Nothing More (Jonny Hawkins; Daniel Oliver)
Freschi del grande tour europeo con Bullet For My Valentine, Of Mice&Men e SHVPES, Jonny e Dan dei Nothing More ci incontrano per parlare del loro intenso 2018, di "The Stories We Tell Ourselves" un anno dopo e del loro ritorno in Italia nel 2019!
Articolo a cura di Giulia Franceschini - Pubblicata in data: 18/12/18

Traduzione a cura di Icilio Bellanima

 

Ciao ragazzi, benvenuti su SpazioRock.it, è un vero piacere avervi con noi, è la prima volta che ci incontriamo! Siete reduci da un grande tour, com'è andato?

 

Dan: Sì, il tour è andato benissimo, a ogni concerto abbiamo avuto tra i 1500 e i 4000 spettatori, il che è fantastico. Siamo sotto contratto da circa 5 anni, ma non abbiamo mai avuto l'opportunità di partecipare a grossi tour in Europa, quindi è stato davvero un piacere poter aprire le date di grosse band come Bullet for my Valentine e Of Mice and Men.


Jonny: Sì, è andando bene, ma ci siamo beccati un tempo pessimo. Il nostro tour manager era con sua moglie in Germania e ci parlava di un tempo splendido, ma poi quando siamo arrivati pioveva, era freddo, ed è stato così per tutte le date. Le giornate in Italia sono state le migliori, quindi grazie Italia!


Dan: Qui in Italia fa sempre bel tempo!

 

Dato che è la prima volta che ci incontriamo, mi piacerebbe parlare del vostro ultimo album. Il titolo è "The Stories We Tell Ourselves" ed è uscito a settembre 2017, quindi è passato poco più di un anno dal lancio. Per quanto mi riguarda, l'ho trovato un album molto più stratificato e "complesso" da comprendere (da un punto di vista prettamente musicale). Voi cosa ne pensate?

 

Jonny: La trovo un'ottima analisi, credo sia un disco più profondo sotto certi aspetti. Il precedente album, omonimo, era più canonico, mentre qui abbiamo sperimentato di più: ad esempio, c'è più spazio per il basso, che a volte sembra quasi una chitarra ritmica, e abbiamo giocato di più con le tonalità. Dal punto di vista concettuale sono davvero contento del risultato finale, ma non vedo l'ora di lavorare su un nuovo album, perché ogni nostro lavoro è diverso, non vogliamo fare le stesse cose, vogliamo provarne di nuove.


Dan: Sì, ogni fase compositiva di un nuovo album ci permette di crescere molto. Da poco ha iniziato a collaborare alla composizione anche il nostro batterista, Ben Anderson, ed è stato divertente avere una persona in più a bordo, con nuove idee. Nel mese e mezzo di pausa dal tour l'ho riascoltato molto per più motivi, in palestra, ad esempio, anche perché appunto, nel mentre è passato un anno, e devo dire che sono molto felice di come è venuto fuori.

 

Credo anche sia stato un album abbastanza importante per la vostra carriera, un passo molto importante. Vale lo stesso per voi? E cosa lo rende diverso dai vostri lavori precedenti?

 

Jonny: Si tratta di un lavoro più introspettivo, uno sguardo rivolto all'interno, mentre gli altri erano più verso l'esterno. Anche un po' più "psicologico": in entrambi i dischi ci sono degli estratti dalle registrazioni del filosofo Alan Watts, ma questo è più legato al titolo, alle "storie che ci raccontiamo", alle cose che crediamo e che plasmano le nostre azioni, il nostro destino, dove finiamo nel corso della nostra vita. "Perché credo questa cosa di me stesso o della persona che amo?". È questa la più grande differenza.

 

Dan: Questo è stato il primo album che abbiamo scritto mentre eravamo sotto contratto con un'etichetta, perché gli altri lavori erano tutti auto-prodotti (anche grazie al crowdfunding), quindi la fase di composizione durava a lungo e bisognava aspettare che qualche etichetta si interessasse a noi. In questo caso invece no, avevamo delle tempistiche precise da rispettare, e anche se non abbiamo sentito troppo la pressione, era inevitabile avere più occhi addosso del solito, soprattutto dopo il successo degli album precedenti.


