Dream Theater (Jordan Rudess)
Un disco anticipato, l'ennesima fatica di una band seminale, ma sempre, per qualche motivo, con qualcosa da dimostrare: i Dream Theater, divinità del prog metal, lavorano incessantemente a nuovi album, nuove sonorità e nuove maniere di soddisfare il pubblico dal palato più esigente che esista, e Jordan Rudess ne sa qualcosa.
Articolo a cura di Valerio Cesarini - Pubblicata in data: 20/02/19

Ciao Jordan, e benvenuto su Spaziorock. 
A breve uscirà l'ultimo album dei Dream Theater, "
Distance Over Time". Dal preascolto mi è sembrato un disco centrato, che strizza l'occhio sia a sonorità tanto richieste dai fan quanto a nuovi approcci. Qual era, in definitiva, l'intento e il messaggio di questo disco?

Volevamo creare qualcosa di eterogeneo, dove ogni membro della band potesse essere esaltato e mettere del suo nella creazione del disco. In generale è un album più centrato, più diretto, con meno brani lunghi e una predilezione per la forma-canzone. In generale volevamo solo farlo più heavy!

Questo album segue l'ambizioso progetto di "The Astonishing", accolto con sentimenti contrastanti dai fan. Tornare un po' alle origini significa anche arrendersi a una fanbase troppo critica?

Ma no, The Astonishing è stata una virata voluta. Non è che lo abbiamo composto per crearci un filone sopra, è stato un unico sprazzo creativo. Siamo stati molto contenti del risultato ed eravamo anche al corrente del fatto che non sarebbe stato molto accettato. Poi abbiamo semplicemente deciso di tornare al tipico sound Dream Theater, con qualcosa di ancora più moderno e divertente: suoni nuovi e riff pesanti!

A proposito, Distance Over Time, spazio su tempo, è l'equazione della velocità. Il titolo ha a che fare con il piglio adrenalinico del disco?

Penso che ci si sia concentrati troppo su questo titolo! Alla fine è... solo un titolo. Suonava bene. Una ragione per cui ci è piaciuto, poi, è stato il fatto che aveva la sigla DT, un po' come la nostra band.

 

 

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The Astonishing è stata una virata coraggiosa, Distance Over Time, come qualsiasi cosa aveste potuto fare, mette di nuovo alla prova la vostra credibilità. Insomma, sembra che i vostri fans siano incontentabili e leggendo i commenti su Internet - che è comunque uno spaccato della realtà - viene da chiedersi come sia possibile che una band dall'importanza vitale come voi debba anche costantemente giustificare ogni proprio passo.

Il mondo di internet è un luogo molto interessante. In generale, ci trovo un sacco di complimenti verso di noi e un sacco di commenti negativi. Il fatto è che internet, come qualsiasi mezzo di comunicazione di massa, dà a chiunque il potere di essere importante. Tutti diventano dei critici musicali. Lo posso anche capire, tutti vogliamo essere importanti... Però effettivamente alla lunga è un po' stancante. Non tutti sono davvero degli "esperti". Ma in generale i sentimenti della band sono piuttosto positivi: siamo contenti che si parli della nostra musica, e capiamo le dinamiche, inevitabili, dei social media. Non ignoriamo nulla di ciò che dicono i nostri fan, anche se chiaramente non possiamo far altro che prendere tutto con le pinze. Ma in generale penso che chiunque abbia un minimo di visibilità e fama abbia dovuto mettere tutto in prospettiva con i nuovi media.

Non si può che essere d'accordo... Ma parliamo di qualcosa di più leggero: il nuovo disco presenta svariate novità dal punto di vista sonoro, soprattutto per quanto riguarda il suono delle chitarre ed alcune atmosfere mai sentite prima. Qual è stato l'approccio a riguardo?

Sì, in generale siamo sempre in evoluzione. Per quanto riguarda me, uno spunto può essere stato il fatto che ho usato il nuovo organo XK5 della Hammond, dunque troverete spesso questi grossi organi un po' ovunque, e questo ha già impostato una buon'atmosfera per le registrazioni. Per il resto uso svariati plugin, alcuni dei più interessanti sono della East West, 8Dio, di Output. Tutti i pianoforti vengono dall'Ivory di Xinthogy. Per quanto riguarda John (Petrucci, ndr) invece, lui lavora costantemente sui suoi suoni quindi non c'è da stupirsi che ne abbia sempre di nuovi, di più moderni.  Da cosa abbiamo preso ispirazione? Diciamo anche dal passato, sì, band come i Marillion o i Metallica. Diciamo che in generale è stata più la volontà di fare semplicemente qualcosa di più grintoso.

Una band come i Dream Theater deve aver dovuto sopportare e superare tantissimi ostacoli, dall'adattarsi al tempo che scorre al susseguirsi di nuovi membri. Come mantenete gli equilibri?

In una band come la nostra sono tutti concentrati sulla musica, fortunatamente gli equilibri ruotano solo intorno ad essa e tutti lavorano allo stesso modo. Basta prendersi cura di sé e divertirsi, e tutti lo facciamo. Poi, anche se Mike Mangini è nella band da dieci anni, sarà sempre il "nuovo arrivato"... a meno che non arrivi qualcun altro ancora, lo sarà sempre!
Sì, però c'è un'ottima alchimia fra noi, è tutto.

 

 

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Le canzoni non sono mai composte solo per vendere nè solo per compiacere una sola persona: qual è il tuo brano preferito in Distance Over Time, quale la tua visione delle nuove canzoni?

Bella domanda... La mia preferita è "Pale Blue Dot", perchè ha questa lunga sezione strumentale ed è particolarmente concentrata sulla costruzione di una armonica, la vedo quasi come una continuazione ideale del concetto di Metropolis!

E per fortuna non manca molto affinchè anche i fan possano decidere quale sia la loro preferita ed apprezzare gli otto minuti di Pale Blue Dot! 
Jordan, il tempo a nostra disposizione sta scadendo, dunque cosa vorresti dire ai tuoi fans e cosa vedi nel futuro?


Una cosa che mi piacerebbe far sapere è l'uscita del mio disco solista, Wired For Madness: uscirà ad Aprile 2019 ed è un lavoro di cui vado orgoglioso (e su cui compaiono, fra gli altri, anche gli amici e colleghi John Petrucci e James LaBrie, ndr).
Per il resto, cosa c'è nel futuro... non lo so! 




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