The Eighth Plague Tour - Machine Head
13/11/11 - Alcatraz, Milano


Articolo a cura di Stefano Risso

Un Alcatraz gremito in ogni ordine di posto ha accolto trionfalmente i Machine Head, forti di un album importante uscito solo poche settimane fa, “Unto the Locust”. Non solo Robb Flynn e soci comunque, perchè vedendo la nutrita schiera di giovani ascoltatori, cappellini, piercing e frangette, in coda davanti al locale meneghino già diverse ore prima dell’apertura dei cancelli, si percepiva immediatamente che i “gruppi di spalla” scelti per “The Eighth Plague Tour”, rappresentavano una forte componente di attrattiva, almeno per una parte dei presenti.

 

Il compito di scaldare la platea è toccato ai Darkest Hour. Precisi, compatti, affiatati, i ragazzi di Washington D.C. hanno dimostrato pienamente di valere una platea del genere, sempre più numerosa col passare dei minuti. Nella mezz’ora circa a disposizione, il death/core degli americani non ha fatto prigionieri, mostrando il fianco solo alla voce “novità”, in quanto la musica dei nostri può giocare unicamente la carta dell’aggressività e dell’immediatezza, senza troppe velleità artistiche. Al di là di tutto il pubblico ha reagito alla grande (a differenza di quanto sarebbe successo da lì a qualche minuto) e l’esibizione è stata sicuramente un successo. A seguire tocca ai Devildriver calare la prima mannaia di metallo carico di groove, che senza troppi indugi attaccano con uno show tutta sostanza. Bisogna dire che lo stupore nel vedere una band rodata, ormai famosa in tutto il mondo e certamente non di primo pelo, esibirsi a questo punto della serata, è stato abbastanza forte. Le ragioni dietro la decisione portano necessariamente a pensare a motivi legati al business, piuttosto che a meriti artistici... Argomento che esulerebbe dal report e che non ci interessa, anche perchè i Devildriver, evidentemente, non ne hanno risentito, sfoderando la solita prova granitica. Bisogna dire in verità che non è stata la miglior esibizione possibile da parte dei nostri... Nessun demerito particolare, solo una leggera “stanchezza” di fondo. Pochissime pause tra un brano e l’altro, con un Dez Fafara pronto a dirigere un paio di moshpit in piena regola. Anche qui mezz’ora a disposizione, saluti, ringraziamenti e sotto coi prossimi.

Piccoli accorgimenti scenici e i Bring Me The Horizon prendono piede sul palco dell’Alcatraz. Giovanissimi, tatuatissimi, frangettatissimi, praticamente ossuti (almeno rispetto ai ben più vigorosi Devildriver), i ragazzi partono col piede a tavoletta sull’acceleratore, forse sapendo che per aggraziarsi il pubblico serviva una prestazione maiuscola sin dalle prime battute. A dir poco scatenate le prime fila, decisamente meno il resto della platea, che come al solito (retaggio tipicamente italiano), ci mette poco a stufarsi dei gruppi “non beniamini”, cominciando a mostrare un certo dissenso, con brusii sempre più avvertibili e qualche fischio. Il termometro della loro esibizione si è palesato successivamente, quando Robb Flynn ha incitato il pubblico a salutare tutte la band della serata, ricevendo una marea di fischi e ululati una volta pronunciato il nome dei Bring Me The Horizon. E il sorriso eloquente di Robb, unito alla mancata seconda richiesta di un applauso per i giovanissimi inglesi, sono prove evidenti che qualcosa non è andato per il verso giusto. Dal canto loro i ragazzi ce la mettono tutta, ma anche a voler essere il più neutrali possibili, si fa fatica a non criticare chi perde la voce dopo una manciata di minuti (il frontman Oliver Sykes), o perdere la pazienza davanti a una prova decisamente statica, energica sì, ma un po’ povera di contenuti, senza personalità, né grossi spunti. Come del resto la musica dei nostri. Se i Bring Me The Horizon volevano farsi nuovi fan tricolore, la missione è decisamente fallita.