Jonny: Io l'ho sentita la pressione, ma ero io stesso a generarla, dicendomi "Che schifo, fa cagare, che stai combinando?!"


Dan: Quello sì, ma è un modo per spronarti a fare meglio!

 

 

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Quindi, a vostro parere, i fan hanno apprezzato l'album più dal punto di vista psicologico che musicale?


Jonny: Credo entrambi. È un album decisamente diverso, è un rock meno tradizionale, con chitarre meno in risalto rispetto al basso, che è più protagonista (quindi anche come tonalità è diverso dal solito). Anche dal punto di vista del cantato... come posso descriverlo? Diciamo che ci sono meno "strati vocali", e più parti cantate singole. Sono tanti piccoli elementi, quasi subconsci, che sommati creano un'esperienza e sensazioni ben diverse dal solito. È difficile analizzarlo dal mio punto di vista.

 

Be', è quello il nostro lavoro!

 

Jonny: Già!

 

Come è cambiata la band nell'ultimo anno, grazie a quest'album?

 

Jonny: Siamo cresciuti tantissimo, il disco ha ricevuto 3 nomination ai Grammy, il che è fantastico, e ci ha fatto conoscere al grande pubblico. Ma stiamo ancora crescendo, anche grazie a cose che sono successe: ad esempio, per un trailer del terzo film del "Pianeta delle Scimmie" è stata scelta una delle canzoni dell'album. Ecco, grazie anche a cose del genere siamo cresciuti davvero molto.


Dan: E di conseguenza anche gli show negli Stati Uniti sono diventati sempre più grandi, così come i tour. Ultimamente abbiamo partecipato a quello con Five Finger Death Punch e Breaking Benjamin, con un pubblico tra le 12000 e le 18000 persone ogni sera, ed è pazzesco poter rientrare in una simile categoria di "rock band".

 

A proposito dei Grammy, se n'è parlato molto. Credete che un simile contesto dica molto sul valore di una band? Hanno ancora senso? Spesso c'è una sorta di contrasto tra eventi così mainstream e il concetto di "rock'n'roll".

 

Jonny: Diciamo che loro hanno un po' troppo ignorato il mondo del rock, in alcuni casi rimuovendolo del tutto. Gli artisti delle categorie rock e metal sono spesso stati ignorati, e i membri della community lo sanno. Gli va dato credito sicuramente per il fatto di aver provato a migliorare la parte dedicata al rock, e se le nomination fossero arrivate anche ad altre band della nostra generazione, non necessariamente a noi, c'è da dire che almeno ci hanno provato a ridare un po' più di importanza al genere. Noi, e altre band come noi, siamo attivi sulla scena, proviamo a fare qualcosa di nuovo, ed è bello che lo abbiano quantomeno riconosciuto. Ma i "Grammy" in quanto spettacolo televisivo, be', quella è tutta un'altra cosa. Lo show è tutto incentrato su rap, hip hop e pop, un po' di country, e forse quest'anno c'è stata giusto un'esibizione di un gruppo rock?


Dan: No, non c'è stata. (ridono NdR)


Jonny: Già. Ecco, per me questa è una stronzata, credo che certi artisti rock abbiano ancora una certa importanza. Ma in compenso sono felice di essere lì, perché in tanti nel mondo hanno potuto scoprirci, hanno sentito il nostro nome.


Dan: Uno dei primi articoli che ho letto in cui si parlava delle nomination era negativo nei nostri confronti. L'autore si chiedeva chi fossimo, diceva che eravamo una band sconosciuta. Ma quando va assegnato un premio non credo ci si debba regolare in base alla fama di un gruppo. Per dire, i Foo Fighters sono famosissimi, ma non è che ogni loro disco sia il miglio album rock di sempre. È positivo che i Grammy si stiano espandendo in varie direzioni, e parte di quei premi dovrebbero andare ai nuovi talenti, così da farli conoscere al pubblico, invece di dar risalto ogni anno alle solite band, ai soliti Foo Fighters e Metallica.

