Hellfest 2016
17/06/16 - Francia, Clisson


Articolo a cura di SpazioRock

Live Report – Hellfest 2016 , a cura di Alessia Mancini con la partecipazione del nostro fotografo Daniele Di Egidio

 

 

 Una location che sembra l'ambientazione di un romanzo storico, immersa tra bucolici vigneti, dolci colline, castelli medievali e chiese monumentali è quella che ospita uno degli eventi più attesi dell'anno, giunto ormai all'undicesima edizione. È nella Loira, a Clisson, che ogni anno si riuniscono schiere di metalheads da ogni parte del mondo, mettendo a dura prova la tranquillità dell'ameno borgo francese.

 

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L'ingresso del festival, gigantesca porta d'entrata al limbo, si presenta come la facciata di una cattedrale gotica, impressionante e minacciosa. Le file chilometriche per entrare nell'area festival e ritirare il braccialetto per l'accesso, e le tante persone accampate fuori dal camping già dal giorno precedente, sono le avvisaglie dell'ennesimo sold out.
Un successo possibile grazie ad un'organizzazione accorta e intelligente capace di stilare un bill estremamente vario e di assoluta qualità, che quest'anno punta su nomi del calibro di Black Sabbath, Megadeth, Rammstein, Slayer, Korn, Testament, Overkill, Anthrax, Amon Amarth e Twisted Sister, solo per citarne alcuni.
L'offerta musicale è impressionante, tanto che c'è sempre qualcosa da vedere visto che gli show si alternano con pochi minuti di stacco su sei palchi differenti. Mettete in conto che non potrete mai vedere tutte quelle band, già per coprirne la metà dovreste trottare come conigli, quindi il consiglio è quello di evitare programmi troppo arditi, che poi puntualmente si finisce stremati a bivaccare al boschetto davanti ai mainstage. Considerate anche i minuti per spostarsi da un palco all'altro che possono trasformarsi in ore quando sarete imbottigliati nella calca (o dovrete evitare gente collassata stramazzata al suolo).
Ma la musica non è il solo punto forte del festival, dove nulla è lasciato al caso. L'Hellfest si configura quasi come un lunapark a tema horror, con tanto di ruota panoramica, discesa all'inferno (una sorta di zipline con cui è possibile sorvolare i mainstage), skatepark e spettacoli pirotecnici, al punto che la musica potrebbe quasi fare da contorno. Un variegato immaginario di figure demoniache, inserite in scenari futuristici post-catastrofe degni di un set di Mad Max, popola ogni angolo del festival.
Molte sono anche le novità di quest'anno. Massimo è infatti l'impegno degli organizzatori che cercano non solo di rendere più efficiente e fruibile l'area festival, ma anche di abbellirla e valorizzarla. Qualche parola deve essere spesa per l'area del Warzone, quest'anno riadattata ad un perfetto mix tra un'arena e una prigione con torri di guardia, filo spinato e barricate. Arricchita di stand ed attrazioni, su tutte spicca il memoriale a Lemmy Kilmister, che svetta monumentale dinnanzi l'ingresso dello stage. Una tappa d'obbligo per ogni amante del metal, e meta di pellegrinaggio dei fedeli che vi si recano per adorare le sacre reliquie (gli stivali di Lemmy) e offrire in dono sigarette, Jack Daniel's e reggiseni per ingraziarsi il dio del rock n'roll.
Lemmy è stato il padrino spirituale di questa edizione; le sue foto sono presenti ovunque ed è impossibile non notare il bellissimo ritratto che campeggia nella cittadella a ridosso dell'ingresso. Molte band gli tributeranno delle cover e a lui saranno dedicati anche i fuochi d'artificio a conclusione della seconda giornata, quando la scritta LEMMY comparirà in cielo rischiarata dalla luna, sulle note di una delle ultime esibizioni della band, suscitando grande commozione e nostalgia.
Gli ingredienti per un festival da ricordare ci sono tutti e siamo sicuri che anche stavolta sarà un'edizione da tramandare ai posteri.

 

 

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DAY 1

SOLEFALD
Una delle prime esibizioni di questa edizione è quella dei norvegesi Solefald con il loro connubio di post-black metal/avantgarde. Uno show giocato sulla sperimentazione e l'innovazione musicale reso ancora più suggestivo dalla performance (in contemporanea sul palco), del pittore Christopher Rådlund che, pennello e tavolozza alla mano, raffigura su una tela un cavallo, ultimandolo a fine show con il logo della band. Malgrado la non immediata fruibilità della proposta, i pezzi eseguiti non annoiano, anche se non riescono a coinvolgere del tutto un pubblico ancora freddino. Peccato perché la poetica "Sun I Call" e "Jernlov" avrebbero meritato più di un applauso.

