Trick Or Treat (Alessandro Conti)
Poche ore prima dell’inizio di una serata gioiosa, tutta giocata sui toni del ritornare bambini, abbiamo intervistato Alessandro Conti nel backstage del Legend Club di Milano per indagare a fondo le varie curiosità che immancabilmente sorgono nel caso di un album come “Re-Animated”, esperienza unica nella discografia dei Trick Or Treat.
Articolo a cura di Stefano Torretta - Pubblicata in data: 21/02/18

Ciao Alessandro e bentornato su SpazioRock. Ieri sera (9 febbraio, ndr) avete avuto il primo dei due release party. Come è andata l’esperienza, visto che avete anche giocato in casa? Come è stata l’accoglienza da parte dei fan?

Giocavamo veramente in casa perché noi proviamo a Nonantola. La risposta è stata ottima, oltre le aspettative, devo dire. Diverse centinaia di persone. Bello l’evento, bello coronarlo su di un palco prestigioso come il Vox. Anche i feedback sono molto positivi: oggi sto vedendo molti video e anche il fatto di avere Vanni on stage è stato quell’elemento in più di sensazione che ha reso l’evento unico, oltre a tutti gli altri ospiti, quelli che abbiamo già avuto ospiti, magari in altri show, così, sporadicamente, ma averli tutti insieme è stato molto figo. Bella esperienza anche per noi e speriamo anche per il pubblico.

Qualcosa si è letto sia nelle release note che nella presentazione della raccolta fondi, comunque vale la pena riassumerlo per bene per chi non è stato nel giro del vostro album: come mai avete deciso di voler fare un disco di canzoni di cartoni animati?

Il primo esperimento risale a molti anni fa con “Robin Hood”, l’avevamo pubblicata online il 1° aprile come scherzo. Però ci è piaciuta, è piaciuta anche a chi ci segue e abbiamo deciso di fare un album intero per creare una sorta di album tributo non a una band, non a un genere musicale, ma a una fase della nostra vita, che è quella di quando eravamo più spensierati di oggi. È stata anche il nostro primo imprinting musicale. Ovviamente le sigle non erano metal ma le melodie erano comunque epiche, in un certo modo, dal nostro punto di vista di bambini. Poterle attualizzare col sound che invece ci piace oggi credo che crei un ponte tra oggi e la nostra infanzia. È un modo anche per rivivere quelle sensazioni contestualizzate all’oggi. Ho letto un commento che ci hanno scritto: “mi avete fatto tornare a quando il mondo era meno stronzo”.

Come età siete discretamente coevi a quelle sigle...

Siamo tutti degli anni ’80. Io sono del 1980 e Setti è dell’89, quindi un gap di 9 anni nella band. Io puntavo molto sui robottoni, Go Nagai e simili, mentre Setti, che è il batterista, dell’89, non sapeva nemmeno cosa fossero. Era più per Pokemon, Dragonball... Abbiamo comunque accontentato tutti.

Come mai avete scelto proprio questo momento? Negli scorsi anni avevate già toccato l’argomento con la cover di “Robin Hood” e di “David Gnomo Amico Mio”.

Per vari motivi. Diciamo che c’era una piccola finestra temporale tra gli album nostri originali che potevamo sfruttare per realizzare uno spin-off del genere che ti toglie un 6 mesi di lavoro, quasi un anno di lavoro. Non potevamo farlo prima perché con i due “Rabbit’s Hill” c’era un filo, essendo un concept sono legati, non potevamo interrompere con un album del genere in mezzo. Avrebbe confuso le idee e ritardato la parte 2. Prima del “Rabbit’s...” 1 sarebbe stato troppo presto perché ancora non avevamo le idee chiare. Adesso lo abbiamo fatto e potremo tornare a lavorare sul nostro materiale. Lo stiamo già facendo.

 

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Avete utilizzato Musicraiser per finanziare tutto il progetto. Cosa vi ha spinto in questa direzione?

