All That Remains (Phil Labonte)

Un disco impetuoso scurito dalla tragedia della scomparsa del chitarrista Oli Herbert. E in suo onore, gli All That Remains hanno deciso di non fermarsi.

Il cantante Phil Labonte ci aggiorna sul futuro della band e sui suoi personali sentimenti.  

Articolo a cura di Valerio Cesarini - Pubblicata in data: 11/12/18

Buongiorno Phil, come va? Cominciamo con le ultime notizie: il vostro ultimo album "Victims Of The New Disease" è uscito qualche settimana fa e, come da voi dichiarato, è uno dei più heavy che avete pubblicato, contrariamente alle aspettative. Cosa vorresti evidenziare in particolare di quest'ultimo lavoro?

 

Ciao a tutti! Be', innanzitutto, come hai detto, è effettivamente un album piuttosto heavy. Questo è innegabile. Ma poi è anche un percorso, un viaggio, non necessariamente sempre a duecento all'ora: ci sono diverse dinamiche. Aggiungerei che può anche essere considerato un po' dark.

 

Perfino i titoli delle canzoni sono brutali: dal singolo "Fuck Love" a "Blood I Spill". Non ci sarete andati leggeri con la musica, ma neanche con le tematiche!

 

Sì, anche se non direi che approvo "Fuck Love" come filosofia di vita. E' solo l'espressione dei sentimenti di un momento, di quando ti senti perso o deluso: è difficile andare avanti quando lavori duro e magari non si vedono i frutti, o il mondo ti casca addosso. E allora escono sfoghi di quel tipo, ma in generale non credo che fuck love sia una buona maniera di vivere la vita!

 

Dunque esiste la dicotomia musica heavy-testi heavy?

 

Non direi che la musica heavy significhi sempre necessariamente testi pesanti, più che altro appassionati, forti e d'impatto.

 

Il making-of di quest'album ha seguito un approccio diverso da quello che usate di solito, coinvolgendo demo complete. Come si è riflesso tutto questo nel risultato finale, e si può riuscire a sentirlo?

 

Onestamente non sono sicuro che il pubblico possa sentire le differenze nello stile di composizione. E poi è stato un processo molto facile per noi, eravamo già familiari con D.L. e quindi realizzare delle demo o perdere un po' più di tempo a registrare non è stato complicato. Per il resto poi lo stile è più o meno lo stesso: cominciamo da un paio di prove e da là costruiamo le varie parti di ogni brano.

 

 

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Gli All That Remains si sono sempre affermati come una realtà metal a largo raggio, dove la canzone e le emozioni in essa sono molto più importanti delle soluzioni usate. E' un approccio non sempre visto nel metal, ma certamente anche molto commerciale.

 

Ma, personalmente a me le canzoni corte che arrivano al punto sono quelle che piacciono di più, a prescindere dal genere. Significa anche mettere più lavoro nella canzone, corta e perfetta in quei tre minuti. Poi, sì, funziona anche meglio per le radio e per il business, ma è solo il nostro stile: arriviamo al punto, al ritornello, e ci si gode quello.

 

Proprio tu hai detto, in un'intervista, come voi avete resistito nel tempo a tutte le avversità. Qual è il segreto per sopravvivere in una industria sempre più spietata, sbrigativa e in continuo cambiamento?

 

E' importante scrivere buoni pezzi - può sembrare ovvio ma se quello che stai cercando di fare è avere un pubblico che ti segua, allora devi avere le canzoni. Questo se il tuo obiettivo è scrivere canzoni. Allora sono proprio queste ultime che devono essere il centro di tutto. In più noi siamo una realtà heavy, un altro aspetto su cui ci concentriamo e che attira il nostro pubblico.

 

Virando su lidi molto meno assolati... questo non dev'essere un periodo facile per la band.

 

Per niente. E' molto difficile sotto tutti i punti di vista. Io sono stato al fianco di Oli per vent'anni. Sinceramente è strano pensare alla band senza di lui.

 

La band, però, continuerà: cosa accadrà agli All That Remains, qual è l'eredità che Oli ha lasciato che non potrà mai essere cancellata?

 

Non so cosa potrà succedere. Dipenderà da chi si unirà alla band - perché, sai, noi siamo una band. Non una realtà che gira intorno a una persona, un compositore, un frontman: siamo una band per definzione, non una dittatura, dunque cinque persone che lavorano alla stessa maniera. Chiunque arriverà sarà coinvolto in tutti i processi. Non ho idea di come suoneranno gli All That Remains con qualcuno che non è Oli, dipenderà da lui... Be', di sicuro ancora heavy, ma so solo questo.

 

Nel tour UK che state intraprendendo ci sarà il virtuoso Jason Richardson a suonare le parti che erano di Oli. Potremmo vederlo come sostituto permanente?

 

Non posso davvero dire niente. Non abbiamo proprio pensato ancora a sostituire Oli in maniera permanente.

 

Cosa potremo aspettarci da questo tour e dai vostri concerti in generale; come affrontate la realtà sul palco rispetto allo studio?

 

Vogliamo che ci sia un alto tasso di energia, e vogliamo che il pubblico si diverta! E' bello vedere il pubblico muoversi, ballare, spingersi. In studio la precisione è tutto, mentre dal vivo puoi permetterti di essere più disinvolto, chè le piccole sbavature non si notano.

 

Stiamo per lasciarci, e ti ringraziamo per la disponibilità. A questo punto, in una situazione così delicata per la band e i suoi membri, abbracciamo la speranza e la voglia di continuare e ti chiedo: come ti piacerebbe vedere gli All That Remains nel tempo?

 

Non lo so! Non abbiamo ancora pensato al futuro. Voglio solo far uscire la nostra musica. Io e Mike siamo nella band dal 2002, ed è lui ad avermi presentato ad Oli. Tutto questo tempo siamo sempre stati noi tre.




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