The 69 Eyes (Jyrki)
Anche i vampiri, prima o poi, si evolvono, maturano. Sarà che ormai Jyrki e soci sono arrivati al giro di boa del mezzo secolo di vita - ultraterrena, dirà qualcuno - passata su questo nostro folle mondo, ma ascoltare il nuovo album dei The 69 Eyes può essere, in alcuni punti, un po’ spiazzante per gli ascoltatori di vecchia data. Visto la particolarità e l’ottima fattura di questo nuovo “Universal Monstares”, non potevamo lasciarci scappare l’occasione di una lunga chiacchierata con il carismatico frontman della band finlandese, andando ad indagare alcuni aspetti curiosi e scoprendo un Jyrki estremamente affabile, motivato e quasi filosofico, una miniera inesauribile di gustosi aneddoti.
Articolo a cura di Stefano Torretta - Pubblicata in data: 22/04/16

Ciao Jyrki, bentornato su SpazioRock. Ormai sei una presenza fissa sulle nostre pagine. Come sta andando questo momento per i The 69 Eyes?

Bene, molto bene. È un buon momento, ormai sono quattro o cinque anni, quattro anni per la precisione, da quando abbiamo pubblicato il nostro ultimo album, e siamo nuovamente in quel periodo dove abbiamo la possibilità di parlarne con gente da tutto il mondo. In quattro anni molte cose sono cambiate, quindi è una situazione completamente differente, intendo in generale, all’interno del campo musicale, nel mercato discografico e nell’atmosfera. Sono molto curioso: questa è la tredicesima intervista per il nuovo album e sono veramente curioso di riuscire a capire cosa ne pensa il mondo, come si sono avvicinati i giornalisti all’album, se la promozione sta funzionando. Anche questa è cambiata. Ricordo quattro anni fa, quando già ci trovavamo nell’era di FaceBook: quando postavi qualcosa, i tuoi fan andavano subito su FaceBook per vedere cosa avevi scritto, se avevi postato il video per il primo singolo. Oggigiorno non è più così, è difficile, interessante e stimolante allo stesso tempo cercare di raggiungere le persone che seguono la tua band, perché vi sono così tanti dischi che escono ogni giorno. Questo è proprio il mio interesse principale, cercare di raggiungere le persone che ci seguono e fargli sapere che abbiamo della nuova musica in uscita. Perché, onestamente, la musica è fatta per loro. Quattro anni fa, quando è uscito il nostro precedente album, abbiamo dovuto spiegare a molti giornalisti stranieri che noi, come molte altre band finlandesi di heavy metal, qui in Finlandia siamo una band mainstream, non siamo una band underground conosciuta solo nell’ambito gothic o metal o qualche altra scena particolare. I The 69 Eyes venivano passati sulle radio qui da noi ed ogni volta che pubblicavamo un singolo, diventava immediatamente una hit sulle radio per un bel po’ di tempo. Ora invece la situazione è cambiata. Non vi sono più tante stazioni radio, una sola trasmette musica simile alla nostra. Molto è cambiato. Ai tempi del nostro ultimo album eravamo ancora parte di una grande etichetta, eravamo inseriti nella corrente musicale in voga, avevamo un manager internazionale e stavamo cercando di creare della musica che travalicasse i confini dei singoli generi, non solo in Finlandia, qui lo abbiamo sempre fatto, ma anche in altre nazioni. Stavamo pensando come raggiungere altre persone, farci conoscere in giro per il mondo, come conquistare i fan del rock, toccare una maggiore varietà di fan. Tutto ciò è nel passato. Ora non mi focalizzo più su queste cose, ora siamo completamente indipendenti, ci gestiamo autonomamente, non abbiamo più una grande etichetta alle spalle. Non fraintendermi, la Nuclear Blast è un’etichetta di un certo peso, ma all’epoca parliamo di etichette tipo Sony o EMI o RCA, etichette al top. Ora l’idea per questo nuovo album è completamente differente, l’abbiamo fatto per quelle persone che citavo prima, i nostri fan, per quelli che ci seguono su FaceBook, tutta questa gente con la quale abbiamo in qualche modo legato. La nostra musica è fatta pensando a loro. Ovviamente, quando crei della musica o fai dell’arte, lo fai principalmente per te stesso, ma i nostri fan sono una parte importante della nostra musica, e al momento mi preme molto riuscire a dargli le giuste informazioni, fargli sapere che abbiamo della nuova musica in uscita. In questi ultimi quattro anni, compresi tra due album, non è che non abbiamo fatto nulla, non ci siamo separati, come band, abbiamo suonato tantissimo in giro per il mondo. Ad un certo punto forse è stato vero che il mondo non sentiva il bisogno di un altro album del The 69 Eyes, perché la gente era felice di sentire le canzoni che già preferiva all’interno della nostra discografia, avremmo potuto suonare altri dieci anni sfruttando quelle canzoni. Abbiamo alle spalle ben dieci album, un numero non certo piccolo. Quindi, in quanti sarebbero stati interessanti al nostro undicesimo album? Quando Bob Dylan pubblica un album, non dice “questo è il mio 43° album”, non è nemmeno scritto da nessuna parte che numero di album sia. Quando i The Rolling Stones pubblicano un nuovo album, a nessuno interessa sapere quale cifra abbiano raggiunto. È abbastanza imbarazzante dire che questo è già il nostro undicesimo album, ma siamo molto creativi, credo che ogni volta riusciamo a migliorarci ulteriormente. Tornando nuovamente sull’argomento social media, queste persone che sono attive sui diversi network ci hanno scritto molto: “quando pubblicherete un nuovo album? È passato troppo tempo dall’ultimo!”. Abbiamo dei fan veramente fantastici che vogliono sentire della nuova musica a nome The 69 Eyes. Vi sono molte band, è inutile farne i nomi, i cui fan non sono interessati a sentire della nuova musica proveniente da tali band, vogliono solo ascoltare le vecchie canzoni. In tutta onestà penso che questo sia il miglior disco che abbiamo mai registrato, lo so che non è bello farsi i complimenti da solo, però lo penso, è il migliore di sempre ed è stato estremamente soddisfacente scriverlo e suonarlo. Abbiamo ancora molte idee, ci sentiamo incredibilmente creativi e nel futuro contiamo di pubblicare ancora diversi dischi. Tutto questo è la breve risposta da dieci minuti per rispondere alla domanda “come stiamo in questo momento?”. Hahaha (ride, ndr).

