Zois (Valentina Gerometta)

Band giovane, originaria di Bologna e con un bagaglio culturale e musicale non indifferente. Gli Zois hanno la capacità di miscelare generi e influenze completamente diverse in uno stile personale e molto riconoscibile, tanto particolare da aver suscitato la curiosità e la stima di un artista come Mango.
In occasione dell'uscita del primo album omonimo, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con la cantante e fondatrice della band, Valentina Gerometta. Buona lettura!

Articolo a cura di Andrea Mariano - Pubblicata in data: 03/02/16

Ciao Valentina, benvenuta su SpazioRock! Raccontaci la storia degli Zois e perché avete scelto questo nome così particolare.

Noi siamo nati attorno al progetto di questo disco, quindi abbiamo avuto una genesi un po’ diversa dalle band che nascono tra i banchi di scuola o tra amici... Io avevo dei brani da parte, poi a Bologna ho conosciuto Stefano, bassista e arrangiatore che mi ha aiutato a pensare al sound particolare e suonando in vari progetti abbiamo finalmente incontrato il chitarrista e il batterista giusti, rispettivamente Alessandro e Ivano. Per arrivare ad un disco così ci vuole un a certa intesa tra i musicisti, richiede di spingersi oltre i propri limiti sia musicali che di sensibilità, e servono le persone giuste per farlo. Zois deriva dal greco Zoy, significa vita, abbiamo cercato proprio di mettere in risalto questa idea, cioè il fatto che noi abbiamo inteso la musica come una creazione, e noi come gruppo amiamo creare, per cui ci piaceva molto questa coincidenza.

Molto interessante, a chi è venuta in mente questa reminiscenza classica?

Sai che non mi ricordo come è andata di preciso? (risate, ndr) Il significato del termine già lo conoscevamo, ma poi abbiamo scoperto anche altre cose: è utilizzato molto nella zona dei Balcani, lì è un nome proprio, un cognome anche diffuso; uno studioso di minerali si chiama Sigmund Zois e ha chiamato una pietra da lui scoperta Zoisite... Zois era in un elenco di possibili nomi per il battesimo di questa formazione, poi abbiamo scoperto tutte queste cose su quel nome, che alla fine l’abbiamo preso!

 
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Un nome dalle mille sfaccettature quindi, un po’ come la vostra musica: andate da lidi pop all’elettronica fino a dissonanze new wave o addirittura quasi stoner. Come siete riusciti ad amalgamare così bene così tanti generi differenti?

La necessità di esprimersi in questa maniera nasce da due fonti: una è il mio modo di scrivere. Io sono principalmente la persona che nel gruppo scrive i brani - dico “principalmente”perché poi alcuni brani mi hanno aiutato a completarli - e io ho avuto sempre una scrittura molto ibrida, probabilmente dovuta ai miei ascolti schizofrenici, non mi sono mai posta dei limiti di genere; non penso sia figo ascoltare un genere piuttosto che un altro, non mi precludo nulla. Mi piace la buona musica, quella che mi fa emozionare. Ascolti un brano di Nick Drake, chitarra e voce, ed è di un’intensità assurda, ma quell’intensità puoi raggiungerla anche con un brano dei Beatles o degli Oasis che sono rock... Io arrivavo da li. Tutti i musicisti che compongono gli Zois sono musicisti che hanno suonato tanto e che ascoltano musica molto diversa; a un certo punto la loro esperienza si è sposata perfettamente col mio modo di scrivere e ognuno ci ha messo dentro delle cose. Stefano, oltre ad avere un modo di suonare molto “presente” – ha una pedaliera molto più grande di quella del chitarrista, ahahah -, ha portato molto del sound elettronico; Alessandro ha cominciato suonando metal pesantissimo e poi ha studiato jazz, gli piace il funk... Ivano è difficile da incasellare, ha suonato talmente tanta roba. Sicuramente è un batterista rock, ma ha un’anima molto romantica, è quello che si commuove sui brani un po’ più dolci! Questo ci ha unito: il fatto di non aver paura di unire gli opposti, ed è questo il collante dei brani degli Zois. Se due cose che sembrano distanti, dicendo quell’emozione, quella parola, si realizza che sono compatibili, non bisogna aver paura del fatto che arrivino da due mondi distanti. E funziona!

Durante le registrazioni c’è stato un brano che vi ha sorpreso, un brano che avevate in mente in una determinata forma, ma che poi è uscito in maniera completamente differente?