Lo abbiamo voluto usare per un paio di motivi. Il principale è probabilmente perché è un progetto un po’ sopra le righe e forse non era il progetto più adatto ad un’etichetta come Frontiers che è un’etichetta molto grande e giustamente si occupa di progetti meno di nicchia e un pelo più seriosi. Abbiamo chiesto così di autoprodurci. Il secondo motivo è per sottolineare che questo non è un album della discografia dei Trick Or Treat. È uno spin-off. Come tale, anche tutto l’iter che porta all’uscita del disco è trattato da progetto collaterale. Era carino farlo insieme ai fan. Sono tanti anni che sogniamo di farlo però la spinta è stata data da tanti fan che ci hanno chiesto di farlo, ascoltando i risultati di “Robin Hood”, “David Gnomo Amico Mio” all’inizio, poi Frozen (“Let It Go”, ndr). Quindi è un rimarcare un po’ questo tipo di discorso. Bisogna dire anche che era importante per noi autoprodurci per tastare effettivamente il valore della band sul campo. Soprattutto in Italia, ancora oggi autoprodursi è visto come una roba da sfigato: se tu ti autoproduci vuol dire che nessuna etichetta ti ha considerato degno di nota. In realtà noi siamo fortunati a lavorare con un’etichetta importante, ma al di sotto di questa ci sono tante etichette che fanno non tanto, per usare un eufemismo. Abbiamo addirittura sentito di giovani band a cui vengono chiesti dei soldi per produrre l’album. Mi chiedo che senso abbia che una giovane band si affidi ad un’etichetta che ha un potere di follower meno della band stessa, pagando poi anche il master e tutto solo per avere il marchio di un’etichetta sopra l’album. Tornando alla domanda, era importante per noi tastare anche la fedeltà dei fan. Penso, col senno di poi, che sia stato molto figo per la band, perché ci siamo resi conto che è proprio come se i fan avessero prodotto il disco. Alla fine è un autoprodotto ma è una coproduzione. È come se la nostra fanbase fosse la nostra etichetta e quindi penso che chi ci segue si senta un pezzettino dei Trick Or Treat, un po’ l’elemento aggiunto di questo lavoro e voglio sottolineare che è proprio così.

Guardando la provenienza dei singoli contributi vi siete fatti un’idea di quale sia l’area geografica di appartenenza di questi fan che hanno coprodotto l’album? Sono più legati alla vostra zona (Modena ed Emilia) o avete travalicato ampiamente i vostri confini?

La cosa più interessante è che abbiamo venduto un sacco di CD fuori dall’Italia, quando tutte le sigle sono in italiano e sono completamente sconosciute al di fuori dell’Italia. Abbiamo venduto tantissimo in Giappone, Sud America, quindi ci fa molto piacere questo fatto. Ovviamente, il grosso della nostra fanbase sono le zone dove abbiamo suonato di più, quindi Emilia-Romagna e Lombardia. Siamo comunque abbastanza eterogenei e la cosa ci fa molto piacere. Più che altro ci ha colpito molto la fedeltà. Anche per le cene, c’è gente che è venuta da Roma o dall’estremo nord per passare 3 o 4 ore insieme a noi. È figo.


Avete ampiamente superato il traguardo di budget che vi eravate prefissati. Come avete sfruttato i fondi extra?

Questo extra budget è stato investito quasi completamente nell’aumento della durata dell’album, nell’aumento di guest. Da gestire la cifra sembra alta, alla fine è stata quasi 18.000 euro, ma al netto delle spese, perché poi ovviamente MusicRaiser si prende la sua percentuale, poi c’è PayPal che si tiene la sua percentuale, poi ci sono tutte le spedizioni a carico, perché noi abbiamo scritto spedizione gratuita ma poi la paghiamo comunque noi, poi tu ti sostituisci in toto all’etichetta e quindi vuol dire che c’è la stampa del merchandise, la stampa dei CD, quindi al netto delle cose non rimane tantissimo però posso dire che quello che ti rimane è frutto del tuo lavoro e quindi ha un valore amplificato. È stato un lavoro mica da ridere, se vuoi fare una campagna fatta bene, di successo, come è stata per fortuna la nostra. La lavorazione è partita 4 mesi prima della messa online, ed intendo ore e ore di lavoro tutti i giorni per pianificare i video promozionali e tutto quanto. È proprio un lavoro, perché tu tutti i giorni devi postare qualcosa, però è un universo affascinante. Ci ha insegnato tanto, anche a livello di social marketing, di come fare questo lavoro al di fuori di come lo facevamo prima, dove suoni e speri che tutto vada bene, e invece c’è tutto un mondo dietro che ti accorgi che suonare alla fine è la cosa più facile.

