Niccol˛ Bossini (Niccol˛ Bossini)
Il viaggio verso gli storici Sound City Studios, l'importanza della scena brit rock anni '90. Soprattutto, un progetto molto particolare che si è rivelato vincente: portare letteralmente a casa dei fan la propria musica live. Un successo che in qualche modo ha colto di sorpresa lo stesso Niccolò Bossini, chitarrista di Ligabue e che ora, con l'EP #SECONDOLAVORO e acasatour cerca di ritagliarsi un posto nell'affollato mondo del rock italiano.
Articolo a cura di Andrea Mariano - Pubblicata in data: 01/02/14

Partiamo subito parlando del progetto acasatour: come è nata quest’idea, e come ti sei mosso a livello organizzativo? È una cosa abbastanza atipica…

bossini_intervista_2014_01Naturalmente come tutti quelli che fanno canzoni, che presentano dischi, c’era l’esigenza di fare un tour promozionale. Il problema è che è sempre più difficile fare dei tour promozionali perché gli spazi per suonare sono sempre più ridotti, un po’ per la crisi, un po’ per una certa “massificazione” che conta più su talent show o tribute band, e quindi io ho pensato a quest’idea mi ha permesso di promuovere in sede live i brani del mio secondo EP (“#SECONDOLAVORO”, ndr.). Al tempo stesso, siccome mi sembrava una cosa originale, contavo che se ne sarebbe parlato mediaticamente, ed effettivamente se ne è parlato molto. Ho lanciato la proposta tramite facebook a coloro che seguono la mia pagina: hanno scritto in tantissimi! A livello organizzativo abbiamo dovuto scremare in base a chi voleva andassimo davvero a casa loro a suonare e a fare un concerto di un certo tipo. Abbiamo dovuto scartare chi logisticamente non poteva affrontare questa cosa.: noi andiamo in giro con una scenografia, fari, impianto voce, amplificatori… È un concerto elettrico, non acustico. Realizzare una cosa del genere in un appartamento al terzo, quinto piano di un palazzo sarebbe stato piuttosto difficile, anche perché facciamo molto casino, insomma! Abbiamo avuto la fortuna di trovare uno sponsor che ci ha permesso di fare tutto ciò senza gravare sul nostro ospite a livello economico.

Come è stata la risposta dei fan? È piaciuta questa particolare disposizione live?

È piaciuto moltissimo, dato che la gente era molto incuriosita, e poi devo dire che i concerti sono andati molto bene, molto oltre le mie più rosee aspettative. Ovvio che non ci esibivamo di fronte ad una grande folla, dato che i posti erano piccoli, ma abbiamo sempre suonato in case piene di gente che tra l’altro si è lasciata andare moltissimo, e secondo me questo è anche dovuto al fatto che i pezzi di questo nuovo EP, a differenza di quelli del primo album, hanno forse una marcia in più, e lo sento nella risposta delle persone: la gente canta tutte le canzoni, salta balla… Abbiamo prodotto un video-resoconto, un documento di quello che abbiamo fatto, e se lo guardi vedi la felicità, la carica del pubblico. La gente ha risposto molto bene, talmente tanto bene che in molti ci hanno chiesto di continuare questo tour, anche se in realtà erano quattro date promozionali e simboliche, dato che erano una al Centro, una al Nord, una al Sud ed una in Sardegna per toccare anche le isole.

A tal proposito hai anticipato una domanda che volevo porgerti, ovvero se hai in mente di proseguire questo progetto live.

Si, nel senso che… O meglio, “ni”: ci stiamo pensando. Fin qui c’era uno sponsor, era un tour promozionale che ha avuto un certo tipo produzione, e per quanto riguarda un proseguo dobbiamo pensare di alleggerire: non gireremmo più con tutta la produzione che avevamo questa volta. A noi piacerebbe molto, anche perché è stata un’esperienza molto bella, e soprattutto è stata utile come fidelizzazione, nel senso che chi veniva ai concerti, alla fine era contento, “sconvolto” nel senso positivo del termine, la gente era carichissima. Ci piacerebbe continuare a fare questo genere di live, stiamo vedendo se è fattibile, e speriamo di poterlo fare.

 

Beh, se riusciste a portare avanti tutto questo, sarebbe una bella cosa, vista l’originalità della proposta.

Beh, abbiamo avuto richieste anche dall’estero.

 

Addirittura!