 

Questo successo crescente richiede però delle migliorie in termini di standard e di performance. In che modo avete iniziato a lavorare, in tal senso, dopo l'uscita dell'ultimo album? Se prima sentivate la pressione, non oso immaginare ora!

 

Jonny: (Ride NdR) In realtà credo che in questo caso la pressione si stata al minimo rispetto al passato, proprio perché è stato il primo album sotto etichetta. Prima non avevamo nessuno che investisse dei soldi sul disco e che aspettasse, chiedendo continuamente "Dove sono le canzoni? Dove sono? Perché non abbiamo ancora ascoltato nulla?", ma al contempo ora sappiamo come funziona, quindi riusciamo a gestire meglio il nostro tempo, e soprattutto sappiamo come proteggerci da quel tipo di pressione. Che è il motivo per cui si affida la gestione della band a qualcun altro, così da proteggere, come un guscio, l'anima creativa. Perché la pressione può far anche bene con compiti semplici e lineari: se devo spostare una pietra da un punto all'altro il più velocemente possibile, funziona bene il punzecchiare qualcuno, lo spronare mettendo pressione, in quel caso. Ma con la creatività no, è un'altra parte del cervello a lavorare, subentra il pensiero laterale, non ha nulla di lineare, quindi credo che d'ora in poi, avendo accumulato esperienza, affronteremo meglio la pressione.

 

Questo cambia anche l'approccio al processo creativo, oppure resterà come prima?

 

Jonny: Il processo è sempre differente. Ci sono cose che funzionano sempre, nel nostro modo di approcciare la scrittura, e continueremo su quella via, con ciò che ha dimostrato di funzionare. Ma al di là di questo, ci evolviamo continuamente, e proviamo sempre cose nuove, come ad esempio scrivere pezzi insieme ad altre persone, lavorare con un nuovo producer su una singola canzone e vedere come quella va ad influenzare il resto dell'album. Insomma, ci evolviamo, ma non tralasciamo ciò che finora è andato bene.

 

Come abbiamo detto prima, l'album è più "complesso". A cosa è dovuta questa maggior complessità? Qualcosa in particolare vi ha spinto a renderlo così?

 

Dan: In realtà credo sia stato un processo naturale. Nelle composizioni traspare la personalità di chi le crea, quindi forse c'entrano le cose che sono successe nei quattro anni passati tra l'ultimo album e il precedente, che ci hanno portato a scrivere i brani in un certo modo, e ad espandere anche gli argomenti trattati, a renderli più "aperti", meno chiusi e introspettivi rispetto al nostro lavoro omonimo, con meno storie personali. Lì c'erano canzoni come "Jenny" con cui ogni membro della band ha un rapporto e per cui prova una certa empatia, ma già dal titolo è chiaro come ci sia un riferimento specifico a qualcuno, volevamo parlare di una certa persona e del suo rapporto con noi. Per il nuovo album sono cambiate alcune cose: siamo cresciuti, Mark ha avuto un figlio nel mentre e cose del genere, quindi possiamo definirlo più "aperto", abbiamo lasciato maggior libertà di interpretazione. Certe tematiche sono ancora lì, con cui anche i fan possono entrare in sintonia, non solo noi membri della band.

 

 

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Per scrivere un disco come questo, considerando le tematiche, credo che siate partiti e siate stati ispirati da alcune domande che probabilmente vi siete posti in quel momento della vostra vita. Quali sono le domande, quali sono "le storie che ci raccontiamo" ed è stato terapeutico per voi creare questo disco?

