Gotthard 25th Anniversary Tour
22/02/17 - Alcatraz, Milano


Articolo a cura di Marilena Ferranti

Festeggiare i 25 anni di carriera con un nuovo disco con arrangiamenti più hard rock, a valle di undici album in studio, non poteva rivelarsi regalo migliore per i Gotthard e i loro fan. Anche perché, diciamocelo, "Bang!" non aveva convinto, nonostante il ritorno coraggioso con "Firebirth", soprattutto dopo la release di "Need To Believe" del 2009 che aveva rasentato la perfezione, l'ultimo disco con Steve Lee alla voce.
Poi cadde il silenzio. La morte di Steve e la disperazione della band (e di milioni di fans in tutto il mondo) per l'insensatezza della tragica e prematura scomparsa. Il 5 ottobre 2010, due settimane on the road negli Stati Uniti a bordo di una Harley Davidson. Steve era partito con una ventina di amici, 12 moto. Quel maledetto 5 ottobre, a circa 50 miglia da Las Vegas, aveva iniziato a piovere, e il gruppo si era fermato a bordo strada per indossare le tute impermeabili. Crudele ironia della sorte, uno dei pezzi più pieni di coraggio e fede nel destino della band, "Let It Rain" non si concluse per Steve con la celebre frase "till the sun comes back again". Con l'asfalto reso scivoloso dall'acqua, il rimorchio di un camion che transitava sulla strada iniziò a sbandare pericolosamente. Il conducente del mezzo tentò di evitare l'impatto, ma il rimorchio finì per travolgere cinque delle moto ferme a lato della strada, e una di queste colpì Steve. I soccorritori tentarono disperatamente di rianimarlo per circa venti minuti. Alle 16:13 ora locale, Steve Lee venne dichiarato morto. Dopo una tragedia di questo calibro, tenere viva la sua memoria continuando a far risuonare contro i cieli del mondo le canzoni che lui aveva interpretato con un'anima e un sentimento unici, è stata una prova di coraggio e amicizia lodevole da parte dei membri della band. E così ecco "Silver", ormai il terzo album con il bravissimo Nic Maeder alla voce, e questa sera cercheremo di ascoltarlo senza imbarcarci in impossibili similitudini.

 

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Quando il parterre del palco B di Via Valtellina 25 è ancora mezzo vuoto, ecco i Pretty Maids, danesi di Hornsens, nati negli anni '80 originariamente come cover band di gruppi quali Rainbow e Thin Lizzy, oggi con ben 15 album in studio all'attivo. Ronnie Atkins non è in forma, abbiamo saputo che è ancora pesantemente influenzato, e per i primi tre o quattro pezzi le sue difficoltà sul palco si fanno sentire faticando a scaldare il pubblico. Ci pensano però il cappellaio matto Rene Shades al basso e soci a tenere alto il morale, regalandoci una bella carrellata di canzoni che esaltano la loro cazzutissima e rinomata verve. Pian piano l'Alcatraz si riempie, e l'atmosfera si scalda con Ken Hammer (chitarra) che lancia plettri come coriandoli e gongola nella sua soffice e carismatica presenza ciondolando sul lato destro del palco. Circa un'ora di musica per loro, e poi finalmente viene allestita la scenografia dei Gotthard: una buffa versione dello studio di Art Attack, con improbabili colate di qualcosa che sembra frosting argentato per torte sopra agli amplificatori e dei pesanti caratteri 4D con la scritta "Silver" a simboleggiare l'omonimo ultimo album proprio ai piedi della batteria.


Quando finalmente la band fa il suo ingresso, il pubblico si accende di un entusiasmo e un'accogliente giubilo, e tutto comincia con la scarica blues rock di "Silver", pezzo che brilla scagliandoci addosso tutte le pagliuzze scintillanti scaturite dal talento sconfinato dei musicisti on stage, così a proprio agio stagliati sullo scenografico backdrop. Nic Maeder è in gran forma, col suo ciondolante ma spavaldo stile che fa tanto fashion blogger; capelli biondi con la riga di lato, gilerino, sciarpina e scarpette argentate. Ci ascoltiamo anche "Electrified", sempre dal nuovo album, ma diciamoci la verità: stiamo tutti aspettando di sentire qualcosa di meno recente. Ed ecco che arriva come una ventata di aria fresca la pazzesca cover di "Hush" seguita da "Stay With Me".
Il calore di questi artisti non ha paragone: il simpaticissimo Leo Leoni si diverte a comunicare con noi in Italiano (giustamente!) e contribuisce a rendere la performance più familiare che mai. Ma è quando parte il talk box che introduce "Mountain Mama" che riconosciamo finalmente il meritato boato che solleva il pubblico quasi ad altezza palco: Nic se la cava alla grande, e di colpo ci sentiamo sudati, sexy, e completamente rapiti dal mood del pezzo. Davvero bellissimo il momento in cui imbraccia la sua acustica e rimane solo sul palco, presentando "Remember It's Me", pezzo del 2011 che evoca tanta malinconia. Lui però ci spiega divertito di come avesse scritto questa canzone per la sua ex, che dopo averlo lasciato, una volta ascoltato il pezzo decise di tornare e pretendere un ricongiungimento (non riuscito) arrivando - per vendetta - a rubare l'auto al povero Maeder, che conclude la favola intimando agli uomini presenti "never, ever write a song for a girl!".