Secondo quale criterio avete scelto le canzoni da includere? Chi donava 400 euro poteva scegliere un brano di suo gusto...

Ci sono due donazioni da 400, “Diabolik” e “King Arthur And The Knights Of Justice”. Erano disponibili due slot e li hanno presi entrambi. Addirittura so di persone che li volevano prendere ma non hanno fatto in tempo. Abbiamo deciso però di non metterne troppi, anche a discapito di un guadagno, per non alterare quello che volevamo fare noi, perché ovviamente quando ti fanno una scelta non sai cosa ti può capitare, potrebbe anche essere una sigla che non consideri valida. Noi siamo stati fortunati perché le due sigle sono belle. Per il resto, ognuno di noi ha scelto due o tre sigle tra le preferite. Io, per dire, ho scelto “Beyblade - Metal Masters”, la meno famosa del lotto, perché era la preferita di mio figlio. Ho detto, facciamola rientrare, ha 8 anni, prendiamo così anche le generazioni più nuove perché fa sicuramente presa. Chi meglio di un bambino la può giudicare. Per il resto sicuramente un brano è stato scelto attraverso un sondaggio su Facebook. Hanno scelto “Devil Man”, che non rientrava nella setlist...

...scelta più che azzeccata, visto la qualità del brano! Avreste rischiato di lasciare fuori un grande classico...

Infatti ci è andata più che bene. Ovviamente non siamo riusciti ad accontentare tutti. Devi coprire 30 anni di sigle e comunque ne lasci fuori una marea. Di contro, speriamo di avere accontentato un pochino tutti, sia il ragazzo di 20 anni che quello che ne ha 40 o più.

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Come avete affrontato la riscrittura dei brani? Vi sono tanti stili nei brani originali e il risultato suona in molti casi più vicino alla sigla di riferimento mentre in altri si avvicina di più al vostro tipo di musica.

Con la stessa scelta dei brani abbiamo cercato di trovare brani che ci piacessero, famosi, ma che si prestassero comunque ad un adattamento pesante. Ci sono grandi sigle che abbiamo lasciato fuori, per dire Holly e Benji o Occhi Di Gatto, che sarebbero stati arrangiamenti che sono un pelino più forzati in versione metal, invece ci sono brani, tipo “Daitarn 3”, che sono telefonati, sono facili, basta mettere gli strumenti pesanti. Di linea generale, di filosofia abbiamo cercato di non stravolgere i brani, di tenere la fedeltà perché comunque quando fai degli evergreen che tutti conoscono non puoi permetterti di stravolgerli troppo. Allo stesso tempo credo che il trademark Trick Or Treat sia ben presente in ogni brano, soprattutto nei soli. In ogni canzone abbiamo cercato di mettere un solo efficace, nel nostro gusto ovviamente. Se non fossero cover, potrebbe comunque sembrare un disco dei Trick Or Treat.

Avete portato tantissimi ospiti sul disco. Come hanno trovato l’idea di cantare canzoni prese dai cartoni animati?

Sono stati tutti strafelici. Alcuni li avevamo contattati già prima di aprire la campagna di crowdfunding perché già sapevamo più o meno dove saremmo andati a parare. Per fortuna la campagna crowdfunding è andata al 100% in soli sei giorni. È stato subito un grosso successo, anche mediatico, e quindi anche chi non era troppo vicino alla band, perché per ¾ sono proprio amici stretti, gli altri vedendo che comunque era una cosa che stava andando bene, non una roba messa lì a caso, hanno accettato tutti di buon grado. L’ultimo che abbiamo chiamato, visto il successo della campagna, è stato Giorgio (Vanni, ndr) che probabilmente è il personaggio più prestigioso per un pubblico fuori dal metal e lui stesso è fuori dal metal quindi poteva essere un po’ titubante perché non conosceva la band e invece si è dimostrato entusiasta. Devo dire in tutta onestà che questo disco l’ho riregistrato 3 volte, è la prima volta che lo dico. Ho registrato una prima volta che era carina, una seconda volta che era buona, e poi quando mi sono arrivate tutte le tracce, la qualità degli ospiti era talmente alta, si sono impegnati tutti talmente tanto che ho parlato con Mularoni, che è il produttore del disco, e mi ha dato una strumentazione nuova, sua, e abbiamo upgradato ancora di più la registrazione. È stato un lavorone, anche per far suonare tutto simile, soprattutto le voci. Sembra una cosa abbastanza facile, però 16 voci, registrate in 16 studi diversi, con 16 microfoni diversi... riuscire ad amalgamarle bene non è facile per niente.

