Corde Oblique (Riccardo Prencipe)
In una assolata giornata d'autunno SpazioRock giunge nel cuore di Napoli, regno di Riccardo Prencipe, per il punto della situazione sul progetto Corde Oblique. Il nuovo lavoro discografico "Per Le Strade Ripetute" è la base di una piacevole chiacchierata fra curiosità ed altro ancora. Buona lettura!
Articolo a cura di Antonio Guida - Pubblicata in data: 01/12/13
Il nuovo album "Per le strade ripetute", quinto capitolo sotto il nome Corde Oblique, è nei negozi e disponibile sui maggiori canali digitali dal mese di ottobre. Ci racconti la genesi? Cosa è successo dopo il quarto album "A Hail Of Bitter Almonds"?


Abbiamo provato a rimetterci in discussione, innanzitutto. Penso sia importante andare in studio quando c'è qualcosa di nuovo/diverso da dire. Il problema dei dischi successivi è che sono sempre più difficili, perché devi confrontarti con quello che hai fatto prima. Ho cercato di capire su quali punti del disco precedente, che ritenevo "deboli", volevo lavorare e verso quale direzione andare. Volevo andare verso una direzione di maggiore libertà compositiva; non mi interessava fare un pezzo, ad esempio, per avere maggiore visibilità, come ho fatto per Together Alone, il mio pezzo "pop". Quello non mi interessava più, volevo fare semplicemente quello che io ero, sostanzialmente una musica senza compromessi, molto articolata (come io sono in parte) e affrontare tematiche simili a cose fatte in precedenza. Però anche in questo caso, come diceva Francesco Arcangeli, volevo "sciorinare le viscere sulla carta", praticamente un contatto diretto con quello che hai dentro e su quello che scrivi. Questi sono gli elementi di novità rispetto al passato.


corde_oblique5_600Quindi è l'album che più ti rappresenta?


Sì, penso comunque che le cose si vedano con oggettività dopo un paio d'anni. Tra due anni avrò una visione distaccata e potrò valutare meglio pregi e difetti.

 

Da sempre i luoghi (di interesse artistico anche) sono fonte d'ispirazione per te. A me viene naturale il parallelo con una branca della biologia, chiamata epigenetica. Letteralmente significa "controllo sul patrimonio genetico". In sintesi afferma che i modelli di DNA trasmessi attraverso i geni non sono stabiliti alla nascita ma è l'ambiente (anche nutrimento, stress ed emozioni) ad essere determinante in questo senza modificare il modello base. Ti ritrovi nella descrizione?


Sì, è molto interessante, non sapevo di questa cosa. È proprio così, è vero che uno nasce con una propria identità. Però tutto quello che ci circonda (e che viviamo) ne "tornisce" la forma. È un po' come una creta fresca e che può essere lavorata, quindi suscettibile a tutto quello che la circonda. Mi ritrovo in pieno.


Entriamo nel vivo del disco. "Averno" è il brano di apertura dell'album ed il singolo scelto per il video promozionale. Di cosa tratta?


Averno è un lago vulcanico vicino Pozzuoli, praticamente il posto dove sono cresciuto sin da piccolo. Ho ricordi legati all'infanzia con mio padre sul lago, mio nonno che era solito pescare in questo bacino lacustre (e che spesso andavo a trovare) ma anche da grande con amici, fidanzate, ecc. In quel posto c'è una grande fetta della mia vita e delle mie contraddizioni (appartenenti alla natura umana). Andare al lago significa per me ricordare dei miei cinque anni ma anche dei diciotto o dei trenta. Un vero e proprio coacervo di ricordi. Oggi sono molto contento di questo brano, ho voluto usarlo come video in quanto rappresenta un po' l'essenza di questo album: articolato, con un testo non facile e a tre dimensioni. Non è una canzone immediata, di quelle che ascolti e ti ritrovi a fischiettare, ma un pezzo in cui devi trovare la "pazienza" di ascoltare. La nostra "politica" è di controtendenza e così come i cantanti pop fanno brani facili per far breccia nelle persone, a noi interessa un messaggio non immediato, ma che nel tempo vada a fondo.


