Johnny Marr (Johnny Marr)
Siamo nel backstage del Main Stage di Sziget, a Budapest. Johny Marr entra nella sala interviste con una tazza di té fumante in mano, sorride e si siede elegantemente sul divano nero. Fuori piove, è freddo per essere agosto, lui suonerà solo dopo poche ore, sperando che quelle nuvole pesanti vadano via. Accavalla le gambe e inizia a parlare.
Articolo a cura di Giulia Franceschini - Pubblicata in data: 03/10/19
Traduzione a cura di Ludovica Iorio. Si ringrazia Simone Zangarelli per la collaborazione
  

Ciao Johnny, come va?



Bene, mi sento bene! Spero che la pioggia stia lontana, perchè sarebbe una scocciatura per il pubblico. Ora mi sto facendo distrarre dalla musica dei Dire Straits [ride, ndr]



Mi piacerebbe partire parlando del tuo ultimo album solista, "Call The Comet", uscito l'anno scorso. Sono state dette molte cose su questo album perché politicamente impegnato, ma il modo in cui tratti di questi temi è davvero personale. Perché sei arrivato a scrivere a proposito di questi argomenti? Ne sentivi il bisogno, in un certo senso?

Ciò che è strano è il modo in cui sono arrivato alla realizzazione del disco, perché in realtà era proprio per fuggire dalla politica. Non volevo parlare di politica, non volevo fare nomi, non volevo parlare di Trump, né della Brexit... Per cui sono andato in studio con lo stesso atteggiamento con cui, all'età di 15 anni, andavo nella mia cameretta per sfuggire alla scuola, ai genitori, alla polizia, alla TV... con la sola intenzione di fare musica: "Call The Comet" è stato esattamente così. I miei amici erano sconvolti dalla situazione politica. Ho cercato di essere un membro della società responsabile e adulto, avere una posizione, ma ero esattamente come a 15 anni, perchè sono una persona creativa con un certo modo di esprimersi... per cui probabilmente dovevo solo stare lontano da tutto ciò. Sono andato in studio per iniziare a far musica, e i testi sono arrivati così.

Mi piace cantare del mondo esterno, di ciò che vedo; non canto molto invece a proposito dei miei sentimenti personali. Ero giunto a questo punto fermo: non voglio parlare di Trump, del Brexit, del governo inglese... ma del mondo là fuori. Ed è ciò che ho fatto, per cui ho iniziato a creare un mondo immaginario, in un certo senso positivo. "Rise", la canzone d'apertura, è a proposito di due persone che si adoperano con l'idea di costruire un nuovo mondo: possono essere due amanti, due amici, io e il pubblico...ciò mi ha ricordato il mondo della science-fiction. Quando ero un teenager ero parecchio dentro questo mondo, per cui ho iniziato ad avere quest'idea di science-fiction: ok, posso cantare del mondo esterno, non dei miei sentimenti, se creo nel mio album questi personaggi che vivono in una società alternativa.
Ci sono anche alcune canzoni in questo disco che sono personali, niente a che vedere con la società e che non mi aspettavo di scrivere. Una di queste è "Hi Hello", che parla in realtà di mia figlia e dell'amore che nutro per lei. Invece "Day In Day Out" parla dell'ossessione di alcuni giorni di sentirsi pazzi (ci siamo tutti sentiti pazzi almeno una volta). E "Walk Into The Sea" tratta del tema della rinascita, di cercare di essere una nuova persona, che è una cosa che riguarda più persone di quanto loro stesse ne dicano. Sono giunto a quest'idea di battesimo e delle persone religiose che vengono battezzate...per cui non tutto è a proposito della società, ed è per questo che il disco presenta diverse sfaccettature. Penso che a volte in alcune canzoni se scrivo in primis la musica, come quella di "Walk Into The Sea" o "Hi Hello", devi in un certo senso parlare dei tuoi sentimenti perché la musica di queste fa davvero emozionare; se avessi scritto qualcosa di più razionale o astratto, non avrebbe funzionato con la musica. Ed è proprio questa una delle cose più interessanti di essere un cantautore: le parole non sono poesia, ma devono funzionare con la musica e devono suonare come quando vengono emesse dalla voce. Se fossero poesia, potresti semplicemente leggerle da solo, con il tuo cervello e nella tua testa; una canzone deve invece suonare come quando la canto, per cui... essere un cantautore comprende diversi aspetti. E' davvero interessante.




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Parlando del tuo approccio al processo creativo, andando indietro ai tempi degli Smiths: tu scrivevi, e conformavi il modo di suonare la chitarra con la consapevolezza del fatto che Morissey avrebbe cantato le canzoni. Com'è cambiato questo aspetto ora che sei tu a fare entrambe le cose, cantare e suonare? 



E' diverso, ma non dovrebbe esserlo, perché ora ho imparato a fare entrambe le cose. Ci sono un sacco di tecniche che posso usare, quindi per l'aspetto tecnico potrei scrivere musica allo stesso modo con cui lo facevo negli Smiths. So che alle persone potrebbe piacere, ma se succede per caso mi va bene, invece provarci sarebbe terribile. Sarebbe come se un'altra persona provasse a mettersi addosso i vestiti di quando avevi 19 anni, sai, sarebbe un po' indecoroso. Alle persone piace questa musica perché è potente ed emozionante, davvero bella, ma anche per il fatto che possiede il fascino del vecchio. Perché mi piacciono i Kinks? Perché sono fighi, provengono da un'epoca diversa. E penso che se gli Smiths avessero scritto una canzone come "Walk Into The Sea", sarebbe una delle canzoni migliori del loro repertorio. A me piace essere al passo coi tempi, ma per esempio quando ho scritto "Hi Hello" sapevo già che le persone avrebbero scritto: "Suona molto The Smiths". Be', va bene, è stato un caso. Per cui ora questo è diverso. Mi sento libero di fare ciò che voglio: se voglio scrivere come ai tempi degli Smiths, lo posso fare. Ciò che sto facendo ora è pensare al prossimo album, e non voglio che assomigli a "Call The Comet": voglio sorprendermi per ciò che ho fatto.



Vorrei chiederti inoltre qualcosa a proposito della tua esperienza con l'elettronica, e anche sul rapporto con questo tipo di musica. Hai in programma qualche nuovo progetto, in questo senso?



Avrei voluto fare le cose in una maniera diversa da come le stavo facendo allora, perché mi piace la musica elettronica ma ora è diversa. La cosa è piuttosto ironica, perché, 20 anni dopo le nostre sperimentazioni con l'elettronica, al giorno d'oggi si sente roba totalmente disco pop. Ciò che fa la differenza è che i suoni della chitarra sono ora riprodotti da macchine elettroniche...e non passerei più tre anni ad andare in giro con un computer, lo lascio fare agli altri. E' una delle ragioni per cui ho speso così tanto tempo, perché ero intento a programmare tutti i beat. Nessuno ha bisogno di dirmi che devo fare così. Ora mi siedo per suonare la chitarra e cantare, e ciò mi piace molto.




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