SADIST
Fuoriclasse del metal tricolore, i genovesi Sadist sconvolgono l'Altar Stage con una proposta che coniuga l'aggressività del death metal al virtuosismo del prog, Già dai primi minuti è palese lo spessore tecnico del gruppo. Ad impressionare è soprattutto Tommy Talamanca, funambolico polistrumentista che si cimenta contemporaneamente sulla chitarra e la tastiera alternando mano destra e mano sinistra sui due strumenti, lasciando basiti gli astanti che lo osservano come si farebbe con un alieno in terra.
Una fedeltà d'esecuzione che non può lasciare indifferenti, tra vecchi classici (“Tribe”, “Season in Silence” e “Sometimes They Come Back”) e gli ultimi nati in casa Sadist (“The Lonely Mountain”, “Bouki”). Un'ottima prova, oltre alla conferma che il metal italiano sforna proposte di grande qualità che non hanno nulla da invidiare all'estero.

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ANTHRAX
All'Hellfest quest'anno va in scena il thrash degli esordi e questo pomeriggio ci pensano gli Anthrax a rispedirci tutti quanti dritti nel 1986, quando il genere era davvero al suo apice e non un fenomeno da “revival”.
Cinquanta minuti scarsi sono sufficienti a Belladonna e soci per dimostrare che l'attitudine thrash goliardica che fece la loro fortuna non è stata scalfita dal tempo. Il brano d'attacco “You gotta Believe”, tratto dal recente “For All Kings”, è ignorante e diretto quanto basta per scaldare il pubblico. Dopodiché è tutto uno show tutto in discesa al ritmo di classiconi da “Caugh In A Mosh” e “Got The Time”, passando per la spaccaossa “Got The Time” e “Antisocial”. Un Belladonna irrefrenabile, sorretto da una band in forma smagliante, che sfoggia divertito il suo copricapo da indiano nella conclusiva “Indians”, cantata a squarciagola dai fans che si dimenano nel moshpit. Ottima performance che mette tutti d'accordo.

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KORPIKLAANI
Il metal festaiolo riscuote sempre un certo successo in queste manifestazioni come dimostra l'esibizione dei paladini del drinking folk metal Korpiklaani, in un Altar gremito di gente fino al praticello esterno.
In un'atmosfera goliardica, tipica più di una festa paesana che non di un concerto metal, i sei finlandesi riescono a conquistare anche i puristi meno avvezzi al genere, che si perdono in balli sfrenati sulla spinta delle melodie incalzanti e dell'aumentare dei gradi alcolici.
Se per caso qualcuno avesse ancora qualche dubbio sulla passione smodata per l'alcool da parte della band, la tripletta conclusiva è una vera dichiarazione d'amore: “Wooden Pints”, “Vodka” e “Beer Beer”, pur essendo pezzi senza troppe pretese, dimostrano come una band festaiola e scanzonata possa essere molto più travolgente di tante band seriose che nel frattempo staranno facendo a gara a chi spara più assoli ultrasonici o imbratta più manichini con sangue finto.

VOLBEAT
I Volbeat li ho sempre immaginati come macina dischi in America e lontani dal “Mercato Europeo”, da un po’ di anni a questa parte durante l’Hellfest mi sono ricreduto osservando la calca dei cugini francesi che li acclamano come dei in terra.
I danesi non mancano di presenza scenica e il pubblico sembra conoscere ogni singola canzone, ogni singola pausa e ogni singola Intro (menzione particolare per Ring of Fire del tanto amato Johnny Cash); non mancano i successi come “The Devil Bleeding Crown” e “Hallelujah Goat” e “Heaven nor Hell” che con poche pause o fronzoli viene seguita da “A Warrior’s Call” e “I only want to be with you”.
La voce di Michael Poulsen oramai è un marchio di fabbrica e, con il rinomato stile dal sapore rockabilly accompagna l’intera esibizione senza sbavature. Il pubblico sembra amare i Volbeat che lasciano il palco con una visibile approvazione.

RAMMSTEIN
Avremmo tanto voluto fare un live report accurato dei Rammstein , li attendevamo con ansia, ma all'uscita dall’area stampa ci troviamo di fronte un muro di persone mai visto (come questo). Riusciamo a sopportare la calca per circa 4 pezzi: “Ramm 4”, “Reise, Reise”, “Hallelujah” e “Zerstören”. Per questi primi brani l’esibizione ci è sembrata di livello, il pubblico era in fomento dalla prima all’ultima fila, peccato che il muro di persone insormontabile ci abbia occultato la visuale nella sua interezza e costretto a fare dietro font verso un altro Stage. A malincuore ci scusiamo con i lettori, cercheremo di attrezzarci con un jetpack per il prossimo festival!



