Megadeth Tour 2010
03/06/10 - Estragon, Bologna


Articolo a cura di Marco Somma
Il nome dei Megadeth si era ormai allontanato dal consueto thrash che ne fece la fortuna molti anni or sono, tanto che in molti lo davano ormai per disperso. Proprio quando la bandiera con il simbolo del pericolo radiazioni stava venendo ripiegata per essere consegnata ai famigliari insieme a quella di altri grandi caduti sul campo, ecco giungere la notizia inaspettata. La macchina da guerra comandata dal pluridecorato Mustaine è stata avvistata ai confini del mercato discografico, pronta ad invaderlo con un fronte di fuoco senza precedenti. Il singolo "1,320" miete vittime nella rete come un virus e poco importa se qualcuno mantiene qualche piccola riserva sulla bontà del prodotto: i Megadeth stanno tornando e sembra proprio che lo vogliano fare alla vecchia maniera. Il terremoto discografico anticipato da tanti venti di guerra si chiama "Endgame". Il risultato è davvero devastante.

Ad alcuni mesi dalla pubblicazione dell’ultima fatica dell’Arizona thrashing man ci precipitiamo verso l’Estragon di Bologna, per vedere se tanto polverone trova conferma anche nell’afflusso di gente e nel lavoro fatto in sede live dai nostri beniamini. Giunti sul posto ci troviamo subito di fronte ad un esodo che ci riporta a giorni ben lontani. Le facce della gente sono accese da entusiasmo ed ansia. Un buon segno che ci porta a sperare che almeno il pubblico si rivelerà all’altezza dell’evento. Non verremo delusi. Al nostro arrivo i Labyrinth stanno già scaldando la folla. Malediciamo le colonne infinite d’auto che intasano immancabilmente le tangenziali milanesi e che ci hanno fatto perdere la performance dei Sadist, ma a giudicare dall’atmosfera si direbbe che i metalheads presenti stiano apprezzando il lavoro degli special guest. I suoni sembrano buoni, l’acustica ottima e la prima impressione sull’organizzazione è decisamente positiva.

Un grosso orologio digitale segna un minuto alle dieci quando calano le luci, il giro di chitarra di "Black Sabbath" riempie la sala e una voce arringa ai presenti. Scattano le dieci ed i Megadeth compaiono sul palco, puntuali come un orologio atomico. Il brano d’apertura dell’ultimo LP apre anche il concerto. "Dialectic Chaos" in versione live sembra acquisire almeno un 30% in più d’impatto. "This Day We Fight" fa seguito senza interruzioni di sorta come da copione. Anche il secondo estratto da "Endgame" fa dannatamente bene il suo lavoro. Mustaine e compagni sembrano in gran forma e, se cosi non fosse, fingono molto bene. Le nuove glorie vengono però rapidamente messe da parte e "Wake Up Dead" prende all’amo un pubblico che è già in visibilio. La precisione dell’esecuzione è al limite dello spaventoso: se in passato il biondo crinito insieme alle sue mutevoli formazioni ci ha più volte dimostrato di essere quasi più macchina che uomo, questa sera sembra deciso a spazzare via ogni dubbio. La voce è l’unica cosa che ancora fa difetto. Lenta a scaldarsi, risulta ancora stentata e non incisiva quanto il pezzo richiederebbe. La vena sofferta gioca però a favore del successivo passaggio di scaletta. "In My Darkest Hour" è marcia, dolorosa come una lenta agonia. Solo a questo punto ci accorgiamo che tutto sembra funzionare alla perfezione. Luci, suoni, volumi e soprattutto alchimia sul palco. Alla fine il pezzo diviene un’esperienza collettiva e il pubblico è totalmente coinvolto.

Siamo ancora un filo disorientati quando i festeggiamenti per i vent’anni di "Rust In Peace" hanno inizio. Per chi non se lo aspettava, sentire il disco che pezzo dopo pezzo si riversa sugli astanti come i colpi di una mitragliatrice a lento rilascio è una sorpresa impagabile. Impagabile è anche vedere i volti sempre più rapiti e divertiti. Primo fra tutti quello del frontman di ghiaccio per eccellenza. Mustaine sorride e non è cosa che si vede spesso. "Rust In Peace" avrà pure vent’anni sulle spalle ma non se li sente. Forse merito della moltitudine di piccoli arrangiamenti, forse delle chitarre sgravate di tonalità ma più probabilmente di una formazione in sintonia come nessun’altra prima d’ora in casa Megadeth. Arrivati alla fine del disco con una versione di "Rust In Peace... Polaris" assolutamente memorabile, non osiamo sperare che ci sia altro ad attenderci nel carniere ma veniamo prontamente smentiti. Si ritorna al presente con l’anthem "Head Crusher", dove Mustaine ormai visibilmente entusiasta della serata chiede cori sul ritornello, incoraggiando i fan che non si fanno comunque spaventare dalla scarsa abbordabilità del pezzo. I cori proseguono così da questo momento ininterrotti fino all’ultimo minuto passando da una splendida "A Tout Le Monde" e chiudendo su un reprise di "Holy Wars".

Grande serata, ottima organizzazione. Messo da parte ogni commento sofista o critica gratuita, non ci rimane che constatare che Mr. Mustaine è tornato ed è ancora capace di usare voce e chitarra in quella maniera tutta speciale, che richiederebbe un porto d’armi. Anzi, oggi lo fa ancora meglio!


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