Non c’è che dire, la tua passione traspare immediatamente dalle tue parole e mi sembrate molto carichi per l’uscita del nuovo album...

Credo che non dovrei rimuginare troppo sulla situazione del mondo e dell’ambiente musicale, non è una cosa saggia. Ho imparato a godermi il presente, è una cosa che tutti dovrebbero imparare, restare focalizzato su quanto stai facendo in questo istante. Abbiamo un nuovo album in uscita, sono molto curioso di capire come reagirà il mondo ma mi sono già reso conto, non dell’impatto del nuovo disco, ma abbiamo comunque già pubblicato il primo singolo. Guardando le statistiche, i “like”, mi sono reso conto che non tante persone si sono premurate di andare a guardare il nuovo video o di ascoltare il nuovo singolo. È difficile riuscire a raggiungere le persone, colpire la loro attenzione. Non è questo il fine ultimo del creare musica, lo so bene, però mi incuriosisce sempre vedere le reazioni delle persone. So bene che l’album è ottimo, che suonerà benissimo dal vivo e che se i nostri fan avranno la possibilità di ascoltarlo lo adoreranno. I The 69 Eyes sono un’avventura nel mondo del rock, ed anche se è da molto tempo che siamo in giro, stranamente non ci sono molte band che fanno questo tipo di musica.

Visto che stavi parlando di raggiungere le persone, di riuscire ad attirare la loro attenzione, credi che questi making of video che state rilasciando in attesa dell’uscita del nuovo album siano solo un buono strumento pubblicitario o sono ancora capaci di trasmettere ai fan un qualcosa di nuovo sulla loro band preferita?

