Roger Waters - The Wall Live
01/04/11 - Mediolanum Forum, Assago (Mi)


Articolo a cura di Stefano Risso

Biglietti esauriti a tempo di record, Mediolanum Forum riempito in ogni ordine di posti, date richieste a gran voce per l'incessante domanda di pubblico, bagarini scatenati che non risparmiavano prezzi da capogiro per gli ultimi posti disponibili (importo a tre cifre come minimo). Questa è stata la risposta alla tappa italiana di “Roger Waters – The Wall Live”, tour mondiale iniziato il 15 settembre 2010 a Toronto e che nel 2011 si appresta a toccare venticinque città europee, un successo che ha registrato sold-out in ogni angolo del pianeta e che continua a rimandare la conclusione aggiungendo date su date, programmate fino ad arrivare ad estate inoltrata.

"So ya
Thought ya
Might like to go to the show.
To feel the warm thrill of confusion
That space cadet glow.
Tell me is something eluding you, sunshine?
Is this not what you expected to see?
If you wanna find out what's behind these cold eyes
You'll just have to claw your way through this disguise."
 

"Lights! Turn on the sound effects! Action!"
"Drop it, drop it on 'em! Drop it on them!!!!!"


Un successo clamoroso per il ritorno dal vivo della rock-opera più famosa della storia, la prima volta dopo la storica esibizione a Berlino del 1990. Un forte significato simbolico a ridosso della caduta del muro allora, un forte e attuale significato ancora oggi. Così come il protagonista Pink, straziato da numerosi traumi psicologici, si barrica dietro a un muro invalicabile che lo isola dal mondo, anche la società moderna sta vivendo un progressivo processo di alienazione: nell'era di internet, dei social network, della comunicazione in tempo reale, l'uomo si sta paradossalmente asserragliando dietro altrettanti muri invisibili, perdendo a poco a poco la propria identità. La massificazione giovanile e l'omologazione degli adolescenti appare oggi, trent'anni dopo la pubblicazione di “The Wall”, ancor più profonda e radicata. Un messaggio di fondo che Roger vuole rendere più attuale e più spaventoso, con gli orrori della guerra ormai disponibili in diretta tv, con l'oppressione di una classe politica sempre più lontana dai reali bisogni della gente e a cui riporre sempre meno fiducia (indicativo il messaggio proiettato in contemporanea ai versi “Mother should I run for president, Mother should I trust the government”, un gigantesco “Col Cazzo”), con una schiavitù religiosa ed economica sempre più invadente (in “Goodbye Blue Sky”, i bombardieri sganciano senza distinzioni croci cristiane, stelle di Davide, falci islamiche, dollari, falce e martello, il logo della Shell e quello della Mercedes). Una visione apparentemente ancor più tragica della vita, a cui fa contraltare la connotazione fortemente pacifista che Waters ha voluto dare all'esibizione, con infiniti messaggi contro la guerra, proiettando a più riprese anche decine di foto di caduti di tutte le guerre (tra cui l'immancabile padre deceduto nella battaglia di Anzio nel 1944).

 

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Uno show considerato avveniristico e incredibilmente complesso trent'anni fa, che oggi, con le moderne tecnologie, assume a tutti gli effetti le dimensioni di un kolossal. Un badget stratosferico di oltre sessanta milioni di dollari (almeno così si vocifera) e altrettanti milioni già incassati, uno spiegamento tecnico impressionante, un comparto audio/video di categoria superiore e un gigantesco muro lungo circa settanta metri e alto dodici, composto da qualcosa come quattrocento mattoni. Insomma, per quello che dovrebbe essere l'ultimo tour della strepitosa carriera di Roger Waters (“alla fine del tour avrò quasi sett'antanni, non si può continuare per sempre”), non si è badato a spese, allestendo uno spettacolo difficilmente riproducibile e ancor più difficile da descrivere. Come si può descrivere l'emozione nel vedere un aereo schiantarsi letteralmente sul muro, facendosi in “volo” almeno metà dell'arena, i pirotecnici fuochi d'artificio, le incredibili animazioni proiettate sul muro, i giochi di luce che catturavano puntualmente l'attenzione per poi stupire con cambi di scenografia impensabili dall'altro lato del palco; difficile spiegare come un intero stage (con strumenti e musicisti) sia spuntato dal nulla dal pavimento, le coreografie, gli immancabili pupazzi giganti, il mitico maiale floydiano volteggiare sul pubblico, vedere un'intera squadra montare in corso d'opera il muro, con sempre meno spazi vuoti per poter osservare i musicisti, fino a ad arrivare a “Goodbye Cruel World” in cui, dal solo mattone mancante, spuntava il mezzobusto di Roger investito da un fascio di luce. Un interminabile turbinio di emozioni, come assistere a “Hey You” ascoltando solamente la band, totalmente isolata al di là del muro, ammirare i vertiginosi assoli del bravissimo Dave Kilminster in “Comfortably Numb”, per l'occasione unico membro illuminato, posto a una decina di metri d'altezza, assistere increduli allo spuntare di una stanza con divano, lampada e televisore a metà muro, o veder letteralmente crollare il gigantesco muro con i mattoni che arrivavano a sfiorare le prime file.

 

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Un concerto in cui tutto ha funzionato a dovere, dal già citato impianto scenico, alla resa sonora, così pulita e definita da sembrare una versione su disco, con inaspettato effetto surround. Moltissime infatti le casse poste su tutta la superficie del Forum, in modo che tutta la batteria di suoni e campionamenti, come spari, rombi di motori, urla, telefoni ecc, avvolgessero letteralmente gli spettatori, completamente abbracciati dal suono che arrivava da ogni angolo della sala. Non da ultimo, è da segnalare la perfezione della band (con una piccola sbavatura sull'assolo finale di “Hey You”), undici elementi affiatati e scenicamente “dentro” la parte e su tutti lui, il protagonista assoluto. T-shirt e jeans neri, All Star bianche ai piedi, una forma fisica invidiabile per un classe 1943, il buon Roger non ha mancato di rapire il pubblico, interagendovi a parole solo prima di “Mother” (con qualche frase in italiano), cantante e attore principale della sua creazione più famosa, autore di una prestazione vocale eccellente, sempre tenendo conto dell'età e dei ritmi frenetici di questi mesi. Un Waters sorridente, lontano anni luce dalla star sempre più distante dal pubblico, dal musicista che desiderava ritornare ad esibirsi nei vecchi club, ma che produceva dischi sempre più complessi e concerti in cui i fan venivano sempre più allontanati, agli antipodi dal mito che arrivò a sputare sul pubblico. È lo stesso Roger che lo fa capire sul finale, dicendo ai presenti che “The Wall” non era nato per essere portato sul palco davanti a così tanta gente, ma i tempi e le persone cambiano e oggi non c'è niente di più bello che condividere tutti insieme due ore circa di pura magia.

 

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Non rimane altro da dire, se non che, per tutti i presenti, questo concerto sarà una di quei felici avvenimenti della vita che non si dimenticheranno mai e che probabilmente non si avrà più occasione di rivivere.

"All alone, or in two's,
The ones who really love you
Walk up and down outside the wall.
Some hand in hand
And some gathered together in bands.
The bleeding hearts and artists
Make their stand.

And when they've given you their all
Some stagger and fall, after all it's not easy
Banging your heart against some mad bugger's wall.

Isn't this where..."




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