Tim Bowness (Tim Bowness)
L'artista britannico ci svela tutti i dietro le quinte del nuovo lavoro in studio.
Articolo a cura di Federico Barusolo - Pubblicata in data: 06/03/19
Ciao Tim, benvenuto su SpazioRock.it! Come stai?


Sto bene, grazie!


Parliamo del nuovo album, "Flowers At The Scene", che è appena stato pubblicato. Vorresti introdurlo brevemente per noi?


Certo. Penso che "Flowers At The Scene" rappresenti per me una sorta di partenza. È il primo album dopo tanto tempo in cui non c'è un unico filo conduttore a livello tematico. È una collezione di 11 canzoni piuttosto separate con arrangiamenti diversi e testi riguardo brevi storie cinematografiche scollegate tra loro. In un certo senso, questo disco rappresenta un nuovo inizio dopo "Lost In The Ghost Light", che era un concept album sia musicalmente che dal punto di vista dei contenuti tematici, ed era anche abbastanza singolare. Nonostante tutto, "Flowers At The Scene" è stato decisamente concepito come un album, la sequenza dei pezzi è stata comunque molto importante per me per avere la giusta dinamica. È solo più una collezione di tracce che un qualcosa di specificamente legato.


E quali sono i concetti principali che esplori in questi brani, a livello tematico?


Sono molto vari. La title track, per esempio, parla delle ripercussioni di un accoltellamento in un parco. È quasi come se da un articolo di due righe e un titolo si espandesse la riflessione per includere tutte le conseguenze di un tale atto: la famiglia della persona coinvolta, la persona stessa, gli amici. Ovviamente, un singolo momento di violenza e stupidità può distruggere non solo una vita, ma molte. Penso che molti dei testi siano stati sorprendenti anche per me, perché non sono usciti necessariamente come me li aspettavo. Scrivo sempre i testi a partire dalle mie melodie vocali e la cosa più importante per me è avere una canzone solida in termini compositivi, poi i testi vengono per conto loro dalle melodie che sono state scritte in precedenza. Una cosa interessante è stata, quando stavo scrivendo i testi, che mi sono ritrovato a parlare di cose che non mi aspettavo minimamente. Una canzone, "Ghostlike", parla del crollo di una relazione in un hotel del Mediterraneo, durante una vacanza di coppia. Non era per nulla quello che avevo pensato all'inizio.


Il precedente "Lost In The Ghost Light" era in qualche modo un inno alla musica prog più classica. Musicalmente che direzione prendi con questo album?


Penso sia stato guidato in diverse direzioni dai brani stessi. Sai, spesso gli album tendono a essere o un'estensione di ciò che è stato pubblicato prima, oppure ad andarci totalmente contro. Nella storia dei No-Man, per esempio, un album come "Together We're Stranger" era logicamente una continuazione di "Returning Jesus" e un album come il mio "Abandoned Dancehall Dreams" seguiva "Schoolyard Ghosts", sempre dei No-Man. Poi invece ce ne sono stati alcuni come "Wild Opera" e "Flowers At The Scene" - appunto - che non seguono necessariamente le orme dei loro predecessori, anzi vanno in direzioni nuove. Questo è assolutamente un esempio.


Stando alle copertine dei tuoi album, prendi anche molta ispirazione dall'arte pittorica. Cosa rappresenta la copertina di "Flowers At The Scene"? Come si ricollega al disco?


Be', tutti i miei album solisti hanno un grande primo impatto nella copertina, che è un contenitore per l'intero album e quindi parte dell'immersione all'interno dell'esperienza del disco. Soprattutto nell'era dello streaming, mi sono ritrovato a essere sempre più dettagliato riguardo quello che voglio dai miei artwork. Per tutti i miei lavori solisti ho suggerito idee a un artista di nome Jarrod Gosling, lui ha realizzato queste idee in un modo davvero unico. Per il nuovo disco, volevo giocare con la frase "flowers at the scene", quindi l'immagine frontale rappresenta un qualcosa che può essere interpretato in più modi: due amanti che si incontrano, una coppia che regge dei fiori... Poi, il retro si riferisce specificamente ad una canzone chiamata "Not Married Anymore", che fa riferimento a delle ghirlande natalizie appese alla porta. Dentro all'album ci sono illustrazioni con dei fiori ad un gazebo in un parco, che sono un'evocazione del pezzo di cui parlavo prima. I fiori in generale sono piazzati dove le persone muoiono; potrebbe essere per un incidente o per un omicidio appunto... è una forma di apprezzamento dalla comunità locale, dalla famiglia, dagli amici...

 

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Questo album, oltretutto, rappresenta la prima produzione con Steven Wilson in oltre un decennio. Come è stato riunirsi con lui? Il modo in cui lavorate assieme è cambiato in tutti questi anni?