Non è scritto da nessuna parte, ma qualcuno lo può anche intuire sono io quello che si è occupato di quei video. Tempo fa disegnavo fumetti, quindi sono molto attento all’aspetto visuale ed al look dei The 69 Eyes. In ogni making of video puoi vedere Helsinki di notte, puoi vedere tutti i posti più caratteristici di Helsinki. Il disco è stato realizzato per la maggior parte di notte e quindi volevamo trasmettere la stessa atmosfera. Inoltre vengono mostrati dei tizi ormai vicini alla cinquantina, il nostro bassista ha già superato da tempo quell’età, altri li faranno quest’anno, io l’anno prossimo, ti mostra dei tizi, dicevo, che vengono da Helsinki, che hanno iniziato a suonare in questa città il rock’n’roll che amavano, ti mostra i The 69 Eyes all’interno del proprio ambiente. Nel corso degli anni siamo stati dovunque. La nostra prima foto internazionale è stata scattata nel cimitero del Verano in Roma, per l’album “Wasting The Dawn”. È stata usata per il retro di copertina, vedi noi in piedi nel cimitero. Siamo stati in giro per tutto il mondo ed è stata un’avventura incredibile per noi. Abbiamo fatto il tutto esaurito al Whisky a Go Go (famoso locale sul Sunset Boulevard ad Hollywood, ndr), abbiamo fatto tutto quanto puoi immaginare. Ora invece è notte ad Helsinki e quei cinque tizi sono ancora lì a suonare il loro rock’n’roll. Ci vedi fare tutto da soli, all’interno di uno studio anche modesto. Ci sono alcuni amici, ma principalmente si tratta solo della band e del produttore, Johnny Lee Michaels, che si può dire abbia creato il nostro sound quindici anni fa, e che oggi, dopo quasi due decadi, è tornato a lavorare con noi. Oggi la relazione tra noi e lui è diversa, praticamente questo tipo è diventato uno della band, non vi è alcun bisogno di spiegargli cosa vogliamo, il suo strumento siamo noi membri della band. Un altro aspetto importante che ho voluto mostrare sono le foto, realizzate da Ville Juurikkala, che si è occupato anche del video (“Jet Fighter Plane”, ndr). Ho voluto mostrare come lui vive, come sono venute le varie idee che poi abbiamo usato. Questo tizio abita nel mezzo di una foresta ma riesce comunque ad occuparsi di video musicali. Ha lavorato con i Nightwish, con Michael Monroe, ha fatto moltissime foto per gruppi famosi, ma ha iniziato la sua carriera di fotografo rock con i The 69 Eyes dieci anni fa. Volevo mostrare lo stretto legame che ci unisce. Questi making of video sono stati filmati da un nostro amico che suonava in una famosa band finlandese chiamata Smack. Come ho già detto, non abbiamo nessuna label di dimensioni planetarie alle spalle. Si dice che ormai sono finiti i tempi d’oro del business musicale, non vi sono più soldi, soprattutto nel campo del rock’n’roll. Anche il business dei negozi di musica è cambiato. Non credo però che sia necessariamente una cosa negativa, perché i veri rocker, quelli la cui musica è ancora interessante, quelli la cui anima è nella musica che suonano, loro riescono comunque a rimanere vivi, hanno una creatività che non si esaurirà, rimarranno solo loro quando tutta questa musica di tendenza creata a tavolino scomparirà. Questo nostro nuovo disco mostra tutto ciò che è rimasto, ovvero noi cinque, uniti come band, con i nostri amici con i quali abbiamo un legame veramente profondo, un legame che deriva dall’amore per il rock’n’roll. Tutto ciò che facciamo è totalmente differente rispetto al passato, cerchiamo di farlo per i motivi giusti, non vi è nessuno sopra di noi che ci dica cosa fare. È un ritorno al passato, ai primi tempi della nostra carriera, e spero che tutto ciò possa essere visto e sentito all’interno di questi making of video. Sono molto corti, ogni persona dice al massimo una o due frasi, ma l’elemento principale su cui volevo focalizzarmi è il mostrare piccoli scampoli di vita di Helsinki, come è registrare un album di notte, nel mezzo dell’inverno, da dove proviene la musica, come prende vita in studio. Abbiamo fatto dei making of video anche in passato, ma questi sono differenti. Mi è capitato di sentire un professionista che crea pubblicità su internet dire che hai solo otto secondi per riuscire a catturare l’attenzione delle persone. Le persone hanno una soglia di attenzione estremamente corta. Penso per esempio ad un ragazzo qualsiasi che li guarda sul suo smartphone e poi li interrompe a metà e si mette a fare altro. Oggigiorno la gente non guarda neanche più un video intero. Perfino i giornalisti non ascoltano più gli album, o se lo fanno ne ascoltano solo alcuni pezzetti. Sarebbe bello se i consumatori fossero tutti come me, per esempio. Ascolto gli album su Spotify, è vero, però compro anche i CD, anche se poi magari non riesco ad ascoltarli fisicamente. Lo faccio perché l’album merita, o perché mi fa piacere supportare una band. Per esempio, è appena uscito il nuovo album dei The Cult (“Hidden City”, ndr), e l’ho comprato sul loro sito, così come ho preso anche una loro maglietta, perché volevo dare un mio contributo alla band. I The 69 Eyes sono sempre stati degli outsider, non abbiamo mai fatto parte di nessuna scena, non siamo metal, non siamo completamente gothic, è difficile inquadrarci. Siamo sempre stati degli outsider ma proprio per questo siamo eterni, non ci puoi rinchiudere all’interno di una qualche moda del momento. Siamo solo rock’n’roll e questo ci fa sopravvivere perché non ci lega ad un momento preciso ma possiamo essere eterni.

