As Lions (Austin Dickinson)
Immagina: hai ventisei anni, e stai disperatamente tentando di farti largo nell'industria musicale destreggiandoti tra sciacalli della discografia e una schiera di scettici true metalheads...

 

Articolo a cura di Marta Scamozzi - Pubblicata in data: 20/11/16

...dopo la disfatta del tuo primo esperimento metalcore metti su un'altra band, gli As Lions, il cui EP di esordio, "Aftermath", è un piacevole mix tra alternative rock e nu metal. A questo punto tutto pare filare liscio: i fan sembrano crederci, la stampa sembra crederci e quindi anche tu inizi a crederci tantissimo. Ci credi a tal punto che ti dimentichi del tuo cognome. Un cognome pesante, per certi versi: "Dickinson". Sai benissimo che quel cognome ti ha portato più problemi che gloria: sei stufo dei fan che arrivano direttamente dal seguito degli Iron Maiden, e sei stufo dei giornalisti che ti chiedono di tuo padre. Noi comprendiamo quanto sia difficile (difficile, terribile, struggente; tutto tranne che facile) trovare la tua strada in ambito musicale soddisfacendo le aspettative, quando ti chiami "Dickinson". Lo capiamo, ma due domande su quanto sia stato difficile essere il figlio di Bruce Dickinson, le abbiamo fatte ugualmente. Quelle domande, però, sono state completamente ignorate; anzi, cancellate. Evidentemente essere il figlio di Bruce Dickinson è ancora più difficile di quello che pensavamo.

 

Di seguito le nostre quattro chiacchiere con Austin Dickinson che, prima di essere "figlio di", è comunque un ragazzo sognatore che cerca la sua strada tra mille insidie nell'industria musicale.

 

Ciao Austin, benvenuto su SpazioRock.it. Al momento sei nel bel mezzo di un tour negli USA con i Five Fingers Death Punch. Come sta andando?

 

Sta andando divinamente! Le band sono composte da ragazzi fortissimi, la crew è fantastica e fin’ora il pubblico è stato meraviglioso. Non posso lamentarmi.  

 

Avete appena pubblicato il vostro primo EP, “Aftermath”, con gli As Lions. È stato difficile tornare nell’industria musicale dopo un tempo così limitato dallo scioglimento dei “Rise To Remain?”

 

Sì, penso che alcune cose siano davvero state difficili. Più che altro è stato complicato mantenere i fan che avevano i Rise To Remain. Sapevo che stavamo facendo qualcosa di totalmente diverso da prima; ma non c’era alternativa, e che il rischio sarebbe stato perdere followers. Ma non vedevo davvero alternativa: dovevo seguire quello che sentivo di dover fare.

 

Gli As Lions hanno abbandonato il metalcore dei Rise To Remain in favore di uno stile molto più simile all’alternative rock. Personalmente, ho molto apprezzato questa scelta. Secondo te quali sono i punti di forza degli As Lions, che i RTR invece non avevano? 

 

Penso che gli As Lions abbiano molto più da offrire, sia parlando di composizione che di resa live. Con i Rise era tutta una questione di suonare sempre “ on 10”, al massimo; il nostro obbiettivo era andare il più veloce possibile ed essere il più heavy possibile. Alla lunga, questo si è rivelato estremamente limitante. Penso che la musica degli As Lions sia più inclusiva   e dinamica. Amavo i Rise, ma sono stati risucchiati indietro dai loro stessi punti di forza. La gente, alla fine, voleva che facessimo solo due cose: spaccare ed urlare. La musica è molto più di questo. 

 

Parliamo un attimo del tuo nuovo EP, “Aftermath”. La mia canzone preferita al suo interno è “Deathless”.   Parla di internet, dei social media, e del modo in cui essi influenzano la società. Puoi spiegarmi meglio questo concetto?

 

Grazie!  Penso sia interessante che l’immagine che abbiamo di noi stessi e il nostro ego siano documentati su una pagina pubblica. Vedo molte persone (me compreso, in realtà) impegnarsi a costruire una persona, una vita che non esiste nella vita reale. È tutta una questione di generare uno status all’interno di un gruppo sociale. L’”ideale” non è la verità; è piuttosto una facciata. Forse, addirittura un personaggio. Comunque, è il modo in cui le persone vogliono essere ricordate. In questo senso, non  si ha una vita; ma si esiste. Da lì il titolo “Deathless” (letteralmente, senza morte ndr.).

 

Quale traccia all’interno in  “Aftermath” vi rappresenta di più come band? 

 

Probabilmente "World On Fire" o "Aftermath". Sono entrambe canzoni il cui sound volevamo fosse IMMENSO. 

 

Penso ci sia un forte senso di negatività che attraversa l’intero EP. Si parte da “Aftermath”, la prima traccia, nella quale riesco ancora a scorgere un barlume di speranza; e si finisce con “World On Fire”, dove anche la speranza sembra svanire. Qual è la ragione di  questa negatività? 

 

Be’ dai non lo definirei così negativo; direi più che è indirizzato su temi negativi.  “Aftermath” è un album che parla del superamento delle divergenze. Parla della ricerca di sé stessi attraverso un mondo disastrato. “White Flags” parla di fede, e “Deathless” parla del pericolo di vanità e superficialità. “World On Fire” è certamente focalizzata sulla negatività che c’è nel mondo, ma l’idea è più “Can we leave it all behind?/ possiamo lasciarcela indietro?”. C’è un modo in cui possiamo andare avanti? Da questo, possiamo trarre le nostre conclusioni! 

 

Musicalmente, qual è la tua maggiore fonte di ispirazione?

 

Non so se ne ho una; davvero, ascolto di tutto. Probabilmente il caffè. 

 

Hai mai pensato di dedicare la tua vita a qualcosa di diverso dalla musica? 

 

Ho studiato teatro e cinematografia alle superiori, e sono ancora super appassionato. Penso che prima o poi proverò a scrivere qualcosa di semi decente, come un corto!

 

Più o meno sei anni fa hai rilasciato un’intervista al magazine australiano “The AU magazine”. Non mi aspetto che te la ricordi. Ad ogni modo, rispondendo alla domanda “di cosa parlano principalmente i testi dei Rise To Remain?”, la tua risposta è stata: “i testi parlano più che altro della ricerca di sé stessi, e della fatica nel capire chi si è davvero”.  In confronto ad allora, come sta procedendo la ricerca di te stesso?

 

Certo che mi ricordo quell’intervista! Penso che quell’album rappresentasse molto fedelmente chi ero allora e, in gran parte, chi sono adesso. Da allora ho acquistato consapevolezza del fatto che uno scopre CONTINUAMENTE cose su se stesso, e uno ha sempre l’occasione di cimentarsi in nuove sfide e trovare nuove opportunità. Chi “sei” si evolve continuamente, e quell’album occuperà sempre un posto speciale nel mio cuore perché quella è stata la prima volta che ho provato di fare la differenza per me e per gli altri con la mia musica. 

 

Avete qualche piano in Europa per il prossimo futuro?

 

Moltissimi! Ma non possiamo ancora parlarne. Li riveleremo presto!  

 

Grazie mille per quest’intervista Austin. Puoi lasciare un messaggio per i tuoi fan italiani? 

 

Grazie mille per l’intervista e per il supporto! Ci vediamo presto! 

 




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