TESTAMENT
Altra grande lezione di thrash ci viene stavolta dai Testament, con quella che, a detta di molti è stata una delle migliori esibizioni della prima giornata, complici anche dei suoni che rasentano la perfezione.
Una setlist soprendente, che ha lasciato molti a bocca aperta e che attinge soprattutto ai primi tre album The Legacy (1987), The New Order (1988) e Practice What You Preach (1989),
Purtroppo l'affluenza non è quella che spetterebbe ad un gruppo di tale calibro, complice l'esibizione dei rammstein in contemporanea, ma il pubblico è eccitato  e pronto a far tremare l'Altar Stage.
L'opener “Over The Wall” esplode con un aggressività inumana e pone le premesse per uno show che si giocherà tutto sull'impatto sonoro e la velocità d'esecuzione.
Gene Hoglan e Steve Di Giorgio sono dei musicisti impressionanti e tra le sezioni ritmiche migliori del genere. Hoglan dietro le pelli ha una potenza devastante e sembra quasi inumano in precisione e pulizia, sostenuto dal groove di Di Giorgio, che pompa come una macchina da guerra. Skolnick è un virtuoso della chitarra, un vero e proprio guitar hero che, con i suoi assoli e duetti con Peterson, manda chiunque in visibilio.
Si prosegue con “Rise Up”, l'unico pezzo eseguito tratto dall'ultimo disco “Dark Roots Of Earth”. Una turbinio caotico di pogo ed headbanging si scatena però con i grandi classici sui quali la band non si risparmia. Da  “The Preacher” a “Into The Pit”, da “Practice What You Preach” a “The New Order”, da “More than Meets the Eye” a “Disciples Of The Watch”, il pubblico impazzisce e canta a squarciagola incitato da Chuck Billy che è il padrone del palco e si diverte a coinvolgere i fans. Dobbiamo sottolineare la sua grande prestazione; Chuck Billy stasera ha carica da vendere e il suo growl profondo e possente sembra non invecchiare mai.
Non mancano un paio di estratti da “The Gathering” (“Three Days In Darkness” e “D.N.R.”).
Il finale spetta alla tiratissima “The Formation Of Damnation” al termine della quale un pubblico sfinito ma soddisfatto abbandona una location ridotta ad un campo di battaglia.


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DAY 2


AUGUST BURNS RED
Gli August Burns Red sono una realtà consolidata nel mondo del metalcore che, negli ultimi anni, ha visto diminuire il numero delle nuove uscite a favore di band di qualità che ora calano i grandi palchi, beh.. loro sono una di queste.
Di sfondo il loro logo gigantesco, a caratteri cubitali, entrano con una carica inaudita ed è quasi impossibile corrergli dietro con l’obiettivo; la loro setlist è ricca di nuove tracce dell’ultima fatica “Found in Far Away Places”, non mancano di certo i loro classici come “Composure”, “Back Burner”, “Empire” e “Provision”.
La risposta del pubblico è entusiastica e dimostra che il metalcore non è un genere che ha perso troppo consenso ma che vive forte tra le band che non si sono fermato alla mera moda. Bravi.

FLESHGOD APOCALYPSE
Tra le band più significative del metal estremo italiano, e ormai internazionale, i Fleshgod Apocalypse meritano il posto d'onore. Il loro è uno spettacolo a tutto tondo, curato nei minimi particolari, in cui doppia cassa a tutta velocità, riff serrati e granitici dimostrano che è possibile amalgamare una certa furia sonora con sinfonie e cori maestosi dal sapore più barocco.
I pezzi tratti dall'ultimo e acclamatissimo “King” sono di un livello altissimo e non sfigurano certo accanto ai classici della band. Il suono delle chitarre, massiccio e corposo e la serratissima sezione ritmica (furiosi i blast beat di Francesco Paoli), creano un muro di suono impressionante. Il tutto arricchito dalle orchestrazioni e dal piano di Ferrini he crea un vero e proprio tappeto sonoro. A livello vocale ottima la prestazione sia di Tommaso Riccardi con il suo growl cavernoso, sia di Paolo Rossi sui clean vocals. Non è da meno il soprano Veronica Bordacchini, penalizzata a inizio show da una non perfetta equalizzazione dei suoni, tanto da essere sovrastata dagli altri strumenti. “Pathfinder”, “The Violation” ed “Epilogue” non potevano mancare all'appello e l'atmosfera raggiunge il culmine della sua tragicità e teatralità, nella conclusiva e struggente “The Forsaking”.
Molti sono gli italiani nel pubblico giunti a supportare il gruppo e altrettanti i curiosi che seguono sbalorditi.  E noi possiamo dire con certezza che dopo questa prestazione degna di lode I Fleshgod si saranno guadagnati nuovi fans.


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DISTURBED
Ricordo anni fa la loro presenza ad uno dei miei primi Hellfest, tanto fomento per poi scoprire poche settimane prima la brutta notizia dello Split-up. A distanza di anni eccoli qui, tornati più forti che mai!
Il Frontman David Draiman ha mantenuto le sue doti canore a discapito di qualche chiletto in più, l’intera band è carichissima e sfoggia una scaletta da capogiro. Non mancano pezzoni come “Stupify”, “The Game” e “Ten Thousand Fists”, segue poi una sfilza di quattro cover: “The sound of silence”, “Shout at the devil” con la partecipazione dei Sixx:A.M., “Baba O’Riley” con la comparsata sul palco di Glenn Hughes e “Killing in the name” dei Rage Against the Machine che come il cacio sui maccheroni scalda i francesi orfani di una loro esibizione per troppo lungo tempo.
Ad incorniciare la loro performance la famosissima “Down with the Sickness” che provoca un headbanging collettivo straordinario. Bravi.