 

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Parlando di Ville, che mi hai appena citato, la sua copertina, o meglio, le sue cinque copertine sono strepitose. Da quale idea siete partiti al momento di pensare a cosa mettere sulla copertina dell’album?

Ho avuto l’ispirazione in Austin, Texas, quando ho visto un negozio horror con all’interno un piccolo museo. Vi erano in esposizione delle scene di circa trenta/quaranta riproduzioni a grandezza naturale di mostri cinematografici: l’uomo lupo, la creatura di Frankenstein, Dracula, la creatura dalla laguna nera, e così via. Erano estremamente interessanti. Sono un fan dell’horror da tutta la mia vita, anche se ultimamente non ho così tanto tempo da dedicargli. Cerco comunque di vedere quali sono le novità nel campo. Dopo aver visto quel piccolo museo mi sono detto: questi vecchi film dell’orrore americani hanno un qualcosa di speciale! Alcuni di quei mostri provengono dal periodo gotico, da romanzi come Dracula e Frankenstein. Romanzi ormai classici. Anche i film erano realizzati veramente bene, il make up era incredibile. Tutto di quei film, dai mostri, alla musica, ai poster, e via dicendo, erano dei pezzi d’arte. Quando quei film venivano proiettati, la gente aveva paura. Anche a distanza di decenni la gente continua ad amare quei film, c’è chi si fa tatuaggi che raffigurano quei mostri. Anche il titolo “Universal Monster” può essere inteso in molti modi. Magari ti fa pensare a quei mostri, ma è anche un rimando a noi. Mi piacerebbe che un giorno in quel museo od in un altro allestimento del genere, vi fossero anche delle statue dei The 69 Eyes. Credo che dopo tutti questi anni la band sia diventata una sorta di “Universal Monster”. Siamo eterni, la gente è un poco spaventata da noi ma nello stesso tempo vuole venire a vederci. Quel titolo è composto da due sole parole, però il significato unisce molti campi. Tornando all’argomento foto, volevo che non vi fosse una post produzione marcata, nessun make up particolare, solo dei tizi che indossano delle giacche di pelle con delle torce sotto il proprio mento, come quando da bambini si cercava di spaventare la gente di notte saltando fuori esclamando “bu!”. Tutti quanti possono diventare degli “Universal Monster” in quel modo. Le foto sono molto semplici. Puoi vedere sulle nostre facce il tipo di vita che abbiamo trascorso. Siamo dei rocker e nulla ci può cambiare. Volevo sfruttare la stessa illuminazione dei classici, dei mostri originali, in un magnifico bianco e nero. Credo che sia una cosa molto affascinante. Non voglio che i The 69 Eyes facciano le cose come le fanno tutti gli altri. È come se vi fosse un copione da rispettare: se oggi esce un nuovo album hai un processo da seguire, mesi di tour, devi suonare metà dei nuovi pezzi dall’album ed un po’ di pezzi vecchi, quando hai finito il tour devi pubblicare un altro nuovo album, devi fare uscire la maglietta che rispecchi la copertina dell’album, e via dicendo. Questa volta volevo invece tornare alle nostre radici, spogliarci di tutto ciò che è inutile. Sul palco ci saremo solo noi, con gli amplificatori e la batteria, nessuna intro preregistrata, nessun effetto speciale, nessuna stronzata, solo noi sul palco intenti a suonare le canzoni per il pubblico. Non abbiamo bisogno di nessuna illuminazione speciale od effetto pirotecnico. Non siamo mai stati quel tipo di band, ma volevo comunque eliminare tutte le distrazioni superflue. Quando i Ramones salivano sul palco vi erano solo gli amplificatori, la musica e la band.

Rimanendo sulla copertina, tra le due parole “Universal Monsters” si può notare che viene raffigurato un ankh, una croce ansata. È uno dei simboli più ricorrenti nell’iconografia della band, ma è la prima volta che lo metti sulla copertina. Quale è stata la molla che ti ha spinto a farlo?