In copertina avete messo un cimitero con le tombe di molti personaggi dei cartoni animati ed il pupazzo Uan in versione morto vivente. Quale idea volevate trasmettere?

L’idea parte dal titolo, “Re-Animated”. Ci ho pensato un po’ su per il titolo, eravamo indecisi tra un paio di scelte ma poi “Re-Animated” è stata la più efficace perché parte dai cartoni animati, perché è stato un riesumarli in qualche modo, in versione più pesante, quindi si sono rianimati e in qualche modo ci stava il gioco di parole. Mi sono anche rifatto al film Reanimator, film un po’ splatter, che mi piace molto, ed anche il concept della copertina con l’ooze, lo skifidol che impera ovunque è stato il tema di fondo un po’ di tutto il disco. Il discorso di Uan, di riesumarlo come nostra mascotte, diventa il nostro Eddie in versione da bambino. Penso che sia efficace. Tra l’altro, un aneddoto simpatico: per i video promozionali, con gli interrogatori, dove c’è Uan che ci interroga per estrapolarci le informazioni riguardo al disco, abbiamo trovato un imitatore, un ragazzo giovane toscano veramente incredibile, che fa la voce di Muratori, uno degli autori di Bim Bum Bam e la prima voce di Uan, che purtroppo è morto diversi anni fa, e faceva la voce in maniera incredibile. Ho trovato questo imitatore bravissimo su YouTube, l’ho contattato e siamo riusciti a fare questa roba strafiga. Abbiamo anche registrato l’intro del concerto di questa sera, che poi sentirai.

Secondo te, sono meglio i cantanti dell’epoca d’oro (Fidenco, Zara, Oliver Onions, Fogus, etc.) o quelli più recenti (D’Avena, Vanni)?

Meglio o peggio è difficile dirlo. Cristina d’Avena ha avuto il monopolio delle sigle per molti anni ed ha dato un’impronta molto riconoscibile, molto bambinesca, tra virgolette, che però ha funzionato, anche se le sigle che hanno scritto per lei, soprattutto nella prima metà degli anni ’90, avevano degli autori che a livello di arrangiamenti erano incredibili. Noi spulciando e sviscerando dei brani, posso dirlo, abbiamo trovato soprattutto un autore che ha lavorato dal ’91 al ’94 di cui non ricordo il nome, che ha fatto Gemelli nel segno del destino o lo stesso Robin Hood, che aveva veramente del geniale. Poi, in generale, l’imprinting di Cristina d’Avena è un po’ bambinesco. Altri autori, come per esempio i Cavalieri del Re, davano un’impronta epica nel loro modo di interpretare che era molto efficace nel contesto, guardando a posteriori. Forse meno adatto ad un bambino e più adatto ad un adulto, un bambino più cresciuto, diciamo. È difficile fare un raffronto. Oliver Onions anche loro grandi. Per quanto riguarda Vanni, per spezzare una lancia in suo favore, devo dire che a differenza di Cristina d’Avena, una grande cantante, una delle mie preferite, che cantava sigle fatte da altri, mentre Vanni, insieme a Max Longhi, sono anche autori delle sigle. Quindi quando vai a sentire un pezzo di Longhi/Vanni vai a sentire un pezzo dove io rivedo molto il pezzo di una band, ha il loro sound, è come se i Trick Or Treat facessero una sigla. Poi loro spaziano dalla dance al rock, dipende dalle sigle, dal contesto, però ci vedo un piccolo valore aggiunto quando un autore scrive anche la musica e non si affida ad un terzo.

 

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La maggior parte degli ospiti proviene dal mondo delle band metal, italiche o meno. Un’eccezione è data dalla presenza di Danny Metal, personaggio di YouTube impegnato a proporre versioni pesanti di brani extra metal o di sigle di cartoni animati. Come è nata questa collaborazione?