Non molto, no. Il fatto è che comunque ho continuato a lavorare alternatamente con lui in qualche modo, ha sempre mixato i miei album. Questa volta ha fatto qualcosa in più che mixare. Abbiamo discusso assieme idee e arrangiamenti, quindi è stato un processo collaborativo. Abbiamo avuto questo approccio No-Man dagli anni '90, perché ci piaceva l'idea di prendere il suono e il dna della band e portarlo nelle mani di altri artisti. Amiamo molto entrambi produrre album e in questo disco Steven ha messo davvero tanto. Molte canzoni sono state prodotte da me, altre da Brian Hulse... ma molte hanno il timbro di Steven. Sai, oltre a questo, dopo aver finito con le registrazioni di "Flowers At The Scene", io e Steven siamo passati alla registrazione di un po' di materiale dei No-Man. È durato tre giorni e tre lunghe serate, ma è stato fantastico perché sembrava esattamente come agli inizi della band. Non avevamo distrazioni: niente computer, niente cellulari, niente persone che entrano... eravamo solo noi due e la nostra musica. Da un certo punto di vista, era come tornare al modo in cui lavoravamo agli inizi, quando eravamo da soli in studio, ci scambiavamo idee e discutevamo intensamente su dove i pezzi sarebbero giunti. Tutto ciò con cui ce ne siamo usciti è al 100% dei No-Man da questo punto di vista, anche se è totalmente diverso da qualsiasi cosa fatta prima da noi due. Tornando al mio nuovo album, ho lavorato con tanti musicisti di talento, ma mi piace sempre in modo particolare lavorare con Steven, perché sa esattamente cosa voglio, ma sa anche darmi qualcosa in più, qualcosa di diverso. Perché è sempre molto coinvolto in quello che fa. La musica è così, devi esserne coinvolto. Non ha senso fare musica tanto per fare, devi crederci fortemente e devi credere che quella musica meriti di esistere.


Steven Wilson ha anche detto che questo album è inconfondibilmente un album di Tim Bowness. Come mantieni un'impronta precisa su un disco con così tanti artisti e, di conseguenza, stili e background?


Be', direi per il fatto che io ho chiesto a tutte queste persone di essere nel disco. Ultimamente è vero, ho lavorato con un sacco di grandi musicisti, ma sono io a prendere le decisioni. Quando è il momento di registrare, fare il mix finale, decidere la sequenza e chi suona in quale canzone, sono tutte scelte mie. Allo stesso modo in cui ogni album dei No-Man riflette i gusti eclettici di me e Steven, questo album riflette i miei interessi. Una cosa interessante è che in questo album ho fatto qualcosa che non avevo mai fatto. Nella title track ho sperimentato quattro diversi batteristi, tre bassisti e tre chitarristi, e lavoravano tutti alla stessa canzone contemporaneamente. Di conseguenza, avevo molte versioni diverse con, per esempio, Colin Edwin al basso, Dylan Howe alla batteria... Poi, siccome sapevo più o meno cosa volevo, ma sapevo anche di volere qualcosa di diverso, ho chiesto a James Matheos di suonare la chitarra in questo pezzo. Ed è strano perché lui ha un background metal, ma gli piacciono anche jazz, ambient e classica. Insomma, sapevo che mi avrebbe dato qualcosa di diverso, qualcosa di davvero buono, e lo ha fatto! Credo che nel momento in cui scelgo i musicisti, li scelgo in parte nel modo in cui ho voluto Matheos e in parte come ho scelto Dylan Howe e Colin Edwin. La cosa grandiosa di questo album è che ho avuto la possibilità di far suonare diversi musicisti su una stessa traccia per poi scegliere la mia versione preferita.


Stai pianificando qualche tour? Con che musicisti ti esibirai?


Sì, ci saranno almeno sette date. Al momento, suonerò in Polonia, Germania, Olanda e UK, ma ci potrebbero essere novità. Suonerò con una band quasi totalmente diversa rispetto alle registrazioni. La mia band dal vivo tende ad essere abbastanza scollegata dal lavoro in studio in molti modi. Avrò Adrew Booker come batterista, Michael Bearpark come chitarrista, John Jowitt al basso... poi Steve Bigham. Probabilmente porterò anche Brian Hulse, che è stato uno dei miei collaboratori principali per l'album.
Quando suono dal vivo, tendo a suonare sulla base della band che ho in quel momento. Non faccio mai versioni accurate del lavoro in studio, non ha senso per me. Spesso facciamo versioni diverse, più spontanee, talvolta più lunghe, talvolta più corte. È uno stile che spesso spinge anche la band all'improvvisazione, insomma abbiamo un suono live molto specifico e molto basato sulla nostra capacità di calcare un palcoscenico, in generale molto diverso dagli album in studio. Credo che si tratti di due cose molto diverse.


Cosa segui nella musica contemporanea? Quali generi e artisti ti ispirano di più?


Ascolto sia musica del passato che musica nuova. Penso che, in termini di musica contemporanea, gli artisti che mi piacciano stiano più in un contesto di elettronica. Mi piacciono alcuni artisti canadesi ultimamente: una band chiamata Destroyer, penso siano ottimi; poi un certo Devon Welsh, amo la sua musica, sembra una sorta di mix tra Eno e i The Blue Nile; c'è un chitarrista fantastico di nome Eric Chenaux, che ha un interessantissimo contrasto tra una voce stupenda e pura e una chitarra esplosiva e sperimentale; i Beneath, un'altra band canadese. Poi seguo qualche artista jazz, come Joshua Trinidad che ha fatto dischi interessanti di recente, oppure vecchie leggende come David Byrne e Peter Hamel che stanno ancora producendo ottima musica. Parlando di rock o prog rock, mi piace questa band inglese, i Thumpermonkey, penso che abbiano pubblicato un ottimo album chiamato "Make Me Young", sembrano quasi una versione contemporanea dei Gentel Giant. Sì, ci sono un po' di nuovi artisti o di nuovi album di alcuni vecchi artisti che mi piacciono, ma resto anche molto appassionato ai miei preferiti storici, come Kate Bush, Peter Gabriel e Brian Eno.


Questa era l'ultima domanda, grazie infinite per il tuo tempo. Vuoi lasciare un messaggio ai nostri lettori?


Grazie molte per sostenere la mia musica. Ovviamente, un artista non è nulla senza il suo pubblico!

 

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