Sono molti anni che i The 69 Eyes utilizzano l’ankh, in un modo o nell’altro, sulle magliette, su altro materiale promozionale e così via. L’origine del mio interesse in questo simbolo risale a quando avevo 8 o 9 anni. Elvis era solito indossarne uno quando era sul palco. All’epoca mi ricordo che ero a scuola e durante un corso di religione ho chiesto all’insegnante perché Elvis indossasse un ankh e quale significato avesse. La risposta dell’insegnante è stata che era un antico simbolo egiziano ma anche cristiano. Per un bel po’ di tempo non ne ho fatto più nulla, poi sono arrivati gli anni ’80, sono arrivati i goth. I The 69 Eyes alla fine sono una band degli anni ’80, quindi siamo legati alla cultura di quegli anni, ma l’ankh non l’ho rubato ai goth, ma ad Elvis! Hahaha (ride, ndr). In realtà vi è anche un’altra storia di come questo simbolo sia diventato parte integrante dei The 69 Tyes. All’epoca, i primi anni ’90, una ragazza goth di Roma mi aveva regalato un ankh d’argento, ed è diventato una parte della mitologia dei The 69 Eyes perché ho iniziato ad indossarlo. Ora però è il mio turno di essere l’intervistatore. Cosa ne pensi dell’uso delle parole “dolce vita” (dette in italiano da Jyrki, ndr) nella canzone sull’album?

Sono un’aggiunta interessante. A parte citare Roma, inserire alcune parole in italiano nel brano mi sembra un simpatico omaggio all’Italia. Credo che non ci siano due parole più rappresentative di queste per identificare il nostro paese. Il rimando a Fellini ed al suo film credo che sia universale!

Hai notato poi come pronuncio la parola “buongiorno” (detta in italiano da Jyrki, ndr)?

Sì, devo dire che hai una pronuncia italiana veramente buona!

Hahaha (ride, ndr). Grazie! Tu sei il primo giornalista italiano con cui parlo, quindi è un piacere sapere che non abbiamo fatto delle idiozie. Abbiamo cercato di non risultare stupidi, abbiamo evitato di usare una pronuncia inglese per le parole italiane inserite nella canzone. I The 69 Eyes hanno una storia veramente lunga con l’Italia, ti ho già raccontato due episodi legati alla tua nazione. Amiamo veramente molto l’Italia, il modo in cui gli italiani si rapportano alla vita ed al rock. Abbiamo cercato di prendere quanto più possibile dal vostro modo di vivere. Dopo molti anni di lontananza, lo scorso giugno sono riuscito a tornare a Roma. Sono nuovamente andato nei club gothic che avevo frequentato molti anni fa e lasciati dire che i migliori club gothic di tutto il mondo si trovano a Roma. Sono ancora come ricordavo, vi sono ancora gli stessi DJ che vi erano negli anni ’80, per esempio DJ Diego, che considero un DJ fantastico. È un qualcosa di eterno. Perché mai dovrebbe cambiare? Comunque, mi trovavo a Roma, arrivano le 12:00 e tutte le campane delle chiese della città hanno iniziato a suonare. Mi è piaciuto talmente tanto che ho registrato quel suono che si diffonde dal Vaticano fino ai confini della città, e con quel suono si apre il nostro nuovo album. Riesci anche ad ascoltare dei motorini che passano lì accanto. Le stesse campane, però suonate al contrario, chiudono la canzone “Dolce Vita”. Trovo molte ispirazioni quando viaggio in giro per il mondo e quando incontro le persone. Ora mi godo la vita ed apprezzo il momento in cui mi trovo, come non facevo invece anche solo una decina di anni fa. Ora è il momento di farlo, e questo è uno dei temi che ho voluto inserire nella canzone. Ti ringrazio ancora per le parole gentili riguardo alla mia pronuncia. Il secondo singolo sarà proprio questa canzone, faremo anche un video che girerà nuovamente Ville. Visto che questa intervista la leggeranno degli italiano, vi sono alcune cose che vorrei dire dal profondo del cuore. Impazzisco per i film di Paolo Sorrentino. Il titolo della canzone, più che focalizzarsi su Fellini e La dolce vita si riferisce a queste ragazze o signore che in quegli anni ti potevi immaginare uscire da una macchina, attorniate da paparazzi, magari in Via Veneto. Vi sono ancora oggi delle ragazze di quel tipo che vogliono essere “Dolce Vita Babies”. Oltre a questo, la canzone, nella mia mente, aveva questa comunanza con La grande bellezza. Hai presente quando il tizio va sulla terrazza e guarda Roma al tramonto? È una scena fantastica. Quando sono stato a Roma ho girato tutti i luoghi mostrati nel film. Puoi vedere quella terrazza dal Colosseo, il mio albergo era a Piazza Navona, quindi mi sono riuscito a godere tutti quei piccoli giri, da fan di quel film quale sono. Ho cercato di assorbire tutte le sensazioni e di trasmetterle nella canzone. Ho cercato di fare delle ricerche prima di scrivere la canzone, non ho usato le parole “dolce vita” a caso senza conoscerne l’origine. Il nostro chitarrista è un fan dei Motorhead, ascoltava i Metallica negli anni ’80, li adorava, e finalmente è riuscito ad utilizzare in questa canzone un riff che sa di Metallica. Non puoi immaginare quanto ne è stato contento, anche perché i The 69 Eyes di solito lo limitano a fare cose troppo strane! Hahaha (ride, ndr). Questa volta abbiamo voluto invece concedergli un riff come i Metallica. Nello stesso tempo però il senso delle parole è totalmente diverso. È interessante vedere cosa succede quando abbiamo una canzone intitolata “Dolce Vita”. Considera il pubblico che segue la Nuclear Blast, non è proprio in tema con questa canzone.