Confermo e posso dire che sei riuscito nell'intento perché la prima volta che ho messo il disco ero in macchina e ascoltando il primo brano (Averno), ho spento prima che finisse. Intuivo che richiedeva la concentrazione di un momento esclusivo per l'ascolto. Ora che l'ho assimilato riesco metterlo piacevolmente anche in macchina.


Su questo non saremo economicamente fortunati come Britney Spears ma va bene così. Meno ricchi ma più contenti (risate, ndA).


"Dal muro
La maschera di teatro mi guarda incattivita,
Ha gli occhi vuoti
e sputa vuoto dalla bocca, linea nera, linea nera...
ce l'ha con me perché non l'ho animata
"

Sono le parole del secondo brano "il viaggio di Saramago". Scorgo in esse una critica alla superficialità con cui si approcciano le cose, in particolar modo l'arte. È così?


Sì, in parte è così. Qua c'è qualcosa di molto personale. È la visione della maschera de' La Villa dei Misteri a Pompei. C'è la scena in cui un sileno guarda in una brocca e vede riflessa la maschera con uno sguardo terribile, che in parte gli mostra anche come sarà lui nella vecchiaia. In questo caso è la delusione di una donna che guarda incattivita un uomo perché non c'è stata un'evoluzione nel rapporto. Ecco, si può scrivere di queste cose quando tutto è superato, stando in una fase di maggior tranquillità è possibile parlare delle antiche turbolenze affettive.

 

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Il viaggio di Saramago invece, letteralmente, a cosa si riferisce?


Il viaggio di Saramago è la vera ragione etica di questo album. La poesia che abbiamo citato in esso dice che il viaggio va ripreso, ricominciato, rivedendo le cose. "Per le strade ripetute" nel senso di rivisitare le cose, sempre. Questo è ciò che riesce a farcele sentire veramente una parte di noi. Le senti così tue che riesci a viaggiarci dentro benissimo, sei a casa tua e sei libero di muoverti all'interno, di condirle di te stesso.


Possiamo affermare che "Per le strade ripetute" cambia pelle stilisticamente rispetto ai lavori precedenti. La struttura dei brani apporta qualitativamente un salto che non dovrebbe spaventare nessuno, perché con diversi ascolti la complessità avvertita lascia spazio ad un arricchimento spirituale notevole. L'evoluzione del sound fa parte del "viaggio" o c'era intenzione di far qualcosa di diverso?


Guarda, quando cominci un disco non sai mai come andrà a finire. Per quanta esperienza tu abbia, rimane sempre un incidente. Anche perché in questo caso abbiamo lavorato in un altro studio. Noi sostanzialmente abbiamo sempre sperimentato nuove vie, ma le scelte fatte non sono casuali. Al suono definitivo, ovviamente, ci si arriva alla fine; quindi niente di pre-programmato, semplice risultato di un processo naturale che ci ha soddisfatto molto. Anche il mastering lo facevamo in America ma poi ci siamo resi conto che con gli Stati Uniti abbiamo poco a che fare. Tutto sommato il sound americano per noi non è importante. Il mastering è quel procedimento finale in cui, secondo me, l'importanza è relativa. Ci vuole un buon mastering, ma strafare in alcune direzioni è un po' da mitomani, a meno che non si abbia una catena di montaggio molto ricca e costantemente alta in tutti i suoi passaggi. Il mastering è stato realizzato da Frederic Chaplain, fondatore della nostra ex etichetta, che oggi ci distribuisce solo in parte. Devo dire che Frederic è stato molto bravo non perché abbia fatto subito un mastering perfetto, anzi, ci siamo arrivati dopo cinque tentativi. Però la bravura è scaturita dal suo mettersi in discussione e non giudicando il suo lavoro intoccabile.