WITHIN TEMPTATION
Unica parentesi symphonic in tutto il festival, e per questo attesa da molti (e rimpianta da tanti a fine esibizione...). La particolare videoscenografia degli olandesi permette di inscenare dei video duetti tramite il megaschermo, come in “What Have You Done” con Keith Caputo o “And We Run” con il rapper Xzibit. Soluzione che farà storcere il naso a molti, ma inevitabile vista l'impossibilità di poter avere tutti quegli ospiti sul palco. Sharon, avvolta nel suo abito di tulle dal bustino adorno di rose, pur riuscendo a conquistare con le sue movenze suadenti e teatrali, è molto sottotono. Già dai primi pezzi sforza parecchio la voce (su "Faster" salta intere parole), arrivando poi affaticatissima sulla conclusiva "Mother Earth" . Un altro duetto, stavolta con un ospite in carne ed ossa, riesce in parte a risollevare una performance fiacca: ecco che Tarja Turunen fa il suo ingresso per intonare “Paradise (What Abous Us?), e qui Sharon sembra riprendersi ma la prestazione generale non decolla e resta all'insegna del piattume e della noia.


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BRING ME THE HORIZON
Freschi del loro ultimo album “That’s the Spirit” i cinque dello Yorkshire si esibiscono da Headliner in questa fresca giornata di Sabato. Ampiamente criticati dalla stragrande maggioranza dei metalheads, puristi e non, li vediamo carichi, scevri e non curanti del fondamentalismo metal ma forti di una solida base di fan che li seguirebbe dal polo nord al polo sud. Aprendo una piccola postilla ed evitando le ipocrisie, se il Metal è ancora vivo e di facile diffusione tra i giovani e giovanissimi è grazie a band come loro che, sperimentando, riescono a tirare fuori qualcosa di innovativo, pur non seguendo esempi a volte geniali che vengono relegati meramente nell’ambito underground.
 “That’s the spirit” è un album melodico, lontano dagli esordi deathcore, a detta di un ubriaco francese che mi ha fermato dopo le foto “sono i Linkin Park ma con il c###o più duro”, definizione ambiziosa ma non lontana dalla verità, tolta “what you need” , “run”, “Blasphemy” e “oh no” viene suonato l’intero disco che insieme allo spettacolo del led wall regala un colpo d’occhio clamoroso, degli album precedenti citiamo “Go to Hell, for heaven Sake”, “Can you feel my Hearth”, e “Sleepwalking” che fanno saltare l’intero Main Stage.
Per non parlare di “Throne” e “Drown” che, malgrado siano tra i pezzi più recenti, vengono cantati letteralmente a squarciagola dalle prime alle ultime fila, complici del led wall che in puro stile typography imprime nella memoria degli astanti le loro lyrics.
Tirando le somme, tanto odio per nulla ragazzi. I “BMTH” sono una solida realtà, capace di innovare e prendere tra le loro fila anno dopo anno eserciti di ragazzi in giro per il mondo.
Lasciamo il “Death to false metal” a chi è ancorato al passato, il mondo si evolve e i “BMTH” ne sono la prova vivente.


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KORN
Una delle band rappresentative di una generazione, colpevole/meritevole di aver generato insieme a pochi altri l'intera ondata nu metal, oggi dimostra di avere la stoffa dell'headliner.
Una scaletta nostalgica che è un vero e proprio best of del combo di Bakersfield, che spazia dall'omonimo album di debutto a “See You On The Other Side”, a scapito dei recenti lavori. Pezzi come “Somebody Someone”, “Falling Away From Me”, “Blind”, “Got The Life” e “Freak On A Leash” sono la colonna sonora della nostra adolescenza, ma le cose sono cambiate e nonostante alti e bassi della loro carriera, oggi i Korn sono un gruppo più maturo e compatto e hanno un impatto mostruoso sul Main Stage.
Jonathan Davis, in una forma invidiabile stasera, non è più il ragazzino tormentato degli inizi che usava il microfono per esorcizzare i suoi demoni. Oggi mostra una grande sicurezza e padronanza tecnica, ma il suo ringhio rabbioso (nella breve “Twist”) alternato al growl, ha la stessa forza angosciante e inquietudine di sempre. Uno dei momenti clou è quando fa il suo ingresso con la cornamusa per l'intro dell'acclamatissima “Shoots & Ladders”, che poi verso il finale lascia spazio alla cover di One dei Metallica, riversando l'adrenalina in un pogare e saltare ininterrotto. Dietro di lui una band dalla grande carica che non perde un colpo, con un sound corposo che, pur rinnovandosi, resta sempre fedele alle proprie radici.
Malgrado lo scetticismo iniziale mi son dovuta ricredere e siamo tornati al camping con un grande senso di soddisfazione. Meritano assolutamente di essere visti anche da chi non è fan sfegatato o magari li ha persi di vista.


