Stone Sour - Papa Roach
26/11/12 - Alcatraz, Milano


Articolo a cura di Stefano Risso

Quando vivi a ridosso di una grande città e ti svegli al mattino con un’atmosfera simile alla scena della nebbia in “Amarcord”, sai già che sarà una giornata campale dal punto di vista automobilistico. Perchè invece del poetico senso di smarrimento del nonno di Titta (“Dov’è che sono, mi sembra di non stare in nessun posto. Ma se la morte è così, non è un bel lavoro”), a noi cittadini dell’era moderna sale già l’incazzatura, prevendendo il traffico campale preserale, ulteriormente rinvigorito dalle sfavorevoli condizioni ambientali. Consci di questo, per non mancare l’appetitoso appuntamento con Josh Rand sul tourbus della band (prossimamente la nostra videointervista), partiamo da casa come i ragionieri Fantozzi e Filini per la partita Italia - Scozia, ovvero con un anticipo mostruoso e con l’occhio fisso al “chilometro” per scorgere eventuali spiragli e posteggi (ormai diventati tutti a pagamento anche in questa parte di Milano, grazie sindaco). Insomma via Valtellina si trasforma ben presto nella classica giungla d’asfalto, tra macchine, vigili sull’orlo di una crisi di nervi e pubblico numeroso già in coda, così numeroso da riversarsi in strada. Missione compiuta comunque, il tempo di essere frettolosamente congedati da Rand, un salto in cassa accrediti e i Papa Roach si apprestavano ad aprire le danze.

Se dieci anni fa (numero che scegliamo non a caso, capirete leggendo) ci avessero detto che i Papa Roach avrebbero aperto per il side project (chimiamolo così per conevienza) del cantante degli Slipknot, all’epoca ancora un nome “senza volto” nascosto da una maschera e un gruppo dall’avvenire fumoso, non ci avremmo creduto. Quando ancora MTV passava dei videoclip, era abbastanza semplice trovarseli davanti, eppure eccoli qui esibirsi alle 20.00 davanti a un Alcatraz in via di riempimento ma già caldissimo, segno che l’esibizione di Jacoby Shaddix e compagni era ben più che un semplice antipasto. I nostri, per dirla “terra terra”, non solo portano a casa la pagnotta, ma qualsiasi eventuale condimento, sfoderando una prestazione davvero inappuntabile. L’esperienza degli americani si vede nel muoversi sul palco, nel saper arringare i presenti, coinvolgerli e farli sentire partecipi e, non meno importante, si vede nell’esecuzione dei brani. Supportati da suoni ben bilanciati già dalla prima canzone, i Papa Roach non sbagliano un colpo, potenti, affiatati, in cui viene omaggiata tutta la discografia. Ottima prova del frontman Shaddix, praticamente tarantolato (non stando fermo un secondo), a cui serve giusto il tempo di scaldare un po’ le corde vocali sul primo pezzo. Insomma, nonostante le quotazioni dei nostri non siano più quelle di un tempo, la band c’è, è viva e vegeta. Al di là dei gusti personali, oggettivamente una prova di tutto rispetto.

Con un leggero ritardo rispetto all’orario prefissato, alle 21.20 le luci si abbassano e viene sparata dalle casse la registrazione di “Gone Sovereign”, opener e primo singolo del fortunato “House of Gold & Bones - Part 1”, dando il tempo alla band di prendere posto sul palco e attaccare col ritornello del brano. Per prima cosa segnaliamo la presenza nutrita del pubblico. Nell’epoca dell’informazione 2.0, ogni voce che circola in rete viene facilmente registrata e “assimilata”, non importa la fonte o l’attendibilità. Dalla sera precedente infatti, serata trionfale dei Gotthard (qui il report) con Alcatraz in versione palco B, qualcuno aveva intercettato una battuta del sostituto del figlio del buttafuori che aveva ventilato per l’indomani, cioè per gli Stone Sour, un clamoroso flop di partecipazione. Ci verrebbe da essere volgari, diciamo che la soffiata si è rivelata del tutto infondata, sarebbe bastato vedere la già citata coda non più distribuibile sui marciapiedi (sfociando in strada) o un rapido sguardo alla sala per capire che l’Alcatraz, nella configurazione delle migliori occasioni (palco A o come lo volete chiamare) era decisamente pieno. Non affollato come in altre occasioni, ma molto ben riempito. E c’era da aspettarselo, visti i nomi in gioco e l’esito dell’ultimo album degli Stone Sour, che probabimente avrà stuzzicato la curiosità di alcuni di vedere se anche dal vivo i nuovi pezzi avrebbero ben figurato. La risposta i nostri ce la danno subito, con la seconda parte di “Gone Sovereign” e la successiva “Absolute Zero” (secondo singolo estratto), micidiali anche in sede live. Come diceva quel tale, per riempire una grande palco ci vuole una grande band, e in questo gli Stone Sour dimostrano ancora qualche incertezza. A memoria, al netto di metal band estreme, dove un certo atteggiamento “freddo e impassibile” è quasi dovuto, solo i Mastodon sono stati meno coinvolgenti emotivamente, meno empatici. Abbastanza statica e asettica infatti la prova dei membri di movimento, con un James Root, posizionato a sinistra del frontman, con la testa quasi sempre china sullo strumento, concentrato ma quasi svogliato, pochi cenni al pubblico, pochi sorrisi, poca partecipazione “di pancia” potremmo dire. Dall’altro lato non è che Josh Rand si dia molto più da fare, spiccando dalla platea più per la luce riflessa sul frontespizio, che per coinvolgimento. Lasciando perdere il nuovo arrivato Johny Chow al basso, questi sì energico ma in seconda linea, non resta che affidarsi a Corey Taylor per un po’ di sano vigore sul palco.