Ore 21.15, finalmente quello per cui tutti (o quasi) si sono sorbiti diverse ore in piedi accaparrandosi il miglior posto possibile ha inizio. Si abbassano le luci, le animazioni digitali cominciano a colorare lo stage, il cantato a cappella “Sangre Sani” accoglie i Machine Head pronti a iniziare l’esibizione con l’opener dell’ultima fatica discografica, “I Am Hell (Sonata in C#)”. I nostri sono ormai una garanzia e neppure in questa occasione scalfiscono l’immagine di macchine da guerra live. Proprio all’opposto di chi li ha preceduti... Poche moine, fisicità, esperienza, carisma. Basta solo osservare il mastodontico bassista Adam Duce, gambe divaricate ben piantate sul palco, sguardo quasi perennemente accigliato, per capire la differenza, qualcosa che difficilmente si riesce a spiegare a parole, qualcosa che appartiene solo a poche band in circolazione. Certo molto fa anche il repertorio e la musica presentata, e da questo punto di vista il nuovo materiale conferma le ottime impressioni della versione in studio. “I Am Hell (Sonata in C#)” è l’opener perfetta in questo senso, con tutto il meglio del sound della band messo in bella mostra: stacchi granitici, assoli mozzafiato, chitarre lanciate in veloci virtuosismi, intermezzi acustici, potenza strabordante. Nuovo materiale che occupa anche il secondo posto in scaletta, con la maideniana “Be Still and Know”, in cui troviamo lo spunto per affrontare l’unico neo dell’esibizione dei Machine Head: il cantato pulito. Evidenti le difficoltà di Flynn nel pre-chorus, non sappiamo se per una reale “lacuna” vocale o per la necessità di volgere lo sguardo sulla tastiera nel complicato riff poco prima del ritornello, facendo ruotare eccessivamente la testa al frontman, non più posizionato correttamente davanti al microfono (praticamente lo si vedeva muovere la bocca senza emettere alcun suono). Quando però le imprecisioni si ripetono quasi a ogni inserto pulito, tendiamo a propendere per la prima tesi. Non vengono in soccorso nemmeno Adam Duce e Phil Demmel (con cui abbiamo scambiato due chiacchiere prima del concerto... rimanete sintonizzati!) quando chiamati in causa. Che i due non siano dei cantanti provetti è indubbio, magari lavorare più sull’intonazione non gli farebbe male, vista anche la direzione musicale intrapresa, in cui la richiesta di cori e voci pulite è più forte.

Poco male perchè l’energia scaricata sui presenti è tale che non c’è quasi il tempo di rendersene conto sul momento. Energia prontamente ricambiata dagli accorsi, un magma umano che si estendeva dalle prime posizioni sino a pochi metri davanti alla zona mixer! Del resto è difficile trattenersi quando le note di “Imperium” (da “Through the Ashes of Empires”) rieccheggiano nell’oscurità, o sferzate come “Beautiful Mourning” (estratta da “The Blackening”) colpiscono in piena faccia. Segue “The Blood, the Sweat, the Tears” (“The Burning Red”), la maestosa “Locust” e l’epica “This Is the End”, in cui i problemi vocali si rifanno vivi nettamente. Immancabile “Aesthetics of Hate”, come immancabile il ricordo di Dimebag Darrell, a cui segue “Old”, dal primo album “Burn My Eyes”, arrivando al momento più toccante della serata. Robb si presenta solo sul palco, imbracciando una chitarra acustica e dedica l’ottima “Darkness Within” al padre di Phil Demmel, svenuto proprio su questo palco, nel 2007, pochi giorni dopo la notizia della morte del genitore (qui il filmato dell’accaduto). La commozione è visibile sul volto del chitarrista durante l’esecuzione dell’assolo (bellissimo) e sul finale di canzone. Si prosegue con “Bulldozer” (da “Supercharger”), con “Ten Ton Hammer “ (dal secondo album “The More Things Change”), per finire in bellezza con due macigni che rispondono al nome di “Halo” e “Davidian”. Semplicemente ineccepibili.

Una grandissima prova, non priva di sbavature, ma che ha decisamente annientato tutti i gruppi di supporto. Un’ora e mezza di concerto, forse si poteva fare di più, ma non ci sentiamo di aggiungere elementi in grado di minare le certezze della serata (del tipo: perchè non una “Clenching the Fists of Dissent”?). Una band che ormai è entrata prepotentemente nel novero dei big, non sbagliando più un colpo, crescendo continuamente senza l’usilio di pubblicità particolari o MTV (come fatto notare da Robb), ma solo grazie alla passione di chi era presente e dei tanti che supportano la band col cuore. Alla prossima ragazzi, non mancheremo! 




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