White Lies (Jack Brown)
Jack Brown ci ha racconta la genesi dell'ultimo album "Five" e il tour da poco concluso.
Articolo a cura di Giulia Franceschini - Pubblicata in data: 27/11/19

Traduzione a cura di Isadora Troiano

 

Ciao Jack, benvenuto su SpazioRock! Rieccoci insieme, ci eravamo già visti qualche tempo fa. Prima di tutto, com'è andato il vostro ultimo tour e com'è stato il vostro ultimo passaggio milanese?

 

Molto bene, quello di Milano è stato l'ultimo show prima di una pausa che ci siamo presi in mezzo, ed è andato benissimo, ci piace molto suonare nei festival e a Milano abbiamo suonato un set di ben 1 ora e mezza, quindi è praticamente come uno show completo. Di solito ci danno molto meno. Nonostante questo, ci piace questo modo di suonare perché in pratica ti costringe a scegliere solo il meglio per il pubblico e non è facile. Tutti abbiamo una canzone preferita che abbiamo voglia di suonare e che non sempre possiamo inserire, per cui ogni scaletta è molto varia e ci permette di spaziare.

 

Il vostro disco "Five" è uscito a febbraio e non abbiamo avuto la possibilità di parlarne con voi sul momento, quindi lo facciamo ora. Si tratta di un disco che delinea molto bene la vostra attuale identità come band, da una parte si vede la vostra evoluzione nel tempo e dall'altra è una buona somma di tutta la vostra carriera. Siete d'accordo?

 

Sì assolutamente, c'è dentro tutta la nostra identità che è la stessa da quando abbiamo cominciato 10 anni fa ad ora. È qualcosa a cui teniamo molto e che ci piace mostrare, fare riferimenti al nostro lavoro passato come anche ad eventi della nostra vita è fondamentale, ma c'è anche tanto altro legato al nostro presente, quindi questo album nasce dall'unione di questi elementi e comprende suoni e idee che non avremmo potuto ottenere 10 anni fa. Penso che negli ultimi 5 album ci sia stata una crescita molto forte ma che mantiene saldi certi elementi come le canzoni più pop, un po' da singalong, che in realtà abbiamo sempre avuto. Nel nostro primo disco c'è "To Lose My Life" che è molto pop, mentre in questo c'è "Tokyo". Il nostro obiettivo è spingerci sempre avanti con varie influenze, come il prog, ma allo stesso tempo tenerci stretti lo stile che ci contraddistingue.

 

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Quale è stata la parte più difficile nel processo creativo dell'ultimo album, musicalmente e non?

 

Credo che sia stato tutto molto diverso dal solito perché è il primo disco che ci finanziamo totalmente da soli, quando abbiamo finito lo scorso tour avevamo ancora un contratto con un'etichetta ma ci siamo chiesti se era davvero qualcosa che volevamo continuare a fare, tutto il processo di interfacciarci con loro, fare demo e quant'altro oppure se volevamo fare un disco puramente per noi stessi, in totale libertà. Quindi abbiamo preparato il disco e dopo l'abbiamo portato all'etichetta, della serie "Il disco è questo, se lo volete bene, altrimenti rimane a noi". Per la prima volta ci siamo imbarcati in un'impresa del genere, prendendo noi tutte le decisioni e a livello creativo è stato assolutamente liberatorio, dover rispondere solo ed esclusivamente a noi stessi, anche a livello di produzione insieme al nostro sound engineer James che abbiamo fatto venire dall'America per lavorare con noi. Ci siamo divertiti, certo abbiamo lavorato più del solito ma ci ha permesso di scoprire un modo diverso di lavorare e molte persone che hanno collaborato con noi negli ultimi 10 anni hanno apprezzato e si sono sentite più inclini a darci il proprio supporto. Anche la parte meno "creativa" e più pratica per così dire ha rappresentato una bella esperienza per noi, ci ha aiutato a capire davvero cosa c'è dietro cose che prima ignoravamo. Per quanto riguarda il processo creativo, è stato più lungo del solito ma in senso positivo, perché non c'è stata pressione, nessuno che ci incalzava per terminare l'album, semplicemente se un pezzo non ci sembrava funzionare lo accantonavamo per iniziare qualcosa di nuovo, non c'era fretta. Detto ciò, non so se lo rifaremo per i prossimi lavori, è come essere il capo di te stesso, è qualcosa di buono ma penso che abbia anche i suoi lati negativi. Sicuramente produrremo di nuovo il disco, ci è piaciuta molto quella parte e rientra in ciò che vorremmo fare nel futuro.

 

Era la prima volta in cui lavoravate in America? Cosa vi ha portato questa esperienza?

 

Non abbiamo propriamente registrato in America, ci siamo andati prima. Ed Buller, il produttore del nostro primo album, che è sempre coinvolto nei nostri dischi, è quasi come un secondo padre per noi e ci ha sempre aiutato a migliorare. Quando aveva un nostro brano che non era ok ci spingeva a lavorarci per renderlo buono, quindi siamo andati da lui a Los Angeles, visto che vive in un piccolo paese vicino alla grande città.

 

E com'era?

