Destrage (Destrage)
Poco da dire: i Destrage sembrano molto soddisfatti dell'ultima loro creazione. "A Means To No End" è un album importante per la band, un anello di congiunzione che incrocia la via finora percorsa con quella appena intrapresa. Li abbiamo raggiunti qualche giorno fa a Milano, dove i cinque musicisti ci hanno raccontato un po' questo mezzo senza un fine...
Articolo a cura di Cristina Cannata - Pubblicata in data: 29/10/16

"A Means To No End". Un titolo piuttosto emblematico è stato scelto per la quarta fatica dei nostrani Destrage, uscita lo scorso 21 ottobre su Metal Blade Records. Un mezzo senza un fine, così la band descrive quest'album: è un disco perchè è un disco, fine a se stesso. "A Means To No End è elevante. Il mezzo che invece ha un fine è schiacciante. Una sedia che è una sedia perchè serve per sedersi è svilente. Un oggetto che è un'oggetto, che magari vuole essere arte, che vuole essere musica, è diverso. Il fatto che sia fine a se stesso e che non abbia nessun utilizzo, lo eleva", ci dice Matteo Di Gioia, chitarra della band parlando del titolo. Eppure questo disco non è esente da responsabilità, prima di tutte quella di superare l'opera precedente della band "Are You Kidding Me? No.", impresa sicuramente non semplice.

"A Means To No End" introduce gradualmente quelli che sono diventati i nuovi Destrage, un anello di congiunzione che incrocia la via finora percorsa dalla band con quella appena intrapresa. Cosa che emerge immediatamente già dal primo ascolto: l'album sembra dividersi a metà in due anime, la prima più ancorata alle sonorità del passato, la seconda invece introduce approcci nuovi, decisamente interessanti. "I Destrage sono entrambe le parti. Personalmente sono molto legato alla seconda parte del disco, ma  di certo non mi dispiace neanche la prima parte, quella un po' più aggressiva, quella più legata alle nostre origini", commenta Gabriel Pignata, basso della band.

Questo quarto lavoro introduce parecchi cambiamenti in casa Destrage, a partire dal processo di songwriting: "Abbiamo composto il disco come non avevamo mai composto prima d'ora, ovvero trovandoci in una stanza con gli amplificatori, tutti e cinque sempre, buttando giù le idee, lavorandole, jammando, andando avanti finchè non ci si bloccava, e poi si riprendeva. Meno lavoro individuale più lavoro di squadra" dice il batterista Federico Paulovich, "poi è chiaro, ognuno ha rifinito le sue cose, potevamo considerare un pezzo chiuso quando avevamo il grosso della struttura su cui tutti erano più o meno d'accordo".

 

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Un anno di lavoro per 55.55 minuti di un'energia concentrata e attenta, più inquadrata per certi versi: "Secondo me la differenza con i vecchi dischi è che se prima cercavamo di saltare da una parte all'altra creando qualcosa di eterogeneo, ora abbiamo cercato di creare qualcosa di più narrativo" afferma la voce Paolo Colavolpe, che in questo disco rivede parzialmente il suo approccio, alla ricerca di una maggiore intellegibilità: "E' partito come imprinting mentale durante la stesura. Piu che altro anche per una questione di intellegibilità dei testi. Avevo voglia di far sentire di più le parole, avevo voglia di essere un po' più punk come approccio anche sugli urlati. Ho deciso di andare diretto verso un risultato più scarno se così vogliamo dire nel tentativo di far cogliere meglio la melodia, le sfumature, gli sforzi".

Un album non semplice da ascoltare e da capire eppure, a detta dei Destrage, più istintivo, più emozionale, più viscerale: "Non dico che è stato semplice registrare questo disco ma, adesso che stiamo facendo le prove per organizzare il live, mi rendo conto che è un lavoro molto più live degli altri, sia come produzione che come songwriting, le canzoni si suonano meglio di per sè. Ci sono sempre molte parti complicate, però alcune cose mi vengono più spontanee" commenta Federico. A cui si aggiunge il pensiero di Paolo: "Penso che per questo disco sarà più facile trovare il giusto equilibrio, stare attenti e fare uno show. Poi per noi fare uno show è stare rilassato sul palco. Se sei rilassato, riesci ad essere divertente e coinvolgente. Ovviamente a suon di date, migliori sempre. In partenza quel che provo io è che questo disco funzioni live molto più da subito, naturale".

"Symphony Of The Ego" è il singolo che ha anticipato il disco, scelto seguendo una logica ben precisa: "Quel pezzo è uno dei primi scritti, l'abbiamo fatto uscire per primo perchè ci piace molto, lo troviamo adatto, può preparare all'ascolto" commenta Matteo, seguito a ruota da Federico "E' un po' l'anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo. Quello che ai vecchi fan dei Destrage può piacere e quello che può acchiappare l'attenzione dei nuovi. Secondo me in questo disco rispetto ai vecchi Destrage c'è meno voglia di mostrare e molta più di regalare".

 

 

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A rimarcare la particolare complessità di questo disco ci pensa una copertina che ha un significato del tutto singolare, come spiega Matteo: "Inizialmente avevamo un'altra idea: una bambina, visivilmente viva, con una foto in bianco e nero e delle monete appoggiate sugli occhi della foto della bambina. Le monete, nell'antica cultura greca, si poggiano sugli occhi dei morti per pagare Caronte. Avevamo pensato di mettere le monete sugli occhi della foto della bambina viva così avremmo ucciso solo la foto che di per sè è un means (un mezzo) che è morto, ma eterno. Quell'idea non è stata più usata e quando abbiamo deciso di affidare il disegno della copertina ad un artista esterno Ewa senza darle linee guida. Lei ha creato questo. Una bambina con gli occhi coperti da delle farfalle. Tutto tornava, anche perchè le farfalle per noi hanno un significato molto forte, e inoltre son quattro come questo disco. La farfalla è un animale meraviglioso perchè ha quattro stadi di vita che non hanno nulla a che fare l'uno con l'altro".


Eppure i vecchi Destrage non sembrano essere poi così lontani dai nuovi, come conferma Paolo: "Le motivazioni che un tempo ci spingevano ad essere i Destrage sono ingrandite, ma son le stesse. Son cresciute. Cresce quello che ciascuno ascolta, cresce il rapporto tra di noi e cresce la band in quello che è l'aspetto gestionale. E' tutto aumentato. Aumentano le sbatte, aumentano le prese male, ma aumenta anche la soddisfazione, i mezzi, il team di lavoro. Bisogna sempre trovare il giusto equilibrio e riscoprire il piacere di suonare tra di noi. E' quello con cui abbiamo iniziato e quello che faremo sempre".

L'ultima parola riguarda l'esperienza live, fondamentale per la band, anche per le profonde influenze che questa apporta in termini di scrittura: "Per come lo intendiamo noi, ossia gente che va a divertirsi, il live suscita delle sensazioni così vere...quello che sentiamo arrivare da sotto il palco a noi piace, perchè ci sembra di vedere che le persone che vengono ai nostri concerti non lo fanno per prendere appunti, vengono per saltare, per farsi una bella sudata. Quando suoniamo qualcosa di nuovo che ci accende quelle sensazioni e che sappiamo possano essere proiettate sul pubblico, quell'idea la teniamo buona. Aver suonato live ci ha insegnato a sentire e a voler rispondere, perchè è onesto e doveroso".

 

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