 

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Non vedo l’ora di poter vedere questo secondo video, visto che ho già apprezzato molto il primo!

Grazie. Anche questo sarà ad opera di Ville. Abbiamo girato molto materiale a Roma, in Vaticano.

Oltre a Roma (“Dolce Vita”), vi sono altre tre città di cui parli all’interno del nuovo album: “Jerusalem” nel brano omonimo, a cui possiamo aggiungere Marsiglia e New York. Cosa hanno di speciale per te queste città?

Ho viaggiato molto! Questo album è come se parlasse di diversi appuntamenti che ho avuto con diverse ragazze. Marsiglia è “Miss Pastis”. Se prima abbiamo parlato di alcune parole in italiano inserite in “Dolce Vita”, qui ad un certo punto abbiamo un coro in francese. Non ti saprei dire con esattezza che tipo di musica sia questa canzone, forse una new wave rock punk francese anni ’70 od ’80, un qualcosa del genere. È una canzone molto strana ma è stato estremamente divertente farla. Molte persone l’apprezzano e se conosci anche solo minimamente i The 69 Eyes non pensi affatto che sia una canzone lontana dal nostro stile, anche il coro in francese non stupisce più di tanto. La canzone parla del vero appuntamento che ho avuto. Ero andato a Marsiglia, ero curioso di vedere questa città, è un posto fantastico. Ricordo che era un fine settimana di agosto, ho incontrato questa ragazza ed abbiamo bevuto pastis, sono accadute strane cose, come narrato nella canzone. L’ho chiamata “Miss Pastis” quasi come se fosse uno scherzo. Ho fatto ascoltare il demo ed è stato molto apprezzato tanto che abbiamo deciso di metterla sull’album. New York è un’altra parte molto importante, insieme a Roma, della storia dei The 69 Eyes. Come ho detto, se nei primi anni ’90 sono stato solito passare molto tempo a Roma all’interno della scena gothic, prima di quel periodo, alla fine degli anni ’80, ho passato diverso tempo a New York, all’interno della scena rock della città. “Stiv & Johnny” è dedicata a Stiv Bators e Johnny Thunders. Anche “Lady Darkness” è legata a New York. Anche in questo caso si tratta di un vero appuntamento, con due bariste mie amiche. Naturalmente “Lady Darkness” è la Morte, ma la canzone è dedicata a loro. Inizialmente pensavo di parlare molto di più di New York all’interno dell’album. Questa città è sempre stata una grande ispirazione per i The 69 Eyes, su come mettere in piedi una band alla fine degli anni ’80. Tutto ciò che succedeva allora a New York mi ha fatto desiderare di avere anche io una mia band. “Jerusalem” invece è partita dal demo che mi aveva fatto sentire il mio chitarrista. Il ritmo e la melodia hanno un qualcosa che rimanda all’oriente, il Vicino Oriente. Vi è questo ritmo che sembra quasi l’andatura di un cammello. Quando ho sentito questa musica ho subito pensato: questa è Gerusalemme! Non ero ancora stato a Gerusalemme quando abbiamo scritto i testi e registrato il demo, anche se avevo una certa idea di come dovesse essere la città. Prima di registrare la versione definitiva sono andato a Gerusalemme, perché volevo vederla di persona, per poter rendere i testi ancora più veritieri. Ci sono andato lo scorso ottobre e devo dire che si tratta di uno dei posti più incredibili dove io sia mai stato. L’anno scorso sono stato sia in Vaticano che a Gerusalemme, sembra proprio che mi stia prendendo cura della mia anima. Gerusalemme è una città dove veramente l’uomo incontra Dio. Tutte le religioni sono presenti, tutte le religioni provengono da lì. Giustamente si dice che tutto ciò che avviene all’interno delle mura della città si riflette in tutto il resto del mondo. È stata un’esperienza sconvolgente. Una delle idee di partenza per la canzone “Jerusalem” è stata il film Le crociate, di Ridley Scott. Credo che si dovrebbe parlare di più di quel film, è tipo Il gladiatore ma sotto certi punti di vista anche migliore. La gente parla de Il gladiatore e di un altro paio di film di Ridley Scott ma Le crociate è il suo film definitivo! Quella è la Gerusalemme a cui stavo pensando, poi vi sono finalmente andato, ed in questo momento in cui stiamo parlando sono tornato a casa da una settimana dopo essere stato nuovamente a Gerusalemme. Ho passato una settimana in Israele e a Gerusalemme. È un posto capace di ispirare le persone e sono estremamente soddisfatto della canzone. Mi fa molto piacere che tu me ne abbia chiesto, anche le interviste che ho tenuto ieri erano molto favorevoli verso questa canzone. È un brano che non ti aspetteresti dai The 69 Eyes, per quanto riguarda il titolo o i testi. In questo album non vi sono canzoni sulle rose o sul vino rosso, sulla tristezza. Hahaha (ride, nrd). Piuttosto si parla di Gerusalemme o di “Miss Pastis”. Abbandoniamo per un po’ il tipico approccio dei The 69 Eyes e godiamoci un po’ di “Dolce Vita”! Hahaha (ride, ndr). Credo che realizzeremo un video anche per “Jerusalem”. Vi sono stato ormai due volte nel giro di pochissimo tempo ed abbiamo filmato un po’ di materiale che credo proprio verrà sfruttato per un video.