 

Tu sei stato co-produttore nel processo?


No, produttore (totale).

 

Riccardo, seguendo la natura che ha preso la nostra conversazione, se sei d'accordo, proseguirei con la scaletta dell'album aggiungendo i tuoi commenti o aneddoti. Sentiti libero di impreziosire l'argomento con qualsiasi cosa ti venga in mente. Arriviamo al terzo brano My Pure Amethyst. La pace delle montagne nei pressi di Avellino (come specifica la nota) detta il mood al brano. Quasi un riscatto dalle sensazioni tumultuose del precedente album?


Sì, esattamente. Il disco precedente veniva da una fase di grande turbolenza interiore. Il nuovo invece in un momento di grande stabilità. Ed è, proprio come dici tu, un riscatto con un senso anche di forte positività. È proprio questo senso di tranquillità che ci permette di lavorare meglio e fare veramente le cose che sentiamo di fare.


cordeobliqueintervista_3In The Temple of Echo è un brano strumentale che gode di una natura molto particolare. Come è nata l'idea o, forse più che idea, una necessità?

 

Sì, è uno dei posti in cui mio padre mi portava da bambino ovvero Il Tempio dell'Eco, anche detto di Mercurio. Non solo questo brano, ma anche l'ultimo (la ghost track) sono stati registrati lì. Ne approfitto per raccontare un aneddoto simpatico. Questo tempio è immerso per gran parte nell'acqua e si trova in nell'aria archeologica di Baia. La sovrintendente a cui mi sono rivolto per proporre il mio progetto (tra l'altro molto gentile, non è vero che a Napoli si ottengono sempre permessi perché si è parenti o amici di qualcuno), visionato il materiale, ci ha concesso di registrare in questa zona protetta. Mi ha però detto: "Guardi, due anni fa un musicologo americano chiese la stessa cosa ma ha desistito perché non c'è corrente elettrica".


Ecco il motivo per cui sulla tua pagina ufficiale facebook qualche mese fa cercavi un generatore di corrente...


(risate, ndA). Sì, sono stato un mese completamente nel panico, non solo perché i generatori costano tanto, ma anche perché sono ingombranti e producono un rumore eccessivo. Quindi pur volendo spendere molti soldi avrei preso una macchina dal rumore di un trattore, mentre io avevo bisogno di silenzio. Per fortuna una persona del posto ci ha indicato una casa non troppo distante dal tempio. Sono andato a bussare chiedendo aiuto, ho comprato una "prolungona" di centoventi metri e abbiamo usufruito della corrente della signora di fronte. In questo senso l'ingegno un po' napoletano ha prevalso sul musicologo americano che si è arreso di fronte a questa situazione.


Quindi l'organizzazione è stata laboriosa, soprattutto per ottenere IL suono nell'imprevedibilità di una eco?


Sì. Io penso che quel suono sia il miglior suono di chitarra che abbia mai ottenuto e questo lo devo soprattutto al fonico Corrado Taglialatela. È un fonico di grande esperienza, che ha disposto quattro microfoni in un ambiente molto "ostile" in questo senso. Operazione difficile perché c'era il vento che andava a toccare i microfoni in alcuni punti (il tempio è pieno di finestre, aperture), poi c'erano molti uccelli dentro e fuori. Bisognava tenere quest'effetto senza sopprimerlo del tutto; era un lavoro che pochi potevano fare; è stato complicato ma il risultato ci ha ripagato enormemente.


Questo tipo di esperimento sonoro mi rimanda a 4'33" di John Cage che aumenta la consapevolezza nell'ascoltatore, anche degli spazi intorno. Possiamo vedere il silenzio di 4'33" come l'elemento che amplifica la bellezza del tuo suono ma allo stesso tempo lo si potrebbe usare (tramite sovra-incisione) per cancellare il superfluo?