Appunto, Corey Taylor, praticamente il vero motore della band sia in studio che in sede live. Camicia nera su collo taurino (tra lui e George Fisher è una bella lotta), il buon Corey ce la mette tutta, riempiendo il palco per sé e per i propri compagni. Un animale da stage che non scopriamo di certo oggi, ormai le occasioni per vederlo all’opera in Italia sono state innumerevoli, che anche in questa occasione mostra i tanti lati positivi (l’energia appunto, la presenza, il carisma, la potenza) e i cronici cali di voce nei passaggi più arditi. Piccoli cali ampiamente giustificabili del resto, Corey non è certo un tecnico del canto e quello che fa la fortuna del frontman è l’insieme della prestazione, da sempre maiuscola. Per questo un approccio del resto della band più caldo e meno cerebrale, non avendo nulla di celebrale o tecnicamente ardito la musica degli Stone Sour, sarebbe stato più opportuno. A parte questo la performance degli americani è di livello, i brani scorrono veloci, precisi e potenti (per la setlist completa vi rimandiamo a Google), arrivando ben presto a ricordare ai presenti che proprio nel 2012 ricorre il decimo anniversario dal primo disco, presentando un bano dall’esordio, “Orchids”, che i nostri non eseguivano da tempo. Avendo l’ultimo inciso una buona dose di ballate e pezzi più raccolti oltre la media della rimanente discografia della band, con un altro (il secondo, ahinoi non l’ultimo) disappunto, dobbiamo constatare che gli Stone Sour puntano esclusivamente sul repertorio pesante, toccando sì tutta la discografia, ma forse lasciando per strada gli elementi che hanno reso grande “House of Gold & Bones - Part 1”.

Il momento di raccoglimento ovviamente c’è stato, con il solo Corey (più chitarra) dapprima accennando “Nutshell” degli Alice in Chains, per poi esibirsi in solitaria nell’immancabile “Bother” e in “Through Glass”, supportato in corso d’opera dal resto della band. Non c’è che dire, un gran bel momento, intimo, col pubblico pronto a cantare ogni singolo verso insieme al proprio beniamino. Il tempo di riprendere vigore con “30/30-150”, e giunge il terzo e ultimo disappunto sulla serata. Ormai siamo avvezzi al “Do you want one more song?” da parte dei cantanti e le bugie nel dichiarare l’ultimo pezzo, ritirarsi dietro le quinte per poi esplodere nel gran finale, sono benedette. Questa volta invece Corey dice la pura verità, ultimo pezzo annunciato, ultimo pezzo eseguito. Pochi saluti al pubblico, a ben vedere insufficienti, band che si ritira nei camerini e luci che si accendono immediatamente con l’immancabile musica di sottofondo. Un finale spuntato che avrà certamente “deluso” i più, anche perchè guardando l’orologio, ci si è accorti che il tutto era finito alle 22.40 circa, quindi con una durata totale del concerto di circa un’ora e venti, ben oltre sotto la media dei novanta minuti. E in tempi difficili in cui i soldi per un concerto si fanno fatica a trovare, purtroppo, sarebbe stata gradita un po’ più di carne sul fuoco. Disappunti a parte, frutto di un ascolto pignolo da redattore ma indiscutibili, una serata che avrà certamente fatto godere le orecchie dei fan, aspettando la seconda parte del concept (da quanto ci ha riferito Rand più pesante, oscura e sperimentale) e il prossimo concerto dei nostri, praticamente già annunciato da Corey, impegnato in un mastodontico tour nei prossimi due anni. Alla prossima!

 

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