All’interno di uno dei making of, tu e Ville state discutendo delle foto, e ve ne è una rovesciata, molto evocativa, chiaro omaggio ai vampiri di Ragazzi perduti. Nel corso degli anni, quanta influenza ha avuto questo film sui The 69 Eyes?

Quando eravamo ancora nelle fasi iniziali della nostra carriera, quando stavamo ancora cercando di mettere in piedi una band, un giorno ho incontrato il nostro futuro batterista all’interno di un club rock di Helsinki e lui indossava una giacca che era stata realizzata come quella che aveva uno dei vampiri del film Ragazzi perduti. Ho subito pensato: questo tizio è fico, ha una giacca come quella di Ragazzi perduti. A quel punto l’ho invitato ad unirsi alla nostra band. E questo è solo uno degli aneddoti. Quel film è uno dei pochi grandi film di rock’n’roll, e nel corso degli anni non ve ne sono stati tanti altri al suo livello. In quel periodo vi erano diversi film che univano il rock a... qualsiasi altra cosa. Vi era Breakfast Club, con un rocker, Ragazzi perduti, con molti rocker che erano anche vampiri. Nella nostra carriera abbiamo anche inciso il brano “Lost Boys” ed un altro, “Brandon Lee”: ricordo quando questa canzone è uscita, stavamo facendo una sessione di autografi all’interno di un negozio di dischi. Ad un certo punto un fan giovanissimo mi si è avvicinato con una foto di Brandon Lee, chiedendomi di autografarla! Gli ho subito chiesto se era sicuro di volersela far firmare e lui mi ha risposto: sì, sì, è per la vostra canzone “Brandon Lee”. Da quel momento in poi siamo stati collegati anche con il film Il corvo. È giusto ricordare alle persone alcune cose, alcuni aspetti interessanti, è parte di come i The 69 Eyes vedono il mondo da dietro i nostri occhiali da sole.

Nonostante il tuo amore per l’Italia, le date del tour a supporto dell’album attualmente sono molto concentrate sulla Finlandia e la Germania. Dobbiamo aspettarci dopo ottobre anche delle date più a sud, che facciano felici anche i vostri fan del Mediterraneo?