Si! Sai, qualche italiano che è in erasmus, magari a Londra piuttosto che Madrid… Ci piacerebbe fare date all’estero! Ad ogni modo, il mio progetto è, qualora questo #acasatour proseguirà, realizzare una data finale: visto che io sono andato a casa dei fan, mi piacerebbe che quest’estate loro potessero venire a casa mia… Non proprio nel mio appartamento, ma nella mia cittadina, a Poviglio, in provincia di Reggio Emilia, per un concerto vero e proprio. Un mini-maxi evento, ecco, chiamiamolo così!

 

Parlando del tuo nuovo EP, #SECONDOLAVORO, mi ha incuriosito molto la scelta dell’uso della forma stile hashtag tanto caro a Twitter per il titolo… come mai tale scelta?

A differenza di tante cose che vengon fuori dalla mia produzione, questa non è un’idea mia, ma di Valerio, il mio manager. Credo però che sia coerente col mio progetto. Io faccio del rock, che non è il genere più all’avanguardia che ci sia, però tutto il contorno in riferimento all’idea della promozione è totalmente all’avanguardia: credo che acasatour sia un progetto all’avanguardia, perché in Italia non l’ha mai fatto nessuno. In America l’hanno fatto i Foo Fighters, ma anche l’inserire l’hashtag nel titolo è un modo per far qualcosa di nuovo, se vuoi anche un po’ paraculo, però sempre nel segno dell’avanguardia che secondo me contraddistingue il mio progetto a livello di comunicazione.

Hai citato i Foo Fighters, ed in questo EP c’è “Alcatraz”, brano registrato ai Sound City Studios: come mai hai scelto proprio questo studio di registrazione?

bossini_intervista_secondolavoro_2014_02È stato un po’ casuale. Abbiamo lavorato un po’ alla maniera dei Foo Fighters, anche riguardo molte scelte, vedi acasatour, il registrare gli altri pezzi a casa di Matteo Tagliavini, il chitarrista della mia band, e quindi non abbiamo scelto uno studio per realizzare tutto l’album… Sai, ho visto un DVD documentario girato da Dave Grohl riguardo i Sound Citi Studios, eravamo a Londra per un concerto di Ligabue alla Royal Albert Hall, e mi è piaciuto molto. Parlandone con Michael, il batterista statunitense di Luciano, gli ho detto che mi sarebbe piaciuto andare a Los Angeles a registrare qualcosa ai Sound City, ma ne parlavo come se fosse un sogno. Lui mi ha detto che conosce i nuovi proprietari, quindi è partita la trattativa ed alla fine siamo stati a Los Angeles una settimana e due giorni nello studio. Ci tenevo molto perché volevo che questo album avesse un sound anni ’90, e credimi: più anni ’90 di quel posto non c’è nulla!

Da quello studio sono nati dischi imprescindibili della storia del rock, come “Nevermind” dei Nirvana.

Nella copertina di #SECONDOLAVORO c’è un ragazzo che cammina, e dietro una parete con tutti dischi di platino appesi. Quello è l’ingresso di SoundCity, ed il disco più grande ed in evidenza, staccato dagli altri, è “Nevermind”. Fa impressione vedere il disco lì, ma il problema è che fa ancora più impressione vedere quanti dischi ci siano, e ti rendi conto che in quel posto hanno registrato veramente tutti! Ho visto un sacco di dischi che ho ascoltato e riascoltato: Red Hot Chili Peppers, Metallica, Tom Petty, i Rage Against The Machine che qui hanno registrato il loro primo album… È un posto magico!

Ti sento molto entusiasta mentre parli dei Sound City e degli anni ’90, quindi ti chiedo: quali sono le tue influenze musicali principali? Mi pare di capire che il tuo background musicale sia incentrato proprio in quegli anni…

Ti devo dire la verità: io nasco come chitarrista, e fino a vent’anni non ho ascoltato moltissima musica, perché l’attività di studio dello strumento mi ha prosciugato. Poi mi regalarono un best of dei Blur, e tutte quelle canzoni british style mi piacquero tantissimo. Da quel momento cambiò la mia vita, e da strumentista diventai musicista, iniziando ad ascoltare tutti i tipi di musica. Non ho un background fisso: è chiaro che la musica “dura”, di un certo tipo mi piace molto, ho ascoltato dagli Iron Maiden ai Rolling Stones, però il brit rock ed il brit pop tra i venti ed i trent’anni sono stati la mia influenza principale, tant’è che avevo una band, i The Teachers, dove cantavo in inglese; siamo andati a suonare a Londra tante volte, ed abbiamo aperto anche a band inglesi come i Deep Purple. Negli ultimi anni invece il baricentro si è spostato in America, o meglio, si è ri-spostato, visto che da ragazzino ascoltavo molti gruppi americani: quando son tornato da Sound City ho riascoltato tutta la discografia di Tom Petty ed ho trovato un grande appiglio a livello a scrittura dei pezzi. Poi pensa che per me il numero uno è Bob Dylan, e questo per farti capire quanto negli ultimi anni conti l’America nella scrittura delle mie canzoni.

