Black Crusade Tour
10/12/07 - Alcatraz, Milano


Articolo a cura di Stefano Risso

Il Black Crusade Tour sbarca a Milano promettendo sulla carta un grande spettacolo. Ce n'è un po' per tutti i gusti, anche se le attese maggiori sono per gli headliner della serata, gli sfortunati Machine Head, costretti a troncare improvvisamente la propria esibizione. Ma andiamo per gradi e ripercorriamo il concerto dall'inizio. Buona lettura.


SHADOWS FALL

L'apertura della serata è affidata agli americani Shadows Fall, forti dell'ultimo disco Threads of Life. Mentre gran parte del pubblico deve ancora entrare nel locale, i nostri fanno di tutto per accendere gli animi dei presenti, e a giudicare dalla buona risposta delle prime file, possiamo dire che ci sono riusciti. Su tutti spicca il dinamismo del frontman Matthew Bachand, abile nel concentrare l'attenzione su di sé e autore di una buona prova. Seppur musicalmente non eccelsi (a mio avviso) i nostri si sono dimostrati comunque sufficientemente abili e compatti, presentando prevalentemente il materiale più recente, un misto tra thrash/metalcore tipicamente americano, con Forevermore in apertura e successivamente con Failure of the Devout e Redemption, completando la breve setlist con The Light That Blinds (da The War Within) e Thoughts Without Words, estratto da The Art of Balance. Una prova dignitosa.

ARCH ENEMY

p1000728Dopo un breve allestimento di palco e soundcheck si presentano gli Arch Enemy, e iniziano subito con Blood on Your Hands, opener del recente Rise of the Tyrant. Nonostante tutta la band si sia dimostrata ben rodata, la scena è tutta per Michael Amott e Angela Gossow, indubbiamente i due membri più carismatici, capaci di catalizzare la maggior parte degli incitamenti. Seguono veloci Enemy Within da Wages of Sin, My Apocalypse (da Doomsday Machine), senza però lasciare il segno, senza graffiare, come se stessimo vedendo buoni/ottimi musicisti in grado di non infondere il necessario trasporto. Vedere Amott durante i suoi assoli è sicuramente uno spettacolo nello spettacolo, ma dall'esibizione degli Arch Enemy ricordo questo e poco altro a dire il vero, come se fosse scivolato via tutto troppo liscio. Merita poi un discorso a parte la performance della Gossow: il vocione super effettato che si può ascoltare su disco è rimasto in studio di registrazione, lasciando nelle corde vocali della cantante una via di mezzo tra growl e scream alquanto anonimo, a volte sovrastato dagli strumenti. Non sarà una grande cantante ma sarà bella... Sì, in confronto ai "brutti ceffi" a cui siamo abituati è sicuramente un passo avanti, ma da qui a sottoscrivere i prevedibili cori rivolti alle grazie di Angela ce ne vuole... Gusti personali ovviamente. A completare lo show arrivano Nemesis, e We Will Rise, per un'esibizione che avrà fatto piacere ai fan, e a pochi altri.

DRAGONFORCE

Essendo i Dragonforce agli antipodi dei miei ascolti abituali, ho cercato di essere musicalmente il più aperto possibile, con l'intento di carpire le migliori qualità della band. Beh, non mi avranno fatto cambiare parere, ma almeno sono stati divertenti. Sì perchè quello che maggiormente mi ha colpito della prova dei Dragonforce è stata la voglia di divertirsi tra di loro (prima di tutto) e implicitamente di allietare il pubblico, con movenze, brevi siparietti, ampi sorrisi ecc... Assoli, assoli e ancora assoli, lunghissimi, reiterati, un po' tutti uguali, velocità sostenutissima, doppia cassa quasi perenne, ma da quel poco che conosco della band, questo è il sound dei Dragonforce, prendere o lasciare.

 

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Grande prova delle due asce Herman Li (il più posato, ma con una faccia che sprizza simpatia) e Sam Totman (insieme al tastierista Vadim Pruzhanov, il più scatenato) spesso accoppiati sulla pedana al centro del palco durante gli interminabili assoli. L'inizio è affidato a Fury of the Storm, a cui seguono Operation Ground and Pound, Revolution Deathsquad, e Starfire. Buoni anche i vocalizzi di ZP Theart, impegnato verso la fine del concerto in una battaglia a colpi di rotoli di carta igienica con le prime file, e la prova degli altri membri, con il bassista Frédéric Leclercq che a un certo punto imbraccia la chitarra di Totman, e comincia anch'esso con assoli a profusione. Through the Fire and Flames e Valley of the Damned sono poste in conclusione, saluti di rito ed è ora di ritirarsi dietro le quinte. Intanto il coro inneggiante agli headliner della serata cominciava a farsi più vigoroso...

