondheim aveva fatto visita per l'ultima volta al nostro Paese per una serie di date, volte a presentare al pubblico italiano il neonato "Here Be Monsters". A distanza di un anno, i mostri sacri dall'indefinibile genere tornano sui palchi nostrani per presentare il loro ultimo lavoro "The Tower".
 

La band sale sul palco poco dopo le 21.00, palesando da subito i quasi 30 anni di carriera con barbe e capelli che, sbrilluccicanti sotto ai giochi di luci, rivelano un certo grigiore. La abbozzata pancetta da storici e saggi bevitori di birra potrebbe poi far pensare ad uno stato di forma lontano da quello dei tempi d'oro, ma il dubbio dura giusto il tempo di vederli posizionarsi ai loro posti di combattimento, impugnare gli strumenti e accennare le prime note di "Mountain". Ha inizio uno spettacolo che durerà più di due ore.

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La partenza non è esattamente con il piede sull'acceleratore, ma si rivela particolarmente efficace nell'ipnotizzare il pubblico dal primissimo momento, anche grazie alle melodie progressive di "In Every Dream Home", primo brano del nuovo album ad essere presentato. Ci vuole ben poco però per incantare il pubblico e presto i quattro signori sul palcoscenico iniziano a mettere in campo le loro carte migliori e prendere totalmente possesso della sala. E da qui sono bocche aperte, ovunque. C'è chi si agita, chi canta (o almeno ci prova), chi trova nell'headbanging un ottimo rimedio per asciugare i capelli dalla pioggia presa all'esterno. Ma la percezione comune è quella di star partecipando a un qualcosa di assolutamente travolgente, un mix di sensazioni diverse, in grado al contempo di generare tra la folla euforia e trascendenza, ma che alla fine lasciano il campo soprattutto a stupore ed ammirazione. Bent Sæther e Hans Magnus "Snah" Ryan, nella loro irremovibile maschera di serietà e nordica saggezza, danno sfoggio delle loro stagionate, invidiabili capacità, cimentandosi in tecnicismi solo apparentemente "grezzi", che fanno gonfiare le vene sulle tempie. Il tutto sostenuto dalle braccia arrabiate di Tomas Järmyr, degno sostituto di Kenneth Kapstad dopo l'addio avvenuto proprio un anno fa al termine dell'ultimo tour, e dal capellone quarto uomo a cui è affidato il compito del tutto fare che, tra un sorso di birra e l'altro, lancia le sue dita ora sulle tastiere, ora sulle corde della seconda chitarra, ora sui tasti di una tromba. Seppur la voce di Sæther non sia nelle più floride condizioni, l'esecuzione dell'intera scaletta è a dir poco convincente. Una scaletta ben costruita, che affianca accanto a brani dell'ultimo disco come "Bartok of the Universe", "A Pacific Sonata" e "The Cuckoo", perle del calibro di "Manmower", "Go To California" e "Upstairs-Downstairs".

 

Picchi di tensione da sudore sulla fronte e peli sulle braccia rizzati arrivano con "Un Chien d'Espace", crescendo costante che porta ad un gran finale durante il quale le pareti e il pavimento del Live Club iniziano letteralmente a tremare. La potenza sprigionata dalle corde del basso e della chitarra, sostenuta dai colpi decisi della batteria, è incalcolabile e si rispecchia negli occhi degli spettatori, ancora a bocca aperta, ancora ipnotizzati, impegnati a cercare di capire chi sono, dove sono, cosa stanno facendo e se hanno spento il gas a casa. C'è chi ha lo sguardo fisso e chi non smette di muovere la fluente chioma, chi balla e chi chiude gli occhi. Uno spettacolo magistralmente incomprensibile, dalle emozioni sconosciute.

 

La band fa per uscire dalle scene, ma chi fino a qualche secondo prima era a bocca aperta, ora la usa per parlare: "We want more!". E non si fanno pregare molto i norvegesi, prima di regalare altri circa 20-30 minuti di energia (decisamente difficile era mantenere la cognizione del tempo). La band prima accontenta i presenti in sala con un'esecuzione impeccabile di "Ship of Fools" , e poi li saluta con la degna ciliegina di "Vortex Surfer".

 

Uno spettacolo magistralmente incomprensibile. Come potrebbe essere diversamente? Alternative rock, stoner, post-rock, indie, fusion, jazz, noise, progressive, psychedelic. Chi più ne ha, più ne metta. Vene gonfie, sudore e pelle d'oca. I Motorpsycho rimarranno sempre e comunque un puntino unico e inimitabile nell'universo della musica che regala emozioni, spesso -e giustamente- incomprensibili.

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Setlist

Mountain
In Every Dream Home
Manmower
Go to California
Bartok of the Universe
A Pacific Sonata
The Cuckoo
Upstairs-Downstairs
Ghost
Un chien d'espace


Encore:
Ship of Fools
Vortex Surfer

 




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