 

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Per quanto riguarda l’esperienza dei The Teachers, cosa ci puoi raccontare?

Beh, i The Teachers si son sciolti da quattro anni. Iniziammo nel 2002, ed eravamo una cover band. Il cantante non era molto avvezzo alla lingua inglese, e a Parma, dove all’epoca vivevo, avevo la ragazza che aveva fatto l’erasmus e che conosceva tutti gli inglesi che erano lì. Mandammo delle email a tutti, anche a chi non sapevamo se effettivamente cantasse o gli interessasse la musica (risate, ndr)! Ci rispose un certo Michael Cooper, divenne il nostro cantante e da lì nacque la band. Nel 2004 o 2005 Michael abbandonò la band ed io presi in mano il microfono, quindi il fatto di scrivere canzoni e cantare non è nato proprio ieri per me. Una cosa simile è successa anche ai Negramaro: non trovavano un cantante, e Giuliano Sangiorgi da chitarrista poi si è messo a cantare.

Diciamo che un po’ a causa di “scelte forzate”, hai avuto comunque una buona palestra in passato…

È un po’ come acasatour, si fa di necessità virtù: non ci sono locali per suonare, e allora mi invento acasatour, dove oltre ad andare a casa della gente a suonare, i giornali ne parlano. Ne ha parlato La Repubblica, Radio DeeJay… ne stanno parlando in tanti! Io inizialmente avrei voluto suonare nei locali, ma si fa fatica a trovarli: con acasatour ho creato qualcosa che secondo me è anche migliore!

Rimanendo in tema, ovviamente ci sono parecchie differenze tra una performance in un club ed una in un appartamento, ma quali secondo te sono i pregi ed i difetti dell’uno e dell’altro?

Premettendo che non ho intenzione di concludere la mia esperienza lavorativa suonando sempre nelle case delle persone (risate, ndr), il live in casa ha qualcosa in più perché è una cosa nuova. Chiaramente devi essere molto organizzato: abbiamo un tecnico, un fonico, ma nonostante questo non sai mai come andrà a finire, un’ora prima del concerto non sai mai se riuscirai effettivamente a suonare, perché non hai nulla predisposto, a differenza del locale vero e proprio. Il problema, o meglio, la differenza principale è proprio la novità della cosa. Noi musicisti sappiamo cosa ci aspetta andando a suonare in un locale: soundcheck, le solite problematiche, controlli se la gente arriva, se non arriva, se ti senti bene… Quando vai a casa della gente sai già grossomodo quali saranno le problematiche, e ti regoli di conseguenza: abbiam fatto un allestimento con un fonico, un impianto ovviamente non gigantesco, io avevo il mio sistema d’ascolto, eccetera. Siamo un po’ una macchina da guerra: arriviamo, montiamo tutto ed affrontiamo la battaglia molto preparati. È chiaro che si, questo è un metodo per farci sentire e conoscere, però, considerando che il pubblico aumenterà, bisognerà allargare gli spazi, e quindi andremo finalmente a suonare nei locali.

 

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Un progetto che ancora non hai realizzato, ma che vorresti realizzare?

Io non mi accontento mai, ma quel che sto facendo da solo, il mio progetto è ancora lungi dall’essere completamente realizzato. Stiamo facendo delle cose importanti, ci stiamo facendo conoscere, però avere un progetto vero e proprio che sia incastonato nell’immaginario della gente è ancora molto lontano. Per adesso mi accontento di quello. Poi un’altra cosa: avere un programma in radio! Quello però è un sogno, un vero e proprio sogno!

Bene, questa era l’ultima domanda! Grazie per l’intervista e se vuoi lasciare un messaggio ai tuoi fan e ai lettori di SpazioRock, a te le battute finali!

Messaggi no, però un appello per sostenere il progetto acquistando l’EP "#SECONDOLAVORO" su iTunes. Sono sei canzoni che secondo me vale la pena comprare. Penso sia un buon modo per supportare un progetto nuovo e tutto sommato fresco!




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