Danny è probabilmente l’unico che non conoscevo di persona, tra quelli che ho chiamato, insieme a Vanni. Quando abbiamo registrato “Beyblade - Metal Masters” stavamo pensando a chi chiamare come ospite, perché inizialmente dovevamo avere solo 4 o 5 ospiti. Poi la campagna è andata veramente bene ed abbiamo iniziato a chiamarne un po’ di più. Ci siamo detti che era inutile lasciarne 4 o 5 senza ospite. Per “Beyblade - Metal Masters”, che è la sigla più nuova di tutte, ci serviva un cantante giovane, una nuova generazione non solo anagrafica ma anche di concetto della musica. Danny è perfetto. Io lo seguivo già per le cover, lui è un vero stakanovista. In un solo anno è riuscito ad upgradare i suoi follower in maniera incredibile. Essere uno youtuber sembra quasi essere un fancazzista ma dietro a lui c’è tanto lavoro, è quasi a tempo pieno. L’ho chiamato perché era la persona giusta. L’età media dei suoi follower credo sia minore di quella che ci segue abitualmente e quindi credo che sia stato l’ospite giusto. Poi lui è un metallaro vero, ha una cultura musicale profonda, e anche se molto giovane, sa come muoversi, ha molto talento e potrà sfruttarlo molto bene.

Quanto è stata dura dover scegliere tra “Ken Il Guerriero” prima stagione e “Tough Boy” della seconda?

In realtà è stato facile, perché “Tough Boy” era già troppo metal. Una cosa che ci siamo detti noi è non facciamo sigle troppo facili da coverizzare. Molte sigle giapponesi sono già rock o metal. Una cosa che ho sempre odiato è fare le cover uguali agli originali. La prima cover dei Trick Or Treat è stato un pezzo di Cindy Lauper, “Girls Just Want To Have Fun”, giusto per capire il nostro modo di intendere. Poi è anche vero che non ci piace stravolgere le cover, perché la musica, le note sono quelle, basta mettere gli strumenti giusti, gli arrangiamenti giusti e hai ottenuto il risultato. Anche band famose che fanno la cover dei Metallica, facendo thrash, mi dico cosa la fanno a fare. E poi, “mai, mai, scorderai...” è già hai detto tutto!

Visto che si parla di cover di band famose, quale è il tuo giudizio sulla versione di “Jeeg Robot D'Acciaio” ad opera di Piero Pelù?

L’ho ascoltata non tanto tempo fa e non mi è piaciuta tanto. Diciamo che... è più bella la nostra! (ride, ndr) “Jeeg Robot D'Acciaio” è tra le mie preferite, forse tra quelle più stravolte visto che c’è un finale reinventato. Giacomo (Voli, ndr) la fa anche una nota sopra. Gli altri ospiti hanno mantenuto una certa fedeltà mentre lui mi ha chiesto se poteva spingere e gli ho risposto di dare il gas, come diciamo noi. Poi “Jeeg Robot D'Acciaio” l’ho chiesta a Giacomo perché lui l’aveva fatta a The Voice e mi è piaciuto richiamare quel discorso.

La presenza di Giorgio Vanni, soprattutto all’interno di un suo brano, lega ancor di più queste vostre versioni agli originali. Non produce un effetto un po’ straniante?

In verità era l’unico che poteva dare il sigillo di garanzia. Quando sento alcune sigle di Vanni, ma anche di Cristina d’Avena, mi dico “ma come sarebbe stato se invece di quell’arrangiamento l’avesse registrata come piace a me?”. Quello è stato, come ti ho detto, proprio il sigillo di garanzia. Volevo il suo pezzo più famoso, un cartone incredibile, e in quel caso lì siamo stati anche molto rispettosi della sigla, perché non c’era bisogno di farci tanto. Comunque Giorgio non l’ha cantata uguale, l’ha cantata meglio della sigla originale. Sono 15 anni che la canta e lui stesso mi ha detto: “finalmente posso fare degli orpelli o degli arrangiamenti che non ho fatto nella versione originale perché comunque abbastanza standard”. Grande sigla, però su un pezzo metal ti puoi slacciare la cravatta, diciamo.

Mancano molti classici (Mazinga Z o Il Grande Mazinga, Capitan Harlock, etc). Pensate di dare un seguito a questo album?

Sinceramente non ci abbiamo pensato, È stata una grande fatica fare questo con i tempi di corsa che adesso vogliamo concentrarci su un disco inedito di qualità. Testare anche sul nostro repertorio inedito quanto l’upgrade della band può arrivare al pubblico. Poi vedremo, in futuro sì, non escludo niente, però godiamoci ora questo “Re-Animated”.




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