 

Jonny: Il rispondere a delle domande nascoste nel profondo dell'anima è sostanzialmente alla base del nostro processo compositivo, ma non sempre si riesce a trovare l'ispirazione in quel modo. A me personalmente è successo con alcune cose che mi sono successe. Quando è morta mia madre ho conosciuto una ragazza, con cui poi sono stato a lungo insieme, ci siamo sposati, ma poi abbiamo divorziato. L'ho incontrata in un momento davvero strano, in cui soffrivo per il lutto, ma era confortante avere lei al mio fianco. Al contempo lei ha aveva problemi legati al suo passato, quindi alla fine si è creato questo rapporto di co-dipendenza che col passare del tempo è diventato tossico, nel momento in cui si è aggiunta la pressione dovuta al nostro andare in tour in giro per il mondo, ha riportato a galla certe cose. La verità viene a galla sia quando sei debole che quando sei forte, e per quanto forza tu possa metterci, puoi fare solo la tua parte, e viceversa. Insomma, durante i lavori su quest'album stavo divorziando, e non è stata una cosa semplice, visto che si è trattata di una relazione durata 8 anni, una grossa parte della mia vita. Ho sofferto tanto, ed ero anche confuso, perché era connesso al dolore per la morte di mia madre, quindi una delle "storie che ho detto a me stesso" riguardava il dover rivalutare ogni cosa in cui credevo, una ad una, e trovare un chiarimento. Era tutto dentro di me, e mi arrabbiavo ma non per ragioni valide nel mondo reale, era legato a qualcosa di più profondo. Un tuffo nel profondo, nel cercare chiarezza tra la confusione e le emozioni, e un dubitare della vita e delle relazioni, di come tratti te stesso e le altre persone. Per quanto mi riguarda sono cresciuto molto durante la scrittura dell'album perché ho iniziato a vivere meno nella mia testa e più nel mondo reale, e "The Stories We Tell Ourselves" era diventata la realizzazione del fatto tutto ciò che credevo e le mie emozioni erano legate a cose che nemmeno stavano succedendo, era come se mi fossi perso nella mia testa.


Dan: Il titolo del disco mi ricorda costantemente che anch'io mi racconto storie di continuo: la mia relazione è positiva? Sto vivendo bene la mia vita? Se passo un brutto periodo inizio a chiedere a me stesso se sono un pezzo di merda, e ogni periodo negativo è accompagnato da storie che diciamo a noi stessi per auto-convincerci di qualcosa, e ogni "storiella" ha anche un impatto su come viviamo le nostre giornate, sulla nostra felicità. Per me non so, comporre musica non è poi così "terapeutico", e a volte nemmeno noto l'importanza di una frase che scrivo. Me ne rendo conto solo nel momento in cui la usiamo come titolo di un brano, o dell'album stesso, e allora lì capisco tutto.

 

Alleggeriamo un attimo l'atmosfera: qual è la cosa che non potete lasciare a casa quando partite per un tour?

 

Jonny: La cosa più ovvia è il telefono, c'è tutto lì, è l'equivalente "moderno" del portafogli. Per me è il mio computer, lo uso per comporre musica e lavorare.


Dan: Per me la bici. Quando vai in tour tutti credono che tu abbia il tempo di visitare città e paesi, ma in realtà visiti solo i parcheggi fuori dai locali. Mi piace quindi poter andare in bici, hai una prospettiva completamente differente dei luoghi che visiti. Anche in posti in cui abbiamo suonato 3-4 volte, in certi casi non abbiamo mai visto nemmeno l'ingresso. Quindi quando posso, mi piace fare un giro in centro e percepire le vibrazioni di quel luogo.

 

Per me è tutto ragazzi, vi ringrazio tantissimo per il vostro tempo e vi chiedo di lasciare un messaggio ai nostri lettori e ai vostri fan italiani!

 

Jonny: Wo wo, siamo Johnny e Daniel dei Nothing More e amiamo l'Italia! Non lo diciamo solo perché ad intervistarci è un sito italiano: ci piace la gente, il cibo (soprattutto quello, è buonissimo), e i nostri concerti qui vanno sempre alla grande. Abbiamo visto che c'è anche un pianista che realizza cover online delle nostre canzoni, il che è fantastico, quindi succedono cose belle in Italia con la nostra musica.


Dan: Già, e in tutta Europa siete quelli che fanno più casino ai concerti, quindi grazie per l'affetto e il supporto che dimostrate, e non vediamo l'ora di tornare il prima possibile!
Forse ad aprile, segnatevelo!

 

Ah, spoiler!

 

(Ridono NdR)

 




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