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NAPALM DEATH
I Napalm Death sono una costante nei festival, ma fa comunque sempre piacere rivederli e stavolta ci regalano ventuno pezzi tiratissimi condensati in un'ora di terremoto sonoro.
Mark Greenway si dimena come un ossesso rendendo arduo il lavoro dei fotografi. E’ uno di quei cantanti che non ha bisogno di fare nulla di particolare per attirare su di sé tutti gli sguardi: ogni volta che apre la bocca per urlare nel microfono la sensazione è quella che potrebbe fare la carta vetrata sulla pelle nuda. Una setlist concentratissima ripercorre la loro carriera trentennale senza tralasciare estratti dal loro ultimo lavoro, come la titletrack “Apex Predator – Easy Meat” che apre lo show. L’apice dell’entusiasmo viene però raggiunto con “Scum”, “Breed to breathe” e “Suffer the Children”, accolte con un pogo mostruoso che porta fino ai limiti estremi, anche fisicamente, la resistenza degli spettatori, travolti da tanta inumana aggressività. Con pochissime e brevi pause, il tempo si avvicina agli sgoccioli, e spetta a “Nazi Punks Fuck Off”, cover dei Dead Kennedys, e “Adversarial/Copulating Snakes” chiudere in bellezza uno show al cardiopalma.

 

 

 

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DAY 3

MUNICIPAL WASTE
L'adrenalina e la violenza sonora dei Municipal Waste danno il giusto scossone per ripartire con questa terza e ultima giornata. Anche se sono il primo gruppo ad esibirsi, con una mezz'ora scarsa a disposizione, tantissime sono le persone accorse al loro show, a dimostrazione che il thrash old school ancora tira molto nel 2016.
Le chitarre macinano un riff dopo l'altro a ritmi incessanti, mentre l'instancabile Tony Foresta ha la grinta vocale di un ragazzino e prova un certo gusto nell'incitare i fans al massacro. In effetti i cinque americani possono vantare il seguito più sfrenato; sottopalco è un turbinio di headbanging incessante, pogo brutale e wall of death.
Ben diciotto i pezzi di questo set che scorrono via velocemente mettendo a dura prova l'integrità fisica di molti già provata da due giorni di festival.

ORPHANED LAND
Nonostante orario e tempo a disposizione non siano a loro favore, gli israeliani riescono comunque ad affascinare con la loro proposta originalissima, in cui ricchi e complessi intrecci orientaleggianti dalle sfumature prog rock si fondono a riff corposi e alle ritmiche più tipiche dell'heavy.
La setlist ripercorre l'intera carriera del gruppo; da “Ocean Land” a “Sapari”, da “In Thy Never Ending Way” alla ballereccia “Norra El Norra”. I momenti più coinvolgenti spettano ai due singoli tratti dall'ultimo disco, la titletrack “All Is One” e “The Simple Man”, che il pubblico dimostra di conoscere meglio.
Il carismatico leader Kobi Fahri, con  la sua aura da novello messia, ha poco del classico frontman metal, e i suoi numerosi interventi sono rivolti soprattutto a dimostrare che la musica ha il potere di abbattere le barriere culturali e le diversità religiose per portare un messaggio di pace e fratellanza.
Anche se una buona parte del loro show sia su base (cori, orchestrazioni e strumenti tipici), riescono comunque a rendere giustizia alle tante sfaccettature della loro musica. Peccato per la posizione bassa nella programmazione e per il seguito un po' freddino, ma il gruppo ha portato a casa un'ottima prova.

TARJA
L'esibizione di Tarja Turunen è un'ottima occasione per riprendere fiato e far rilassare i timpani con sonorità più leggere e melodiose.
Anche se sono lontani i tempi dei Nightwish, molto è l'affetto che il pubblico continua a dimostrarle. Il soprano finlandese è forte di una nuova immagine e di una carriera artistica che le sta dando grandi riscontri da parte di critica e pubblico, e lo dimostra soprattutto sul palco dove è sciolta e scatenata (molto più di quanto non lo fosse con il sue ex gruppo storico), tanto da lanciarsi in sfrenati headbanging e danze improvvisate.
In quest'occasione sono presentati dei pezzi tratti dalla nuova fatica in uscita nei prossimi mesi "The Shadow Self", come l'ultimo singolo “The Bitter End” o “Calling from The Wild” che dal vivo dimostrano tutta la propria carica rock con la voce di Tarja che non si abbandona ai gorgheggi ma abbraccia sonorità più pop. Non mancano i brani che ne hanno decretato la fortuna solistica (la bellissima “Never Enough”, tra gli episodi più riusciti di tutta la sua produzione, o “Victim Of Ritual”), ma anche quelli storici che l'hanno lanciata nell'olimpo delle voci metal femminili, e infatti, come ormai è facile prevedere, non poteva mancare la cover dei Nightwish “Ever Dream” qui proposta in un medley con “Slaying The Dreamer”, accolta con entusiasmo da vecchi e nuovi fans. A lasciare a bocca aperta è invece un'altra cover: Supremacy dei Muse che dimostra tutta la versatilità della sua timbrica così particolare.
Un'esibizione da manuale quella della Turunen, che ancora oggi si conferma reginetta inconstrastata del symphonic.