 

Seguono "Feel What I Feel", la bellissima "Sister Moon", e siamo di colpo carichi e completamente anni '90, con quel riff che ti fa scuotere fianchi e la testa. C'è anche il momento per alcune dovute precisazioni sulla line up di stasera: il batterista Hena Habegger putroppo è malato e seppure dispiaciuti non possiamo non apprezzare quel soave tocco da fabbro ferraio che Daniel Löble (batterista degli Helloween) riesce a infondere in ogni colpo. Bellissimi anche i momenti dei solo di Ernesto Ghezzi alle tastiere e quello di Marc Lynn, che viene raggiunto da Daniel per un atipico e spassosissimo duetto in cui il malcapitato basso subisce come una pelle le scudisciate delle sue bacchette. "What You Get" è l'ultimo momento in cui possiamo dire di essere in grado di ripercorrere lucidamente la serata, poi di colpo l'aria sembra scomparire nella venue: ecco gli sgabelli, le luci soffuse e il momento magone: non possiamo non sapere ciò che sta per investirci. Centinaia di voci si levano all'unisono pronunciando le stesse parole:


I've been waiting, all my life
For the sun to make it mine
Callin', callin, whispering your name
N' right now, you're on my trail


Non si può. Non è umanamente possibile ascoltare "One life One soul" senza vedere Steve che soffia l'anima sul suo microfono. E qui scatta la combo micidiale: "Let It Be", "Angel" e "Heaven" sono un'insostenibile susseguirsi di colpi letali, tanto che Leo si commuove dedicando "ai nostri angeli presenti" tutta l'intensità della sua interpretazione. Basta voltarsi a osservare le persone accanto a noi per percepire l'emozione che vela centinaia di occhi luccicanti di lacrime. Niente da dire: siamo davanti alla prova vivente che la musica e le emozioni che porta con sé sopravvivono perfino alla morte. Sono eterne, così come le persone che perdiamo e continuano a vivere grazie ai ricordi. Impossibile rimanere indifferenti a tanta bellezza.

 

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Ma torniamo al presente con un altro momento di storia recente: Nic annuncia che a metà del pezzo successivo avrà bisogno di una volontaria per un ballo sul palco e attacca con "Miss me". Quando finalmente è il momento, una timida ma felicissima fortunata viene accompagnata dalla security e si gode un goffo e rigidissimo frontman che però non manca di sorridere sornione e di farla volteggiare come la ballerina di un carillon. Ma bando al romanticismo: la bellezza di questo particolare tour è la possibilità di godersi pezzi che non vengono spesso suonati live, e infatti ci gustiamo "Firedance" seguito da un bellissimo solo di Leoni che si rivela il vero mattatore della serata. Seguono "Top of the world" e "Lift you up", due bombe di energia che precedono il drum solo spavaldo del grintosissimo Löble. Daniel ci saluta ruggendo e alzandosi in piedi, ed è davvero impossibile evitare di assecondare le sue (numerosissime) richieste di tifo da stadio. Tra l'altro stasera è il suo compleanno, e immancabile arriva la canzoncina con gli auguri a dimostrare tutto il nostro italianissimo calore seguito da un'inevitabile "paga da bere". Ed ecco che Leo si commuove di nuovo presentando "Standing In The Light" con un nostalgico "è così che tutto ha avuto inizio, 25 anni fa". Una bella cover di "Come together" ci accompagna al termine con un'insistente richiesta di bis e arriva come un tuono "All We Are", anche se la vera perla della serata si rivela "Anytime Anywhere", il gran finale eseguito con l'aiuto di un pubblico completamente rapito ed entusiasta. C'è tempo ormai solo per gli inchini, i ringraziamenti e gli applausi scroscianti, e quando ormai pensiamo sia arrivata l'ora di vederli uscire di scena, una torta strabordante di panna montata si intrufola sul palco non si sa come e finisce spiaccicata sulla faccia sgomenta di Daniel. Quale modo più dolce per salutarci se non afferrando pezzi di pan di spagna lanciati al pubblico come mais sui piccioni? Non ci sono abbastanza aggettivi per descrivere il dolore di non aver visto Steve sul palco stasera, ma possiamo senza dubbio affermare che tutti i componenti della band ci hanno regalato anima e cuore, mandandoci a casa pieni di ricordi meravigliosi che valgono la sopportazione di tutti i pensieri amari. Musicisti straordinari e persone pure. Ecco di cosa parleremo ancora, ecco quel che rimane, perché la musica vive.

 

Qui la gallery completa della serata.

 

Gotthard Setlist

 

Silver River
Electrified
Hush
(Joe South cover)
Stay With Me
Mountain Mama
Remember It's Me
Feel What I Feel
Sister Moon
(w/bass solo as intro)
What You Get
One Life, One Soul
Let It Be
Angel
Heaven
Miss Me
Firedance
Top of the World
(w/guitar solo (Freddy))
Lift U Up
Drum Solo
Encore:
Standing in the Light
Come Together
(The Beatles cover)
All We Are
Encore 2:
Anytime Anywhere




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