È interessante questa cosa. Penso che il brano di Cage sia una grande opera d'arte concettuale. Quando ne sentiamo parlare per la prima volta sembra quasi priva di senso. Ma in realtà è indubbiamente frutto di una mente geniale. Così come sono convinto che l'Orinatoio di Duchamp sia l'opera d'arte che rappresenta meglio il ‘900, io penso che questo pezzo sia il brano più importante del secolo scorso. Innanzitutto dimostrò che il silenzio non esiste (quasi inquietante questa cosa). Ti ringrazio per il parallelismo, non penso di essere arrivato a tanto, ho semplicemente provato a enfatizzare l'importanza di un luogo a cui sono molto legato anche in senso acustico.

 

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"Ciò che non si ha resta più puro". Sono le ultime parole di "Bambina d'oro". Si allude alla creatività o cosa?


No, si allude semplicemente ad una donna nel momento del corteggiamento. Quel "Non ottenere ancora" a volte tiene cose e persone in una sorta di aurea di sospensione, che le fa percepire in modo assai puro. Un po' come "Il sabato del villaggio" (risate, ndA).


O citando scrittori della nostra era, mi viene in mente Baricco di Oceano Mare. Il protagonista scriveva lettere ogni giorno alla sua amata (ideale) e quando l'avrebbe trovata gliele avrebbe consegnate tutte in una scatola di mogano.

 

Esatto, cose di questo tipo.


"Heraion" vede la partecipazione dei Daemonia Nymphe. Come è nata la vostra collaborazione?


Noi abbiamo collaborato già col precedente disco, sul brano Crypta Neapolitana dove Spyros recita. Siccome è una band che apprezzo molto, volevo continuare a sviluppare questa collaborazione, ero convinto che insieme potevamo fare qualcosa in più. Il loro contributo è stato fondamentale su questo brano, hanno prodotto degli ottimi arrangiamenti. Anche perché con il greco antico per me era difficile farlo, quindi c'era bisogno necessariamente del suo contributo. Anche Evi Stergiou ha fatto un gran lavoro sui cori ed è venuto fuori uno dei brani che più apprezzo. Non è un pezzo facile, all'inizio suona un po' "strano", ma secondo me è un brano di gran valore.
Un'altra cosa: l'accordatura di questo brano è come se trasformasse la chitarra in una Lira greca, anche perché è un'accordatura modale. La cosa particolare è che quest'accordatura è stata del tutto casuale. Come è nata? Dopo aver cambiato le corde, non l'ho accordata subito. Passate alcune ore ho imbracciato lo strumento e messo a caso un accordo, ed ecco l'inizio di questo pezzo. Pensai: "però, che accordatura m'è uscita!" e subito la trascrissi. Insolita, ma crea un bell'effetto.


cordeobliqueintervista_5A proposito di collaborazioni, le voci nei Corde Oblique hanno un ruolo fondamentale. "Per le strade ripetute" accoglie nuovi ospiti. La selezione come avviene?


La selezione è fatta di incontri. Corde Oblique è nato come progetto aperto, soprattutto in quanto a me interessa sempre sperimentare sempre nuove voci e collaborare con tanti musicisti. Volevo un progetto libero in tal senso, senza tenere con me un'unica voce. Incontrando nuove persone, notavo le loro qualità e cosa mi ispiravano. Sentendo una cantante io sono ispirato a "farle un vestito". Questo procedimento è sempre stato ampiamente stimolante per la mia produttività.


Quindi si costruisce intorno alla voce?


Sì, assolutamente, ad esempio un brano come My Pure Amethist non avrebbe mai potuto cantarlo un'altra voce, per questioni di stile o estensione non adeguata, ecc.


La tua voce è presente proprio nel coro di tale brano, ma la sentiremo mai cantare?