 

Non male perché è un posto tranquillo ma molto vicino alla città e quindi è come vivere a Los Angeles, ma in maniera diversa. Siamo stati 2 settimane lì con lui e abbiamo lavorato sul nuovo materiale, per esempio "Time to Give" su disco dura 7 minuti circa, mentre sulla demo durava 2 minuti o poco più. Lui ci disse che non era efficace e allungandola avremmo potuto svilupparla meglio. Lui ci ha dato il suggerimento e noi ci abbiamo lavorato su. È sempre così, è un po' il supervisore dei White Lies. In "Five" abbiamo prodotto tutto ma spesso per lui non era abbastanza e ci ha aiutati a fare ancora meglio. Per le parti vocali in particolare abbiamo lasciato le redini a lui perché sa meglio di noi come tirare fuori il risultato perfetto. 

 

Se pensate alla vostra carriera, quale o quali sono stati i momenti migliori e quelli peggiori di questi ultimi 10 anni?

 

Penso che i momenti buoni siano stati molti, concerti speciali, ad esempio l'ultimo concerto che abbiamo fatto a Città del Messico, uno show sold out per un pubblico numeroso ed è stato incredibile, non tornavamo lì da 8 anni e non avevamo idea che così tanta gente sarebbe venuta, ci ha stupito e reso molto felici vedere così tanti fan in un paese così lontano, è stato un momento davvero speciale e penso siano momenti simili che restano tra i migliori, insieme a quando il nostro primo disco è arrivato al numero 1 della classifica britannica, cose che ti fanno capire che stai facendo qualcosa di bello e giusto e quando hai solo 19, 20 anni è elettrizzante. Il lato negativo è che non sempre puoi uguagliare certi risultati, per esempio 3 nostri dischi sono arrivati in top 5 in Gran Bretagna ma altri no, quando arrivi subito in alto non è facile mantenere quel successo, soprattutto a livello commerciale. Ma non posso definirli momenti brutti o difficili, forse il nostro primo tour è stato molto duro ma perché è durato ben due anni consecutivi e alla fine eravamo esausti, ci serviva tempo per riposarci e non l'abbiamo avuto quindi non è stato facile andare avanti ma ce l'abbiamo fatta alla fine.

 

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Quando si legge dei White Lies si fanno sempre paragoni con band come gli Interpol o gli Editors, quindi vi chiedo: secondo voi, specie per qualcuno non esperto del genere, pensi che vi siate influenzati a vicenda, vi sentite di aver creato una scena insieme?

 

Non saprei, penso che sia gli Editors che gli Interpol abbiano uno stile abbastanza affine al nostro. Mentirei se dicessi che non ci hanno ispirato, soprattutto gli Interpol, che ascoltavamo quando avevamo 15/16 anni, li apprezziamo da sempre. Trovo interessante che quando abbiamo iniziato a fare musica insieme non miravamo affatto ad assomigliare a queste band ma alla fine la gente ci avvicina a loro e noi neanche ce ne rendiamo conto se non quando ce lo fanno notare. Non penso che abbiamo creato una scena ma che tutti e 3 come band abbiamo dato un contributo individuale che ha accomunato molti fan, siamo tutti in attività da oltre 10 anni e non è una cosa molto comune, per cui penso che questo tipo di musica incoraggi il pubblico a essere molto devoto alla band. La vicinanza dei fan e la lunga attività ci accomunano ed è questo che può creare qualcosa di simile a una vera e propria scena. E ti dirò che è una cosa che ci fa molto piacere, è come se condividessimo lo stesso palco.

 

Passate spesso in Italia, che rapporto avete con il nostro Paese?

 

Belissimo, l'Italia è un paese in cui abbiamo suonato spesso e in cui ci fa sempre molto piacere suonare, ricordo che quando era appena uscito il primo disco qualcuno fece una cover di una nostra canzone ad X Factor italiano e la cosa ci stupì moltissimo, perché non era successo neanche in Inghilterra. E ovviamente ci piace venire qui anche per i luoghi e il cibo, ovviamente, il vino. In particolare mi piace moltissimo il nord Italia, non ho visitato molto il sud però, è raro andare nel sud dell'Italia. L'atmosfera è molto diversa rispetto ai concerti che facciamo nel resto d'Europa, c'è una fortissima partecipazione e per noi è una cosa molto bella. Siamo anche felici di portare la nostra musica oltre le solite città come Milano e Bologna perché non è sempre possibile, si fanno una o due date al massimo solitamente.

 

Qual è la parte che preferite della parte "off stage" dell'andare in tour?

 

Dipende da come va lo show, a volte magari ci sono delle canzoni che ti spaventa suonare quindi prima del concerto sei nervoso o magari questo non avviene e si è più rilassati, sicuramente quando finisce il concerto si tira un sospiro di sollievo se tutto è andato al meglio ed è un momento fantastico, ma ti dirò a me piace tutto l'intero processo, girare nelle città prima di suonare, magari esplorare un po', fa tutto parte del processo. Inoltre, generalmente non bevo prima di un concerto, solo dopo quando posso davvero rilassarmi ed è un momento bellissimo. Amo molto il vino, sicuramente stasera dopo aver suonato me ne farò un bel bicchiere.

 

Vuoi lasciare un messaggio ai vostri fan italiani e a chi leggerà questa intervista?

 

Certo! Grazie per essere sempre con noi da 10 anni, per il vostro supporto e restate sintonizzati perché l'anno prossimo torneremo sicuramente con delle novità.




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