The Wild! (Dylan Villain)
A pochi giorni dall'uscita del terzo album "Still Believe In Rock And Roll", il frontman dei The Wild! ci parla della scrittura e della produzione dell'ultimo lavoro e di un problema che sta affliggendo molti musicisti: la cancellazione degli eventi. In tutto questo però l'attitudine rock 'n' roll non vacilla in Dylan e lo fa presente forte e chiaro.
Articolo a cura di Lucia Bartolozzi - Pubblicata in data: 11/04/20
Ciao Dylan! Benvenuto su SpazioRock!

Grazie a voi! Ora come ora fa ancora più piacere fare due chiacchiere (ride, NdR).

Cominciamo allora?

Certo, vai pure!

Il 20 marzo è uscito “Still Believe In Rock And Roll”. Com’è essere al terzo album? Ho letto sulla vostra pagina che il mattino dopo la pubblicazione vi siete svegliati con una splendida sorpresa. Era già in cima alla classifica!

Direi che è un periodo abbastanza peculiare per pubblicare un album. Può essere frustrante, visto che sei costretto a cancellare molte date e non dare all’album il supporto di cui avrebbe bisogno. Vedere che già la mattina dopo la pubblicazione era in vetta alla classifica è stato davvero bello però. Stiamo ricevendo una tonnellata di messaggi dai nostri fan e un ottimo feedback. Credo che in questo periodo sia stato un toccasana per chi ci ascolta e anzi, voglio ringraziare chiunque abbia ascoltato i nostri nuovi pezzi. Ci fa piacere che vi piacciano e speriamo portino qualcosa di positivo.

Credete che un album come il vostro possa aiutare i vostri fan, specie in questo momento? Voglio dire, credo che possa dare la giusta carica di cui abbiamo bisogno.

Sono d’accordo, nonostante all’inizio fossi titubante. La reazione del pubblico mi ha tolto ogni dubbio! Penso che ognuno abbia un momento in cui è talmente preso dal lavoro o da ciò che sta facendo che dà poco ascolto a quello che succede nel mondo, ma poi a un tratto ci viene da sentirci sopraffatti. Mi sono chiesto se tutto quello che sta succedendo a causa del virus fosse vero. In quello stato d’animo, che ho provato spesso in questi giorni, l’unica cosa che funziona per farmi stare meglio è un po’ di musica. È proprio per questo che sono contento, se i nostri fan hanno nuova musica che li tiene su col morale, direttamente da una band che amano e supportano sempre.

Per quanto ne so, vi siete sempre divertiti un sacco a girare i video per i vostri singoli. Qualche singolo e soprattutto qualche video in vista?

Abbiamo qualcosa di già programmato ma ovviamente non è il periodo giusto per fare video. Di solito coinvolgiamo molte persone e facciamo dei video abbastanza scatenati, se si può dire. Temo che proprio per questo dovremo rimandare, ma tenetevi forte per quando potremo girare!


Da dove è venuta la scelta di lavorare con Mike Fraser? È noto a tutti che ha lavorato con artisti di alto calibro come AC/DC e Metallica. Ormai è il terzo album che co-producete con lui. Raccontaci un po’.

Ho contribuito a tutti i tre album, ma ho dato un mio apporto significativo al lavoro solo dal secondo album “Wild At Heart” in poi. Abbiamo formato una bella squadra e c’è qualcosa di speciale fra me e Mike. È uno dei miei migliori amici e credo che questo si rifletta su quello che facciamo in studio: proprio perché ci conosciamo così bene, riusciamo a comunicare senza parlarci ormai. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda e questo dà un risultato fantastico, in termini di sound. Riesco a fargli capire perfettamente cosa voglio da una canzone, che atmosfera deve avere, come devono suonare questo e quello. Tutto è nato quando Mike stesso ha contattato il nostro ex manager, dicendo che il nostro lavoro gli piaceva un sacco.
 
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Non avevate neppure un contratto al tempo, o sbaglio?