No, io sono stonatissimo. Questa è stata una follia di Annalisa Madonna, la cantante del pezzo, che ha insistito perché cantassi pure io. Registrammo per scherzo, decidendo poi di scartarla. Diciamo che ne abbiamo buttato il 70% ma il 30% era carino (risate, ndA). Un po' come il regista indiano Night Shyamalan, quello de' Il Sesto Senso, dove lui effettua nei suoi film una breve comparsa. Anche per noi è stata una cosa simile, più per simpatia che per altro.


Due Melodie è un inno all'unità musicale, le note e l'armonia che si instaura tra esse. Dopo la tua ultra-decennale esperienza, cosa delle tue "melodie" cambieresti?


Oggi, ascoltando la mia prima creatura musicale Lupercalia, quasi rabbrividisco, molti di quei brani non mi piacciono, forse dipende dal fatto che ho iniziato davvero presto a scrivere musica, i primi pezzi li ho scritti tra i 16 e i 18 anni. Inizio a trovare interessante il mio lavoro musicale dal primo album dei Corde Oblique in poi (anche per questo ho cambiato nome). Crescendo vedo brani che non avrei inciso o quantomeno lo avrei fatto in modo diverso. Quindi sì, cambierei tante cose, tuttavia se non sbagliamo non cresciamo. Anche questo è un incidente necessario.


Registrazione e mixaggio dove sono avvenuti?


Abbiamo registrato ai Little Green House Studio che si trova ai Camaldoli con Salvio Vassallo che nel nostro caso ci ha aiutati come tecnico del suono ma in realtà è anche produttore e musicista. Tra l'altro ha di recente fatto una bellissima rivisitazione delle folk songs di Berio, è una persona che stimo molto, oltre ad essere un bravissimo batterista. Salvio ha dato una bell'aria al disco. Lo ha mixato, editato e registrato. Le chitarre invece sono state registrate dal fonico dei dischi precedenti Claudio Esposito, a cui sono molto affezionato, anche perché è stato il primo che ha saputo dare il suono che volevo alla mia chitarra. Penso che sulle chitarre non lo cambierò mai. Lui ora non vive più a Napoli ma è venuto proprio per le mie registrazioni, e gliene sono molto grato.

 

Alla The Stones of Naples, l'etichetta tua con cui è uscito l'album, come ci sei arrivato?

 

Di questi tempi, per un gruppo che non sta alle prime armi, è inutile affidarsi ad un'etichetta. Il passaggio diretto da produttore a consumatore è quello che prediligo. Le etichette non hanno più possibilità di fare qualcosa per il musicista e nemmeno riescono a trovare utili per loro stessi. Purtroppo la realtà è dura, come ben sappiamo, e non avendo loro in primis un grande rientro da quello che vendono, non lo supportano. Purtroppo è un cane che si morde la coda. Posso fare più io, musicista, per il mio disco, che un'etichetta che - tra spese e guadagni - va in pari.
Per un gruppo che è all'inizio o per i gruppi commerciali è diverso (anche se i grandi numeri non esistono più nemmeno per loro).

 

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Accoglierai altri progetti sotto la The Stones of Naples?


Per ora ne abbiamo parlato solo con amici musicisti ma è in fase embrionale. Io preferisco lavorare sui Corde Oblique perché non ho un'attitudine da commerciante. Non riuscirei a vendere la musica altrui. Se dovesse accadere, sarà sicuramente con un gruppo con cui sento una forte affinità artistica.


"Le Fontane di Caserta", pezzo strumentale che richiama, grazie all'incipt di Santa Caterina da Siena, all'enorme patrimonio artistico da conservare. Cosa pensi della situazione nel nostro paese a riguardo?