GOJIRA
Giocano in casa i Gojira, una delle band più interessanti del panorama metal francese, forti di un crescendo di consensi nella scena internazionale grazie al loro ibrido di technical death, prog death e groove metal.
A dimostrazione del fatto che la band goda di un supporto pressoché totale in Francia, la band fa il suo ingresso in un tripudio di applausi e ovazioni per poi colpire subito duro con “Toxic Garbage Island”.
Il concerto permette al gruppo di promuovere l'attesissimo Magma che rompe il silenzio dopo il riuscitissimo l'”Enfaunt Sauvage”. Difficile fare di meglio ma i due nuovi pezzi presentati in quest'occasione “Silvera” e “Stranded” hanno una devastante resa live, anche se risultano più orecchiabili e lineari rispetto alla precedente produzione. I nuovi singoli sono alternati ai classici della band: “Flying Whales”, “L'Enfant Sauvage”, “The Heaviest Matter Of The Universe”, per i quali il pubblico (numerosissimo) va in visibilio. La conclusione spetta invece all'angosciante “Vacuity”, che dimostra come il gruppo abbia tutte le carte in regola per competere con i grandi nomi del metal estremo.
Una prestazione di altissimo livello come se ne vedono raramente, per una band che ha precisione e pulizia tecnica da vendere.

BLIND GUARDIAN
Un intro epico introduce le prime note di "The Ninth Wave", singolo lancio dell'ultimo lavoro ("Beyond The Red Mirror"). L'atmosfera è già febbrile per una delle esibizioni più attese della giornata.
Chi crede che sarà un set incentrato sulla recente produzione dovrà ricredersi, perché la scaletta è un viaggio a ritroso nelle vecchie glorie della band che li hanno consacrati come icone del power a livello mondiale. Si va da momenti più tirati come “Tanelorn” e “Valhalla” ad altri più orchestrali come “Time Stand Still”, fino alla ballad per eccellenza “The Bard's Song”. L'unico appunto che possiamo fare è l'assenza di “Nightfall”, ma la prestazione superba di stasera mette qualsiasi appunto a tacere.
Frederick Ehmke non manca un colpo, fornendo una base ritmica perfetta mentre André Olbrich e Marcus Siepen sono in perfetta sintonia alternandosi tra riff più speed e passaggi melodici. Hansi, con la sua voce roca e calda, è eccezionale dal punto di vista canoro.
I fans cantano all'unisono con trasporto ogni singolo pezzo della band; difficile vedere un rapporto così affiatato e coinvolgente tra band e pubblico in un'atmosfera tanto gioiosa e spensierata.
Come da tradizione l'acclamatissima “Mirror Mirror” conclude l'esibizione di questi bardi moderni, senz'altro una delle più riuscite della giornata.


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SLAYER
Un enorme telone raffigurante il Cristo sanguinante della copertina di “Repentless” anticipa l'entrata in scena di uno dei gruppi più controversi e aggressivi della storia del metal estremo.
I brani tratti dalla nuova fatica sono accolti freddamente dal pubblico. L'esercito dei sostenitori è qui per i classici tritaossa e viene accontentato perché gli americani snocciolano una scaletta che abbraccia quasi trent'anni di storia e, sebbene non abbiano più nulla da dimostrare a nessuno, portano avanti lo show con la furia e la precisione chirurgica di sempre; la ricetta è vincente e non c'è motivo di cambiarla.
Da “Postmortem” a “War Ensemble”, da “Mandatory Suicide” a “South of Heaven”, quello di Araya e compagni è un assalto musicale che non lascia un attimo di respiro, con Holt e King che sparano un riff dopo l'altro con velocità e disinvoltura impressionante. Holt, che sfoggia una deliziosa t-shirt con lo slogan “Kill the Kardashians”, è ormai perfettamente a suo agio nel combo. Di certo non è il primo passato di lì per caso e, per quanto si senta la mancanza affettiva di Hanneman, la sua professionalità è innegabile. A dimostrazione che la mancanza del chitarrista storico è ancora una ferita aperta, verso la conclusione dello show, fa la sua comparsa un enorme telone commemorativo dedicato a Jeff Hannemman, con il suo nome che ricalca lo stile del logo della Heineiken e la data 1964-2013.
Araya è piuttosto statico, a vantaggio della performance vocale che è eccellente, il suo acuto iniziale su “Angel Of Death” è raggelante ancora oggi. Bostaph, di una potenza e precisione impressionante, è l'altro batterista degli Slayer, l'unico che avrebbe potuto sostituire Lombardo. Superfluo parlare del pogo incontrollabile che si scatena quando i suoi colpi sul tom anticipano la celeberrima “Raining Blood” e subito dopo un giusto tripudio accoglie la conclusiva “Angel Of Death”, pezzo di storia del metal che continua a suonare tagliente oggi come trent'anni fa.