Proprio così. Mike quindi ha chiesto di incontrarci e ovviamente io avrei voluto lavorare con lui, ma mi sembrava una cosa così impossibile! Voglio dire, eravamo giovani e scapestrati (ride, NdR), per di più senza uno straccio di contratto e senza soldi. Eravamo solo una band che aveva appena pubblicato il primo singolo “Road House” e che aveva ricevuto attenzione, anche grazie al video. Incominciarono le telefonate, ma io non avevo soldi. Avevo solo una Cadillac del ’65, era veramente tutto ciò che possedevo. Mi portai dietro le chiavi, quando Mike mi invitò a pranzo per parlare della band. Per tutto il pranzo continuai a ripetermi che vendere quella macchina era l’unico modo di riuscire a proseguire con la carriera. Mi decisi e lo dissi chiaramente a Mike, dandogli le chiavi. Gli dissi che l’avrei pagato così, pur di lavorare con lui. Per tutta risposta lui cominciò a ridere e ricordo di esserci rimasto alquanto male. Fece scivolare verso di me le chiavi, chiedendomi se sapessi chi altro gli aveva offerto la propria macchina per produrre un album. Era Jon Bon Jovi!
Alla fine siamo giunti a un accordo e mi sono tenuto la mia Cadillac. Il resto è storia!

Ho visto sul vostro sito che avevate un bel programma di tour davanti a voi per i mesi prossimi, sia in Europa che in America per l’estate. Come vi sentite in questa situazione così precaria?

La parola giusta è frustrazione. Il primo singolo “Playing With Fire” è diventato subito una hit in Germania e in Europa in generale. Dovevamo far uscire l’album il giorno della prima data e avevamo 14 concerti sold-out su 17. Avevamo l’onda del successo da cavalcare, era il momento perfetto. Ci avevamo messo molto tempo e ovviamente dietro le scene ci sono preparazioni su preparazioni, ma tutto è andato in fumo nel momento in cui stavamo avendo più fortuna. Insomma, ci eravamo fatti il culo ed eravamo troppo eccitati all’idea di partire in tour.
L’unica cosa che mi ha aiutato a sentirmi meno frustrato è stato pensare che il problema del Coronavirus affligge tutto il mondo. Siamo tutti sulla stessa barca: l’industria della musica sta vivendo un momento difficile proprio come tutte le altre e detto sinceramente, io me la sto passando molto meglio di tante altre persone nel mondo, in questo momento. 
Ci sono persone che non hanno una casa, che non hanno cibo o che non possono farsi curare. Tutto questo è molto più di un tour annullato e pensandoci, riesco a non lamentarmi e rimanere più calmo.
Non è una questione solo di soldi, anzi non si tratta di soldi. Quello che mi manca, come manca al pubblico, è l’opportunità di essere su un palco e lasciare andare tutta l’energia. I musicisti hanno bisogno di suonare, altrimenti si sentono in gabbia. È una questione di salute mentale. Si tratta di buttare fuori tutto quello che come artisti assorbiamo emotivamente come spugne.

Nonostante le restrizioni, siete comunque riusciti a offrire ai vostri fan un intero concerto in diretta, chiedendo anche donazioni per la Food Bank of Canada. Com’è saltata fuori l’idea?

Per realizzare quel concerto abbiamo dovuto prendere molte precauzioni. Nella Columbia Britannica, la provincia dove viviamo, sono ancora consentiti assembramenti di meno di 15 persone. Nessuno ovviamente si ritrova in un gruppo simile e anche noi per l’occasione abbiamo ristretto il nostro staff a 6 persone, inclusi noi come band. Proprio per il numero così ristretto, il governo della provincia e il Ministero della Salute ci hanno dato il permesso di suonare insieme. L’abbiamo fatto per la Food Bank of Canada, una non-profit che si occupa di raccogliere cibo per i bisognosi tramite donazioni. Che tu ci creda o no, secondo il nostro governo l’associazione non è stata ritenuta un servizio essenziale, nonostante si tratti di cibo. Proprio per questo sono nati molti appelli di aiuto e abbiamo deciso anche noi di fare la nostra parte. È andata molto bene, grazie all’apporto di tanti dietro le quinte, fra cui ovviamente i fan e voi di SpazioRock.
È stato stressante per tutte le misure che abbiamo dovuto adottare e siamo saliti sul palco senza poterci riscaldare o fare prove, ma ne è completamente valsa la pena.

Come state passando la quarantena, sia sul piano personale che come musicisti? Quali sono i vostri passatempi, ora come ora?

Be'… il migliore passatempo per ora è stato bere (ride, NdR). Sinceramente non faccio un granché: guardo tanta tv, documentari, ascolto molta musica e suono parecchio la chitarra. Ovviamente bevo tanto Jägermeister, ma d’altronde cos’altro potrei fare?
 
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Ho visto che hai provato con Jer dei Monster Truck a dar vita ad una piccola trasmissione, una chiacchiera molto informale per passare un po’ l’isolamento.  Ripeterai l’esperienza “Quarantine Hangs”?

Jer è un amico e i Monster Truck sono una band canadese come noi. È lui in realtà che manda avanti la trasmissione e mi ha invitato solo per il primo episodio. Ve lo consiglio però su YouTube, ha invitato altri musicisti interessanti!