La situazione nel nostro paese è una totale perdita di coscienza del nostro patrimonio. Non si capisce che potremmo essere veramente ricchi valorizzando il patrimonio artistico. È una cosa che dicono tutti ma nessuno prova a metterla in pratica. È pur vero che Napoli viene stereotipata come immagine (inquinamento, disagio sociale) e questo tipo di notizia fa presa sul pubblico. Sostanzialmente chi legge di Napoli vuole sapere queste cose qua. Non gli interessa del Giardino della Reggia di Caserta per esempio, è spesso poco interessato a questi argomenti. Se sente che Napoli ha l'acqua inquinata invece ci gode, c'è una sorta morbosità interiore. Questa cosa alimenta il mercato dell'informazione. Quindi si specula perché se c'è un articolo con una pagina sull'inquinamento il prodotto vende di più, se si fa una pagina sui giardini della Reggia di Caserta, che è un capolavoro e che supera di gran lunga quelli di Versailles, vende tre copie. Puro Marketing. La mia riflessione è: sarebbe un bel mercato (per lo più costruttivo) anche se a Caserta venissero milioni di persone all'anno. Quindi perché non provare ad andare in quella direzione anziché quest'altra che magari è più immediata ma più dannosa?


Dopo Sepultura, Anathema e Radiohead, arriva un omaggio dal mondo del cinema: Requiem For A Dream, per la precisione. C'è una ragione precisa della scelta fatta?


Semplicemente ho cominciato a giocare con la chitarra su questo tema. L'ho proposta dal vivo con la loop station (il pedale che doppia le cose che si suonano) e ho pensato di inserirla anche nel disco. Non c'è un motivo contenutistico in questo caso, mi piaceva semplicemente il tema.


cordeobliqueintervista_7"Ali bianche" presenta un testo molto interessante. Ce ne vuoi parlare?


Sì, è il testo di cui sono più contento. Parla di un pittore che si chiama Scipione Compagno di cui si sa pochissimo. Il quadro a cui si riferisce questo brano è un dipinto sull'eruzione del Vesuvio e Scipione Compagno si pone a ‘volo di uccello' su una folla di napoletani che nel 1631, siccome vedevano il Vesuvio impazzare, prendono le reliquie da una chiesa e le portano sulla strada che va da Napoli a Torre del Greco disponendole di fronte all'eruzione come a dire: "adesso fermati, siamo esausti". Quest'atto di disperazione e allo stesso tempo idolatria del popolo napoletano mi ha affascinato molto. Contemporaneamente alla volontà del pittore di porsi sempre al di sopra delle folle, ho immaginato Scipione che sognava di diventare un gabbiano per riuscire a vedere queste cose.


"Uroboro" affascina per un meraviglioso assolo del maestro Edo Notarloberti seguito da un'elegante ghost-track registrata nella campana del Tempio di Mercurio. L'eterno ritorno che simboleggia la figura alchemica non è un concetto scelto a caso o sbaglio?


No, infatti è un brano che si autoalimenta e si autodistrugge. Volevo un assolo di Edo nei nostri dischi già da tempo. A parte che Notarloberti è una parte fondamentale dei Corde Oblique, così come gli altri, ma con lui ho iniziato prestissimo e quindi c'è un bel rapporto fra noi. Tra i vari assoli, quello di Uroboro mi sembrava il più "Obliquo", più adatto al disco e mi piaceva il concetto del serpente che ingoia la sua stessa coda ma si nutre anche di se stesso.


La promozione dell'album dal vivo come viene accolta dal pubblico? Avete date prossimamente?


Abbiamo fatto finora col nuovo disco una data a Sorrento, una a Parma e presto seguiranno Roma, Bacoli ed altre cose nel 2014. I brani nuovi stanno funzionando sempre meglio nonostante non siano di facile esecuzione. Le persone stanno rispondendo bene. Quindi sta pagando di ritorno questa libertà compositiva a discapito di pezzi lineari che cercano immediatezza e di cui non so più che farmene.


Riccardo, è tutto. Grazie per il tempo concessoci. A te la parola per i lettori di SpazioRock.


Ringrazio innanzitutto chi è arrivato alla fine di questa intervista visto che non è facile secondo i ritmi della vita del momento. Soprattutto ringrazio chi parla di noi ad altre persone che vivono la musica con passione.




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