Questa cosa è successa con molti brani, perché mentre lavoriamo tendiamo molto a stuzzicarci l’un l’altro, c’è sempre qualcuno che arriva e dice “Ma se facessimo così?”, quindi è molto facile che un brano riesca ad indossare tre vestiti diversi. Di tutti i brani, però, quello che mi ha sorpreso per l’atmosfera che ha raggiunto è stato “Per Te”. Questa canzone è un lento, con una struttura abbastanza tradizionale, una ballata, ma inizialmente l’avevo immaginata con una struttura completamente diversa, con strumenti completamente diversi; quando poi l’abbiamo provata con la chitarra, improvvisamente mi si è cancellata dalla mente tutta la mia visione iniziale ed ho scoperto un brano molto visivo, abbiamo cercato di trattarlo proprio come se fosse un cortometraggio in termini sonori. È stato un viaggio: siamo partiti dicendo: “Ok, dove siamo? Siamo in un deserto, tutto quello che suona deve darci il senso del deserto, dell’aria che porta la sabbia... Poi quando inizia il ritornello improvvisamente deve comparire invece una visione rigogliosa, con fiori, acqua...” Abbiamo costruito il suono proprio basandoci su questo: ascoltando, ognuno di noi riusciva a visualizzare queste cose, ed è stato un viaggio molto stimolante!

 

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Un approccio molto originale! Penso sia anche molto stimolante, vengono in mente soluzioni che non potevano venire pensando alla sola musica.

Si, sono quasi delle tecniche vicine alla meditazione, alla psicologia, sai, quando ti chiedono di visualizzare, e funziona molto bene, ti permette di comunicare con gli altri superando il tuo limite di musicista, perché comunichi direttamente l’immagine che vuoi.

In questo vostro primo album c’è anche una collaborazione molto importante con il prematuramente scomparso Mango con cui non solo avete realizzato una  versione “destrutturata” di “Oro”, ma anche “Stella Contraria”. Come è nata questa collaborazione? Che ricordi hai di Mango?

È stata un’esperienza bellissima, che abbiamo vissuto davvero come un regalo: oltre alla possibilità di poter lavorare con un grande artista, abbiamo anche scoperto una persona veramente bella; quando se ne è andato, il colpo è stato veramente duro. La cosa che mi è piaciuta di più è quando abbiamo presentato questo provino di “Oro”: è un brano un po’ “matrioska”, con questa superficie di canzone d’amore, con quella voce celestiale, questo arrangiamento molto rarefatto, ma dentro ci sono altri strati di significato e di riff e suoni solo accennati. Ci siamo divertiti ad estrapolare queste parti e metterle in risalto: più che la storia d’amore, abbiamo preso il concetto di desiderio, quella morbosità del desiderio che desidera una cosa poi quando ce l’hai, non la vuole più. Mango era uno sperimentatore, e gli è piaciuto, tanto che è venuto in studio a registrare la voce e ha addirittura voluto partecipare al video, cosa che non ci aspettavamo. Parlando, scambiando delle idee musicali è non, è nata da parte sua la volontà di donarci una musica inedita a cui noi abbiamo realizzato il testo ed è nata così “Stella Contraria”. È stato un doppio regalo per noi quello di poter inserire entrambi i brani nel disco, ovviamente con l’avvallo della famiglia. C’è il rammarico di non aver potuto portare avanti una collaborazione simile, sicuramente a me come cantante mi avrebbe potuto insegnare molte altre cose, ma la vita va così, e ci riteniamo molto fortunati di aver avuto la possibilità di conoscerlo.

 

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Ogni tanto gli artisti sono gelosi delle proprie opere, mentre Mango addirittura vi ha donato una sua opera e vi ha anche sostenuto moltissimo. Penso sia una delle cose più belle che possa capitare.

Si, è come una medaglia al valore che ci portiamo. Una cosa mi ha stupito moltissimo: quando ci ha dato la musica di Stella Contraria, non ci ha posto nessun limite riguardo al testo che avremmo dovuto scrivere, ci ha dato anzi piena libertà. Questo mi ha stupito, perché mi sarei aspettata un atteggiamento di indirizzamento, invece ci ha detto: “Ragazzi, andate. Voglio vedere quello che sapete fare”.

 

Avete preparato un tour?

Il tour è iniziato a gennaio. La preparazione non è stata semplice, perché non ci piacciono le cose semplici, ahah! Ci divertiamo a creare cose un po’ complesse. Porteremo sicuramente il disco nei club, ma stiamo pensando anche ad un assetto più intimo: abbiamo presentato il disco alla galleria d’arte Ono di Bologna in assetto extra minimale, eravamo io, il chitarrista e la gente seduta attorno, è stata un’esperienza bellissima, e ci piacerebbe portarla in giro, magari con qualche piccolo cambiamento, ma con la medesima atmosfera. Mi piace sia l’aspetto super energico, sia quella dimensione più intima.

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Bene, questa era l’ultima domanda. Grazie mille e a te l’ultima parola!

Noi teniamo tanto al contatto diretto, abbiamo una pagina Facebook che seguiamo direttamente, e mi piacerebbe che fosse uno spazio di interazione, non solo dove scriviamo ovviamente i vari appuntamenti, ma dove le persone possono scriverci quello che hanno visto ascoltando una nostra canzone, cosa vorrebbero per il secondo disco... Invito tutti quanti a inviarci le loro idee perché noi raccogliamo, metabolizziamo... e produciamo!




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