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MEGADETH
Sebbene siano piuttosto giustificati i timori di ritrovarsi di fronte ad una sorta di relitto di quello che furono i Megadeth in passato, in realtà le leggende del thrash sembrano aver ritrovato la grinta e lo spirito di un tempo.
Molti i brani tratti dall'acclamato “Dystopia”: “The Threat Is Real”, “Post American World”, “Poisonus Shadows”, “Fatal Illusion” e la titletrack, che non sfigurano accanto al repertorio più datato, sul quale si concentrano le attenzioni dei presenti.
È “Hangar 18”, con la sua vorticosa maratona di assoli, a fare da apripista, mentre l'attesissima “Tornado Of Souls”, dedicata al compianto Nick Menza, scatena un tumulto frenetico. A ritmo serrato si susseguono altri gioielli della discografia del gruppo: “Sweating Bullets”, “A Tout Le Monde”, “Symphony Of Destruction”, “Peace Sells”, lasciano il segno oggi come ieri.
L'ennesimo cambio di line up potrebbe far storcere il naso ai più diffidenti, ma la nuova formazione funziona alla grande e ogni perplessità viene spazzata via dalla maestria di questi musicisti, dalla smisurata padronanza tecnica e innegabile presenza on stage (per non parlare del grande feeling tra le due asce della band).
Così come è iniziato, un altro grande classico di “Rust In Peace”, “Holy Wars...The Punishment Due”, mette fine all'esibizione di una band che continua a tenere alta la bandiera del genere.


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BLACK SABBATH
Anche le cose più belle sono destinate a finire e, con l'avvicinarsi della fine del festival, si avvicina anche il gran finale per i Black Sabbath, che danno l'addio alle scene in grande stile dopo quasi mezzo secolo di carriera con il The End Tour.
La carriera della leggendaria band di Birmingham, pioniera di un intero genere ed in grado ancora oggi di influenzarne di nuovi (chi ha parlato di stoner?), viene ripercorsa in un set che si snoda attraverso i primi quattro album.
Il rintocco delle campane e le scroscio della pioggia introducono il brano da cui tutto ha avuto origine: “Black Sabbath”. Quarantasei anni sono passati dalla pubblicazione dell'omonimo album di debutto, che non sembrano aver scalfito la potenza e l'eccentricità del pezzo. Malgrado l'atmosfera cupa e inquietante, il pubblico è scatenato e intrattenibile, con tanto di pogo e crowdsurfing come se ne vedono solo in un concerto estremo.
Dalla trascinante “Fairies Wear Boots” passando per “After Forever” e “Into The Void”, la band ha spalancato le porte di un passato che è intramontabile.
L'audience infatti abbraccia tre generazioni a dimostrazione della grande influenza che ha ancora oggi nonostante le mode. Ognuno segue lo show in estasi, nella consapevolezza che si tratti di un momento magico, destinato a svanire e non ripetersi più.
Lo spettacolo è accompagnata da un trionfo di giochi di luce suggestivi e proiezioni dal sapore psichedelico sul megaschermo alle spalle della band.
L'esaltazione si fa massima con “Behind The Wall Of Sleep” e “Snowblind” che infiammano il pubblico, ormai numerosissimo e compresso verso le prime file in un bolgia inumana. Durante l'immancabile “War Pigs”, un divertito Ozzy trascina i fans in cori da stadio, urlando “I can't hear you”, dimenandosi e saltando da un lato all'altro del palco, come se decenni di eccessi non lo avessero minimamente intaccato. A dispetto della aspettative, è in forma smagliante come non si vedeva da tempo, riuscendo a reggere senza sforzi fino all'ultimo pezzo.
La sua voce aggiunge un valore inquietante alle atmosfere sulfuree di stasera.  Il Madman ha ancora carisma e presenza scenica da vendere, con quel suo dondolarsi e battere le mani a tempo e lo sguardo invasato di sempre che ormai è diventato un marchio di fabbrica.
Come da tradizione, il suono è opprimente, nel suo incedere lento e rabbioso. Merito dello stile inconfondibile Mr. Iommi, che con la sua Gibson tesse oscure e massicce trame chitarristiche che hanno influenzato non solo un intero movimento, ma generazioni di chitarristi.
Se l'assenza di Bill Ward alla batteria può lasciare scettici, basta l'assolo mostruoso durante “Rat Salad” dell'esuberante Tommy Clufetos a spazzare via qualsiasi perplessità.
L'intro distorta di “N.I.B.” accende i riflettori su Geezer Butler, una colonna portante per il solido sound della band.
La  leggendaria triade conclusiva  “Iron Man”, “Dirty Women” e “Children Of The Grave” esplode in un climax di emozione che pervade il pubblico tra urla e applausi. A questo punto la band si ritira dietro le quinte, ma tutti sanno che non è ancora il momento di far calare il sipario, perché la più attesa della serata manca ancora all'appello. Un fragoroso coro di “one more song” accompagna il ritorno in scena dei Sabbath con la storica “Paranoid” brano-manifesto di un intero genere musicale, accolta nel tripudio generale, con migliaia di persone che cantano e ballano all'unisono. Al termine la band si intrattiene per i saluti e i ringraziamenti di rito, mentre la scritta THE END sul megaschermo chiude l'esperienza più toccante del festival, un appuntamento con la storia del quale potremmo dire “io c'ero”.
Stasera abbiamo avuto fortuna di assistere non ad un semplice concerto, ma ad un'esperienza totalizzante, una celebrazione della musica che oltrepassa limiti temporali e sarà destinata a segnare ancora tante generazioni a venire.
E' un addio ai Black Sabbath ma non alla loro musica immortale.