Lo spero proprio! I migliori momenti della nostra carriera, non dirlo in giro, ma visto che questa intervista uscirà in italiano gli altri comunque non lo capiranno, i migliori show della nostra carriera li abbiamo avuti in Italia, circondati dai nostri amici. Abbiamo una lunga storia che ci unisce ai nostri fan ed ai nostri amici italiani. Purtroppo, quando siamo in tour dalle vostre parti vi è sempre un solo show nell’area di Milano. È sempre un peccato, abbiamo potuto suonare nell’area di Roma solamente due volte in venticinque anni di carriera. Purtroppo non dipende da me. Se fosse possibile vorrei fare un intero tour in giro per l’Italia. Basta ascoltare il nostro nuovo album e ti fai un’idea ben precisa del nostro attaccamento all’Italia. Mi piacerebbe proprio poter dire all’inizio dei concerti: buongiorno Italia! (detto in italiano da Jyrki, ndr)

Chiudiamo parlando un poco del video del primo singolo dell’album, “Jet Fighter Plane”. Quale è stata l’idea attorno a cui avete voluto costruire il video?

Come ho già avuto modo di dirti, cerco sempre di fare le cose in modo completamente diverso dalle altre band. Nella nostra carriera credo che siamo riusciti a fare tutti i diversi tipi di video. Il video precedente a questo lo abbiamo girato a New Orleans, per una canzone intitolata “Borderline”. Siamo stati un po’ dovunque, in giro per il mondo. Quando giriamo un nuovo video vogliamo che sia un qualcosa di speciale, un qualcosa di diverso. Ormai non vi è più la necessità di mostrare dei video con la nostra band in piedi da qualche parte, tipo in riva al mare che suoniamo una canzone, oppure sullo stile dei vecchi video di heavy metal, magari all’interno di una industria abbandonata, con degli effetti pirotecnici. Una noia mortale! Hahaha (ride, ndr). Per questa canzone volevo un qualcosa di diverso, che le persone potessero ascoltare il brano con un’attitudine diversa. Quando ho sentito la musica scritta per “Jet Fighter Plane” ho subito pensato agli anni ’80, al dark rock di quell’epoca, quindi ho scritto il testo pensandolo in un’ottica anni ’80. All’epoca si era in pieno periodo della Guerra Fredda, la gente era spaventata e la guerra nucleare era praticamente dietro l’angolo. La cultura gothic ha iniziato a spuntare in quel periodo proprio per questa idea della fine imminente. Non appena il video è stato pubblicato, le parole Guerra Fredda hanno nuovamente acquistato un significato estremamente attuale, stiamo vivendo nuovamente i tempi della Guerra Fredda, basta vedere i telegiornali. I testi erano stati pensati come uno sguardo al passano, ma improvvisamente vi sono nuovamente problemi politici come durante la Guerra Fredda, i piloti di jet militari sono nuovamente in azione. La situazione mondiale è nuovamente instabile, tanto che quando il video è uscito la gente ha subito pensato che si riferisse alla situazione attuale. Invece io l’ho scritto pensando al passato, tanto che nel video vi sono spezzoni di vecchi jet militari. Ville ha un amico fotografo che negli ultimi anni ha scattato foto in aree di guerra, quindi abbiamo utilizzato alcune sue foto che mostrano degli spettatori innocenti in questi teatri di guerra. Sia i testi che il video guardano al passato, ma tutto d’un tratto abbiamo anche un messaggio politico che viene veicolato da questa canzone. È un bellissimo video che cerca di dare speranza. Quattro anni fa, con il nostro precedente video, vi erano ancora programmi televisivi che passavano i video musicali, almeno qui in Finlandia. Adesso invece non è più così e devi vedere i video dal tuo smartphone, magari guardando solo una manciata di secondi iniziali, ma abbiamo comunque voluto fare una piccola opera d’arte. Sono molto soddisfatto del risultato finale. E poi, nessuno si aspetta da noi che possiamo essere anche politicamente impegnati. Certo, non era questa l’idea iniziale, ma ormai la canzone ed il video sono diventati uno specchio della situazione attuale. È una situazione molto eccitante! Probabilmente in futuro cercheremo di promuovere nuovamente un messaggio di qualche tipo. È interessante trovarci in un punto della nostra carriera dove abbiamo questa opportunità!




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