TRIVIUM

p1000877Tocca ora alla formazione più amata/odiata dell'intera serata, inneggiata/sbeffeggiata a suon di cori sin dalla coda fuori dal locale. Dal mio punto di vista, il giudizio sulla prova dei Trivium sta nel mezzo a queste due correnti di "pensiero contrapposte". I ragazzi sono validi tecnicamente, tengono bene il palco, riescono a donare il giusto tiro alle canzoni proposte, eppure non riescono a stupire, vuoi per una presenza scenica non ancora di primissimo livello (e la differenza con i Machine Head è stata impietosa, da questo punto di vista), vuoi per una proposta che non ha nulla di così stupefacente, come l'aurea mediata attorno alla band vuole farci credere. I Trivium stanno portandosi sempre più su coordinate thrash metal, come testimoniato dall'ultimo The Crusade, tanto da presentarsi con una mise che ricorda chiaramente la divisa tipica del "thrasher" e da rifarsi abbastanza palesemente ai maestri del genere (Metallica su tutti). Credo di non essere il solo ad aver notato una certa somiglianza del timbro vocale di Matt Heafy con quello immortale di James Hatfield dei tempi d'oro, così vicino da risultare praticamente uguale in alcuni frangenti, come ad esempio i celeberrimi "yeah" di James, riportati fedelmente da Heafy. Comunque, i nostri si sono giocati le proprie carte come meglio potevano, pescando brani da tutti e tre i brani all'attivo, sfruttando bene la coreografia messa a disposizione, con due impalcature a lato della batteria, su cui Heafy e Beaulieu sono saliti scambiandosi parti vocali e assoli. Tutto bene, ma nulla da giustificare il clamore, specialmente da parte degli ascoltatori più giovani (comparsi come funghi a ridosso delle transenne), attorno a questi musicisti, ancora in debito sia sotto il profilo musicale che della personalità, anche se Heafy è riuscito a trasformare a proprio favore un piccolo problema tecnico alla batteria nelle battute iniziali, improvvisando subito per colmare il vuoto Symphony of Destruction dei Megadeth. Un gruppo onesto che sa il fatto suo, come tanti altri del resto.

MACHINE HEAD

Finalmente! Dopo quattro ore circa dall'inizio dell'evento è arrivato il momento per cui l'Alcatraz è andato riempiendosi nel corso della serata. Si spengono le luci e comincia a echeggiare l'intro di Clenching the Fists of Dissent, il primo a comparire è Robb Flynn, lo seguiranno presto tutti gli altri, per esplodere all'unisono in una delle canzoni che hanno reso The Blackening uno dei dischi migliori degli ultimi anni.

 

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Potenza assoluta, carisma, capacità di riempire la scena uguale da parte di tutti i componenti, compreso Dave McClain, incredibilmente visibile e coinvolgente dietro il drumkit allestito appositamente per godere delle sue movenze spettacolari e precise. Pochi minuti e il pubblico pende dalle labbra di Robb, quasi inutili i suoi incitamenti rivolti al pit, in uno scambio di energia che sembra galvanizzare ancor di più la band, che rincara la dose con Imperium, estratto da Through the Ashes of Empires.

 

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Da antologia poi Aesthetics of Hate, prima della quale viene commemorato Dimebag Darrell con uno striscione passato dal pubblico e mostrato da Demmel e Flynn, con le emozioni che raggiungono l'apice durante la splendida parte solistica, con i due uno di fronte all'altro. Un tuffo nel passato con Old, capace di scatenare anche gli spettatori più serafici, per tornare al presente con Halo, con Flynn e Duce non precisissimi nelle parti pulite, ma credo che nessuno si possa lamentare della resa finale del brano, in grado di catapultare i presenti dall'headbanging selvaggio alla commozione con una facilità disarmante. Take My Scars non fa prigionieri, acclamata sin dalle prime pennate di Demmel, con la comparsa del "pogo circolare" in mezzo alla platea. Fin qui un concerto spettacolare, che ha letteralmente demolito tutti gli act precedenti sotto tutti gli aspetti, specialmente per quanto riguarda l'interazione con i presenti, con ripetuti apprezzamenti da parte di Flynn, descrivendo il pubblico milanese come "the loudest crowd" incontrata dall'inizio del tour, fin quando arriva il momento di Descend the Shades of Night e si consuma l'episodio "tragico" della serata (video). Appena conclusa la parte acustica, si sente uno strano rumore di chitarra... Non si trattava di un attacco sbagliato, in quanto a seguito di un altro strano rumore, si assiste a Duce che si precipita verso il lato del palco occupato da Demmel. L'oscurità dello stage non ha permesso una visuale chiara dell'accaduto, ma si è capito immediatamente che Phil era stato vittima di un malore improvviso, causando l'immediata interruzione del brano. Comprensibili attimi concitati sul palco, con un frenetico via vai di roadie, fin quando qualche minuto dopo, Robb si presenta dicendo di non sapere cosa fosse accaduto a Phil, e di attendere, non sapendo se il concerto fosse proseguito o no. Pochi minuti ancora, e Flynn, Duce e McClain, annunciano la fine dell'esibizione. Sono bastate poche parole per Robb, solo un accenno alla decisione presa, che subito il pubblico lo ha interrotto con calorisu applausi e cori, con i tre commossi in volto.

 

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A questo punto Flynn non ha potuto fare altro che ringraziare per la comprensione e dare l'appuntamento al prossimo concerto. Un peccato, perchè al di là della preoccupazione per Demmel (è giunta voce che sia fuori pericolo, aveva l'influenza), la performance preventivata contava solo otto pezzi, con il risultato di solo i primi sei eseguiti, mancando all'appello solo la conclusiva Davidian. Nonostante l'accaduto, una prova comunque da ricordare, eccezionale in ogni aspetto (forse i suoni potevano essere migliori), per una band protagonista di questo 2007. Non ci rimane che attenderli nuovamente in Italia.




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