GHOST B.C.
Il festival si avvicina all'epilogo, ma prima di lasciare spazio ai Black Sabbath il fronte Main Stage 2 è gremito di persone in attesa dei Ghost B.C., menzione particolare al fan mascherato da Papa Emeritus che è li in attesa dalle 10 del mattino.
C'è da premettere che i Ghost B.C. a memoria sono la band che più di tutti ha collezionato un successo stratosferico in brevissimo tempo, solo sei anni fa calcavano i palchi minori con il loro primo album Opus Eponymous riscuotendo un discreto consenso,  in pochi anni li vediamo qui, amati (ed odiati da alcuni), ad aprire le danze al The End dei Black Sabbath come Headliner.
La presenza scenica è quella consueta, le luci sono gestite magistralmente e insieme alla nebbia creano atmosfere degne di un film dell'orrore; Il canto  gregoriano Miserere Mei Deus va scemando per far parte a Masked Ball (che ricordiamo per una particolare scena di “Eyes wide shut”), un attimo di silenzio e fa il suo ingresso il Papa tra i suoi nameless ghoul. Dell'intero show vengono suonate 7 track dell'ultimo uscito "Meliora" che risulta godibile e ben apprezzato dal pubbico;  pezzi come "Year Zero" e  "Monstrance Clock" invece scatenano il pubblico che dalle prime file non sbaglia una parola. A fine show delle suorine  distribuiscono insieme al Papa dei preservativi nelle primissime file e un intero coro di bimbi con la maglia del festival  intonano all'unisono "Come together, together as a one, Come together for Lucifer’s son". Suggestivo.
Come ciliegina sulla torta uno spettacolo pirotecnico a incorniciare un'esibizione che i fan difficilmente dimenticheranno.


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L’Hellfest nella sua undicesima edizione giunge al termine, dimostrando anche stavolta di essere un festival di caratura MONDIALE e non semplicemente europea. Non voglio tirare in mezzo la solita retorica del “cari organizzatori italiani prendete esempio”, in fondo con gli anni penso che l’abbiano capito, da noi il problema sono i cavilli burocratici, permessi, sponsor che non credono nella nostra realtà come quelli francesi (basti pensare la “Red Bull” quanto investe ogni anno sul festival con le sue attrazioni).
Analizzando il successo del festival ci sono tanti fattori, punto primo il costo. Ad alcuni sembrerà quasi assurdo spendere 180€, ma vengono offerte oltre 140 band, 6 palchi, attrazioni, 40 punti ristoro (discutibili, ma ci arriviamo), servizi igienici ovunque, punti d’acqua un po’ nascosti ma abbondanti, vie d’accesso, SPAZI PER DISABILI, pronto soccorso efficiente, spettacoli pirotecnici, spettacoli di performer professioniste, un’area merch gigantesca dentro una cittadella a tema in pieno stile “Camden Town”, un intero paesino di campagna trasformato in ricettacolo per oltre centocinquantamila metalheads con due centri commerciali pienamente funzionanti ed adibiti al ristoro per una folla immensa.
Ci sono così tanti pro che ancora non riesco a immaginare il motivo per cui ci siano solo 3 bus da 60 persone a partire dall’italia, dovremmo essere in 20.000 ad andare a trovare i nostri cugini francesi, magari dovremmo anche tirargli le orecchie per il cibo ma non è colpa loro, in quello siamo imbattibili!
In conclusione, se siete indecisi su quale vacanza Heavy Metal faccia al caso vostro, spero che adesso abbiate un po’ un’idea di quale fantastica realtà i cugini d’oltralpe ci regalano ogni anno.




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