Il titolo del nuovo album “Still Believe In Rock And Roll” riassume la vostra attitudine, il vostro desiderio di credere ancora nel rock. Altri musicisti hanno espresso questa voglia di mandare avanti il rock e farlo rivivere, in quello che pensano essere un periodo di crisi per il genere. Che ne pensi?


Penso che il nostro titolo sia uno statement, un bel dito medio dedicato tutto a chi si è scordato cosa vuol dire rock ’n’ roll. La gente dice che è morto, che fa schifo, che non ha più importanza e noi rispondiamo col nostro album, con della musica scritta con veri strumenti. Al contempo con quelle parole vorremmo ricordare a noi stessi e al pubblico che noi siamo sempre gli stessi e non ci siamo mai allontanati dalla nostra strada, dalla nostra musica, specialmente in cerca di qualcosa di più popolare e da soldi facili. Non siamo dei buffoni che si conciano per il weekend e salgono sul palco, questa per noi è una filosofia di vita, quella del rock ’n’ roll. Chi la pensa come noi capirà.

Per il momento fra i pezzi il più apprezzato sembra “King Of This Town”, perché secondo te? Quale pezzo ti sembra il più riuscito?

Ha di sicuro ricevuto molta attenzione perché è il nuovo singolo, ma la parola chiave è partecipazione: è una canzone catchy, i gang chorus danno già l’effetto di come possa essere sentire la canzone in live. L’atmosfera in generale del pezzo svaga l’ascoltatore, specie in un momento in cui siamo tutti chiusi a casa. Credo che il suo carattere tipo anthem le dia un senso di comunione fra i fan, di inclusione.
In generale amo tutto il mio album e non saprei scegliere un pezzo, visto che volevo che ogni canzone avesse il suo momento e ho cercato di pensarle al meglio come un lavoro unico, coeso. Sono molto orgoglioso di tutte ma per il momento mi sento molto vicine “Crazy For You” e “ Bad News” ma credo che i fan gradiranno “Nothing Good Comes Easy” e ovviamente “Gasoline”. Credo che tanti ultimamente non pensino a creare un album, ma creano singoli e filler. Io non volevo una cosa del genere, volevo dare tutto con i miei dieci pezzi. Si sente la differenza. Io sono nato in un’epoca in cui gli album si sentivano da cima a fondo e ne valeva la pena, per questo mi stava a cuore scrivere solo buoni pezzi.

Fra i pezzi che avete scritto e registrato per l’ultimo album, ne hai invece uno legato a qualcosa che vorresti raccontarci, un episodio strano o interessante?

“Gasoline” per me è come una confessione. Nella vita mi sono successe tante cose e mi sono messo a scriverla per elaborarne alcune, ma mai avrei pensato di farne una canzone, specialmente una canzone per i The Wild!. Io canto per chi in quella situazione ci è passato ed è andato avanti, ma canto anche per chi non ce l’ha fatta. Anche chi non ha passato momenti bui può sentirsi legato a quella canzone, perché è un messaggio di accettazione di se stessi.

Parliamo del sound, quello che hai definito punkabilly. Credo che questo misto si senta bene in questo album, insieme alle influenze che avete avuto anche tramite le band che avete incontrato in tour. Buckcherry, tanto per dirne una.

Credo di aver trovato lo stile giusto per questo album e ho creato intorno a esso un album intero, che avesse un’unità di sound ben definita. “Bad News” è stata il metro di misura, per questo è diventata l’opener. Volevo trovare qualcosa che ci rispecchiasse perfettamente e che mostrasse anche quanto abbiamo imparato da band come Rose Tattoo, Airbourne, Buckcherry… Insomma tutte le band con cui siamo diventati amici. Volevamo solo fare un album con buone canzoni, è questo il punto! Il prodotto finale è stato un distillato di tutte le nostre influenze e di un’atmosfera tutta nostra ma tornando al concetto di punkabilly, recentemente qualcuno mi ha dato la migliore spiegazione per quello che è la nostra musica: è come se il rock ’n’ roll si fosse sniffato un po’ di punk (ride, NdR).

Per finire, sai se presto verrete a farci visita anche in Italia?

Detto fra noi, per giugno avevamo una data in Italia non ancora annunciata. Come si può ben capire, temo che tutto verrà annullato. È per questo che non abbiamo detto niente, per le misure restrittive. Voglio solo dire agli italiani di fare attenzione, di stare bene e soprattutto di continuare a supportare le band che amano. Vi ringrazio e spero di vedervi al più presto, quando tutto sarà finito.




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